Portale di informazione sulle acque sotterranee e non solo

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    I comunicati stampa e le notizie dell’Istituto di Geofisica e Vulcanologia e dell’Agenzia Spaziale Europea

    Si elencano qui i comunicati e le notizie che, a totale discrezione del responsabile del sito, vengono considerati interessanti.
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    Ufficio Stampa e URP
    Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – INGV
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    3 novembre 2020

    Sentinel- 6

    Agenzia Spaziale Europea: In vista dell’imminente lancio del satellite Copernicus Sentinel-6  l’infografica sintetizza quali saranno i punti chiave del suo lavoro.

    In vista dell’imminente lancio del satellite Copernicus Sentinel-6 l’infografica spiega quali saranno i suoi compiti.


    29 ottobre 2020

    Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – INGV
    Rigopiano: identificate le caratteristiche e i tempi esatti della valanga

    Il 18 gennaio 2017 una valanga nella località di Rigopiano in Abruzzo colpì rovinosamente un Resort-hotel. L’evento, che determinò la perdita di alcune persone, fu osservato solo da due testimoni che, fortunosamente, si trovavano all’esterno dell’edificio. Tanti sono gli interrogativi e le ipotesi che ruotano intorno a questa tragica vicenda. Uno studio multidisciplinare a cura dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Politecnico di Torino, del WSL Institute for Snow and Avalanche Research SLF di Davos (CH) e dell’Osservatorio di Geofisica dell’Università di Monaco (DE) ha cercato di fornire delle risposte sulle tempistiche e sulle dinamiche della valanga. La ricerca “Seismic signature of the deadly snow avalanche of January 18, 2017, at Rigopiano (Italy)”, appena pubblicata sulla rivista Scientific Reports, ha appurato che tutto è accaduto in poco meno di un minuto e mezzo. La valanga si è staccata dal Monte Siella alle ore 15:41:59 (orari UTC), nel suo percorso verso la valle è entrata in un canyon e all’incirca alle 15:43:20 ha colpito l’hotel di Rigopiano ad una velocità di circa 100 km orari. Per giungere a questo risultato così preciso, i ricercatori hanno prima analizzato la tempistica delle telefonate di soccorso così come riportate dalla cronaca giornalistica e poi valutato numerosi dati tra cui l’analisi della Rete Sismica Nazionale e la modellazione numerica della valanga, elaborati poi in studi ingegneristici e sismogrammi teorici ottenuti attraverso simulazioni. Questo lavoro così complesso e multidisciplinare evidenzia una nuova lettura della dinamica dell’evento suggerendo, tra l’altro, potenziali utilizzi non tradizionali di una rete di monitoraggio sismico. “Una prima ipotesi”, afferma Thomas Braun, uno degli autori della ricerca, “nata dall’osservazione di un segnale sismico sospetto, è stata quella che tale segnale fosse dato dall’impatto della valanga stessa con l’albergo. Un’analisi più approfondita ha rivelato, invece, l’esistenza di tre distinte fasi sismiche, che potevano sostenere una seconda l’ipotesi, quella che la valanga si fosse propagata verso valle in tre fasi consecutive. Per giungere a questi risultati come prima cosa abbiamo ristretto la finestra temporale in cui è avvenuta la valanga”, spiega Thomas Braun, “Per fare ciò ci siamo basati sulla cronologia e sul contenuto delle chiamate e dei messaggi di emergenza inviati dall’hotel. Alle 15:30 (orari UTC) è avvenuta l’ultima chiamata dalla struttura mentre alle 15:54 c’è stato un tentativo di invio di un messaggio WhatsApp di richiesta di aiuto da una persona rimasta bloccata dalla neve. Abbiamo dedotto che la valanga è avvenuta in questa finestra temporale di 24 minuti. Successivamente abbiamo cercato dei segnali sismici ipoteticamente generati dalla valanga. In quel periodo eravamo nel pieno della sequenza sismica dell’Italia centrale, con epicentri a circa 45 km a ovest di Rigopiano. Analizzando i segnali registrati dalle stazioni sismiche, abbiamo notato che la stazione GIGS posizionata sotto il Gran Sasso, aveva registrato un segnale anomalo nei 24 minuti identificati come finestra temporale del distacco della valanga. Di questo segnale”, prosegue il ricercatore, “abbiamo poi studiato il contenuto spettrale e la direzione di provenienza osservando così tre distinte fasi sismiche avvenute a distanza di pochi secondi. La domanda decisiva che nasce da tale osservazione è come una valanga, che si muove in superficie, possa trasmettere energia sismica nel sottosuolo. Sulla base della topografia del luogo, tenendo conto della tipologia, della temperatura e dell’umidità della neve, sono state eseguite centinaia di modellazioni numeriche per ricostruire il tragitto e la dinamica della valanga, che hanno fornito risposta al quesito: lungo la traiettoria della valanga esistono tre punti dove il “momento”, dato dal prodotto altezza per velocità della valanga, diventa massimale. Questi punti corrispondono al passaggio della valanga nel canyon, esattamente, all’entrata, e alle due successive deflessioni. Il lavoro appena pubblicato ha quindi permesso di sincronizzare le modellazioni con le osservazioni e di stimare i tempi dell’evento. “La ricostruzione dell’evento”, aggiunge Thomas Braun, “ha evidenziato che la valanga nella discesa verso valle ha percorso in tutto 2400 metri e ha travolto alberi e rocce, cambiando massa con incremento continuo del proprio peso specifico. Oggi sappiamo che la velocità con cui la valanga ha colpito l’albergo è stata di 28 metri al secondo, quasi 100 km orari. I ricercatori dell’Università di Monaco hanno calcolato dei sismogrammi teorici che – comparati con il segnale registrato alla stazione GIGS – trovano maggiore coerenza se si assume che il segnale sismico fosse stato generato durante il passaggio della valanga nel canyon. I ricercatori del Politecnico di Torino, invece, hanno studiato in dettaglio, dal punto di vista ingegneristico, l’impatto, il collasso e la dislocazione dell’edificio principale dell’hotel e, insieme con il WSL Institute for Snow and Avalanche Research SLF di Davos, hanno indagato sulla dinamica della valanga analizzando la topografia del pendio prima e dopo l’evento. “Attraverso le nostre analisi”, conclude il ricercatore, “è stato possibile determinare anche l’esatto orario in cui si è generata la valanga e quello in cui è stato colpito l’hotel. Applicando questa metodologia multidisciplinare, si può quindi immaginare un potenziale uso della rete di stazioni sismiche, appositamente configurata per i territori montani, per monitorare valanghe in luoghi remoti e impervi, utile per una più completa comprensione del fenomeno”.


    On 18 January 2017, an avalanche in the municipality of Rigopiano in Abruzzo devastated a Resort-hotel. The event, which caused the loss of some people, was observed only by two witnesses who stayed fortunately outside the building. Many are the questions and hypotheses around this tragic event. A multidisciplinary study conducted by the National Institute of Geophysics and Volcanology, the Polytechnic University of Turin, the WSL Institute for Snow and Avalanche Research SLF in Davos (CH) and the Geophysical Observatory of the University of Munich (DE) tried to provide responses on the timing and on the dynamics of the avalanche. The research “Seismic signature of the deadly snow avalanche of January 18, 2017, at Rigopiano (Italy)“, just published in Scientific Reports, revealed that everything happened in less than one and a half minutes. The avalanche detached from Mt. Siella at 15:41:59 (UTC), on its way down to the valley entered a canyon and hit the hotel approximately at 15:43:20 at a speed of about 100 km per hour. To achieve such a precise result, the researchers first analysed the timing of the emergency calls as reported in the news and evaluated then numerous data, like the analysis of the National Seismic Network and the numerical modelling of the avalanche, subsequently elaborated in engineering studies and theoretical seismograms obtained through simulations. This complex and multidisciplinary work evidences a new interpretation concerning the dynamic of the event, suggesting, moreover, potential non-traditional use of a seismic monitoring network. “A first hypothesis”, affirms Thomas Braun, one of the authors of the research, “born from the observation of a suspicious seismic signal, was that this signal would have been generated by the impact of the avalanche with the hotel. An in-depth analysis revealed, however, the existence of three distinct seismic phases, which could support a second hypothesis, that the avalanche would have propagated in three consecutive phases. To achieve these results, we first restricted the time window in which the avalanche occurred”, explains Thomas Braun, “To do this, we relied on the chronology and contents of the calls and emergency messages sent from the hotel. At 3:30 pm (UTC time) the last call from the facility took place while at 3:54 pm there was an attempt to send a WhatsApp message requesting help from a person blocked by the snow. We deduced that the avalanche occurred in this 24-minute time window. We then looked for seismic signals hypothetically generated by the avalanche. In those days we were in the midst of the central Italy seismic sequence, with epicentres about 45 km west of Rigopiano. Analysing the signals recorded by the seismic stations, we noticed that station GIGS located under the Gran Sasso, had recorded an anomalous signal within the 24 minutes identified as the time window of the avalanche release. Concerning this signal”, continues the researcher, “we then studied its spectral content and the direction of origin, thus observing three distinct seismic phases which occurred a few seconds apart. The decisive question that arises from this observation is how an avalanche, moving on the surface, can transmit seismic energy in the subsoil. On the basis of the topography of the place, taking into account the type, temperature and humidity of the snow, hundreds of numerical modelling were carried out to reconstruct the path and dynamics of the avalanche, which provided an answer to the question: along the avalanche trajectory there are three points where the “moment” (given by the product of height by velocity of the avalanche) becomes maximum. These points correspond to the passage of the avalanche through the canyon, exactly, at the entrance, and the two subsequent deflections. The work just published has therefore made it possible to synchronize the modelling with the observations and to estimate the timing of the event. “The reconstruction of the event”, adds Thomas Braun, “showed that the avalanche on its descent into the valley covered a total of 2400 meters and swept over trees and rocks, changing mass with a continuous increase in its specific weight. Today we know that the speed with which the avalanche hit the hotel was 28 meters per second, almost 100 km per hour. The researchers of the University of Munich calculated theoretical seismograms which – compared with the signal recorded at station GIGS – are more coherent, when assuming that the seismic signal was generated during the passage through the canyon. The researchers of the Polytechnic University of Turin, however, supported the detailed study from an engineering point of view, focusing on the impact, collapse and displacement of the main building of the hotel and, together with the WSL Institute for Snow and Avalanche Research SLF of Davos, investigating the dynamics of the avalanche by comparing the topography of the slope before and after the event. “Through our analyses”, concludes the researcher, “it was also possible to determine the exact moment when the avalanche was generated and when the hotel was hit. By applying this multidisciplinary methodology it is possible to imagine a potential use of a seismic network, specifically configured for mountain areas, to monitor avalanches in remote and inaccessible places, useful for a more complete understanding of the phenomenon”.



    21 ottobre 2020
    Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – INGV
    Come le acque sotterranee dell’Appennino segnalano terremoti che si verificano dall’altra parte del mondo


    Un nuovo studio, frutto della collaborazione tra Sapienza, Ingv e Cnr, ha rilevato alcune variazioni del livello delle acque di falda in Italia centrale, riconducibili a terremoti lontani, avvenuti persino in altri continenti. La “caccia” al precursore sismico continua, stavolta con un elemento in più. Come già documentato negli ultimi anni in numerosi studi, esiste una associazione tra lo scatenarsi dei terremoti e le variazioni nella circolazione delle acque sotterranee. Quello che ancora non è adeguatamente noto è come tale fenomeno riguardi anche i telesismi, terremoti lontani, avvenuti in altri continenti, i cui effetti sono avvertiti a migliaia di chilometri dall’epicentro.  A far luce sulla inaspettata relazione tra sismicità e falde acquifere è un nuovo studio, frutto della collaborazione tra il Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e il Consiglio Nazionale delle Ricerche. I risultati, pubblicati sulla rivista Scientific Reports, rappresentano un ulteriore passo verso una possibile futura identificazione di precursori sismici nelle acque. I ricercatori hanno monitorato per cinque anni il livello di una falda acquifera a Popoli, in Abruzzo, dove hanno osservato, oltre ai segni lasciati da eventi sismici avvenuti nelle immediate vicinanze, un comportamento anomalo delle acque, il cui motore scatenante era dall’altra parte della Terra: sono state identificate 18 forti oscillazioni come risposta “impulsiva” delle acque sotterranee ai terremoti di magnitudo superiore a 6.5 avvenuti in tutto il mondo, anche a oltre 18.000 chilometri di distanza dal sito di osservazione. Lo studio inoltre attesta una correlazione tra la distanza del terremoto e la sua magnitudo con l’entità dell’oscillazione della falda freatica: una evidenza che conferma l’importanza di questi fattori nel controllo del comportamento delle acque sotterranee in un determinato sito, e non solo. “La natura degli acquiferi – spiega Marco Petitta del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza – gioca un ruolo sicuramente fondamentale nella risposta delle acque all’attività sismica. Contrariamente a quanto avviene per gli acquiferi porosi, gli acquiferi carbonatici intensamente fratturati, come quello da noi monitorato in Abruzzo, si rivelano molto più sensibili agli eventi deformativi. Proprio questo aspetto diventa essenziale nell’identificare un sito idrosensibile alla sismicità”. Il fenomeno, recentemente evidenziato anche da uno studio simile condotto in Cina, rimane ancora materia di approfondimento del team di ricerca. Intanto i risultati dello studio aprono nuove vie sui criteri di cui tener conto nella scelta del sito che si intende monitorare e rappresentano una guida nel campo dei monitoraggi idrogeologici applicati ai fini sismici.

    Lo studio


    12 ottobre 2020

    The Arctic: a delicate icy ecosystem

    un interessante video in inglese sulla situazione dell’Artico prodotto dalla Agenzia Spaziale Europea


    30 settembre 2020

    Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – INGV

    El Salvador, scoperta la vera data della misteriosa e colossale eruzione della Tierra Blanca Joven che sconvolse la civiltà Maya.

    Un approccio multidisciplinare ha consentito di identificare per la prima volta la data esatta della violenta eruzione che nel V secolo d.C. sconvolse la regione Centroamericana.

    Il vulcano Ilopango

    Un team internazionale di ricercatori, cui ha preso parte l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), ha individuato nel 431 d.C., con un margine di incertezza di circa due anni, la data esatta dell’eruzione della caldera vulcanica Ilopango, detta della Tierra Blanca Joven, nello Stato centroamericano di El Salvador. L’obiettivo della ricerca era datare definitivamente l’eruzione chiarendo gli impatti che questo evento ebbe nella regione, sia sul clima e l’ambiente che sulla vita dell’uomo, facendo quindi un ulteriore passo in avanti rispetto agli studi precedenti. La violenta eruzione, che si conosceva fosse avvenuta nel periodo compreso tra il 300 e il 600, ricoprì con uno spesso strato di cenere bianca e detriti (in parte ancora visibili) vaste aree di El Salvador, tra cui siti risalenti al cosiddetto “periodo classico” della antica civiltà Maya, rendendo inabitabile per decenni un’area nel raggio di 80 km dal vulcano.Inoltre, alcune evidenze archeologiche indicano che, intorno alla data del 431 d.C., in El Salvador si verificò un’improvvisa interruzione della produzione delle ceramiche Maya, inattività quindi compatibile con il catastrofico evento naturale che colpì la zona. Grazie a competenze multidisciplinari messe in campo dal gruppo proveniente da 12 Istituti di ricerca (tra cui l’Università di Oxford e l’UNAM, Università Nazionale Autonoma del Messico), gli autori dello studio ‘The magnitude and impact of the 431 CE Tierra Blanca Joven eruption of Ilopango, El Salvador’, appena pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (USA), hanno combinato dati geologici e archeologici provenienti dall’America centrale con le analisi chimiche di carote di ghiaccio della Groenlandia e dell’Antartico. L’eruzione, secondo le stime effettuate dai ricercatori, avrebbe prodotto una colonna di gas e cenere alta circa 45 km. Grazie alla comparazione tra la datazione al carbonio-14 dei tronchi degli alberi abbattuti dalla forza dell’eruzione e rinvenuti nei residui del flusso piroclastico e le analisi chimiche dei prodotti eruttati e dei frammenti di vetro vulcanico presenti nelle carote di ghiaccio prelevate, è stato possibile individuare una corrispondenza che indica la provenienza dei reperti non soltanto dallo stesso arco temporale ma esattamente dallo stesso evento eruttivo. Da un punto di vista climatico, inoltre, l’eruzione sembrerebbe aver raffreddato di mezzo grado centigrado la temperatura media della Terra su scala globale, anche se per un periodo piuttosto limitato di alcuni anni; gli effetti più intensi interessarono maggiormente la regione stessa del centro America in cui ebbe luogo l’evento.

    Sulla rivista internazionale PNAS   

    An international team of researchers, in which the National Institute of Geophysics and Volcanology (INGV) took part, has identified that in 431 AD, with a margin of uncertainty of about two years, there was an eruption, known as of Tierra Blanca Joven, of the volcanic caldera Ilopango in the Central American State of El Salvador. The aim of the research was to definitively date the eruption by clarifying the impacts that this event had in the region, both on the climate and the environment and on human life, thus taking a further step forward compared to previous studies.
    The violent eruption, which was known to have occurred in the period between 300 and 600, covered with a thick layer of white ash and debris (partly still visible) large areas of El Salvador, including sites dating back to the so-called “classical period” ff the ancient Mayan civilization, making an area within 80 km from the volcano uninhabitable for decades.
    Furthermore, some archaeological evidence indicates that, around the date of 431 AD, in El Salvador there was a sudden interruption of the production of Maya ceramics, therefore inactivity compatible with the catastrophic natural event that struck the area.  Thanks to multidisciplinary skills put in place by the group coming from 12 research Institutes (including the University of Oxford and UNAM, the National Autonomous University of Mexico), the authors of the study ‘The magnitude and impact of the 431 CE
    Tierra Blanca Joven eruption of Ilopango, El Salvador’, just published in the scientific journal Proceedings of the National Academy of Sciences (USA), combined geological and archaeological data from Central America with chemical analysis of ice cores from Greenland and Antarctica.

    Sulla rivista internazionale PNAS   


    21 settembre

    Progetti in corso per la nuova missione di topografia del ghiaccio polare e della neve

    Monitorare la criosfera è fondamentale per valutare appieno, predire e adattare alla variabilità e al cambiamento del clima. Considerata l’importanza di questo fragile componente del sistema Terra, oggi l’ESA, insieme a Airbus Defence and Space e a Thales Alenia Space, ha firmato un contratto per lo sviluppo della missione conosciuta come CRISTAL – Copernicus Polar Ice and Snow Topography Altimeter.

    Con un lancio previsto nel 2027, la missione CRISTAL sarà equipaggiata, prima volta per una missione polare, di un altrimetro radar a doppia frequenza, e di un radiometro a microonde, che misureranno e monitoreranno lo spessore del ghiaccio marino, la profondità della neve sovrastante e rilievi di calotte glaciali.


    8 settembre 2020

    Lo scioglimento della calotta di ghiaccio corrisponde allo “scenario climatico peggiore (ESA)

    Un recente rapporto conferma che le calotte di ghiaccio in Groenlandia e in Antartide, i cui tassi di perdita di massa stanno crescendo rapidamente, corrispondono agli scenari peggiori di innalzamento del livello del mare previsti dalla Commissione Intergovernativa sul Cambiamento Climatico.

    Lo studio, pubbicato su Nature Climate Change, confronta i risultati dell’equilibrio della massa delle calotte di ghiaccio ottenuti dalle osservazioni satellitari, con le proiezioni per i modelli climatici. I risultati arrivano da un gruppo internazionale di scienziati dell’Università di Leeds (Regno Unito) e dell’Istituto Meteorologico Danese (DMI) che fanno anche parte dello studio IMBIE (Ice Sheet Mass Balance Inter-comparison Exercise) in corso.


    27 agosto 2020

    Scoperta una correlazione tra terremoti e anidride carbonica in Appennino

    Nella catena appenninica l’emissione di CO2 di origine profonda appare ben correlata con l’occorrenza e l’evoluzione delle sequenze sismiche dell’ultimo decennio. È questo il risultato dello studio “Correlation between tectonic CO2 Earth degassing and seismicity is revealed by a ten-year record in the Apennines, Italy” condotto da un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dell’Università di Perugia (UNIPG) appena pubblicato su ‘Science Advances’.

    Il nostro pianeta rilascia CO2 di origine profonda prevalentemente dai vulcani; tuttavia tali emissioni avvengono anche in aree sismiche in cui non sono presenti vulcani attivi. In particolare, questo fenomeno risulta più intenso nelle regioni caratterizzate da tettonica estensionale, come l’area degli Appennini. Questa produzione continua di CO2 in profondità e su larga scala favorisce la formazione di serbatoi sovrapressurizzati. Lo studio è stato condotto attraverso il campionamento di sorgenti ad alta portata (decine di migliaia di litri al secondo) situate nelle vicinanze delle zone epicentrali dei terremoti verificatisi in Italia centrale tra il 2009 e il 2018.

    Abstract

    Deep CO 2 emissions characterize many non-volcanic, seismically active regions worldwide and the involvement of deep CO 2 in the earthquake cycle is now generally recognized. However, no long-time records of such emissions have been published and the temporal relations between earthquake occurrence and tectonic CO 2 release remain enigmatic. Here we report a ten-year record (2009-2018) of tectonic CO 2 flux in the Apennines (Italy) during intense seismicity. The gas emission correlates with the evolution of the seismic sequences: peaks in the deep CO 2 flux are observed in periods of high seismicity and decays as the energy and number of earthquakes decrease. We propose that the evolution of seismicity is modulated by the ascent of CO 2 accumulated in crustal reservoirs and originating from the melting of subducted carbonates. This large scale, continuous process of CO 2 production favors the formation of overpressurized CO 2 -rich reservoirs potentially able to trigger earthquakes at crustal depth.


    18 agosto 2020

    Le faglie dell’Appennino centrale studiate con un metodo innovativo multidisciplinare

    Applicato un metodo innovativo per determinare la velocità di accumulo di energia per le faglie dell’Appennino centrale attraverso l’uso di dati geodetici e di stress.

    Attraverso una innovativa analisi multidisciplinare, risultato delle osservazioni geodetiche di circa 20 anni e di un gran numero di dati aggiornati sulla direzione dello sforzo tettonico, è possibile quantificare la velocità del movimento delle faglie attive dell’Appennino centrale. Questo approccio potrebbe essere decisivo per determinare meglio la velocità del movimento delle faglie in un modo completamente innovativo e complementare alle classiche ed affidabili tecniche geologiche

    È quanto è stato fatto nello studio “Partitioning the Ongoing Extension of the Central Apennines (Italy): Fault Slip Rates and Bulk Deformation Rates from Geodetic and Stress Data” pubblicato sulla rivista ‘Journal of Geophysical Research – Solid Earth’. La ricerca, che ha coinvolto competenze geodetiche, geologiche e modellistiche dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), è stata condotta in collaborazione con il Department of Earth, Planetary, and Space Sciences dell’University of California di Los Angeles (UCLA).

    Come è noto, i terremoti sono generati da faglie, grandi piani in corrispondenza dei quali porzioni della crosta terrestre si muovono in tempi geologici l’una rispetto all’altra parallelamente al piano della faglia stessa. La velocità media su tempi geologici con cui questo processo avviene, chiamata slip rate nella letteratura scientifica, è un parametro cruciale perché quantifica il potenziale di ciascuna faglia all’interno dei modelli elaborati per valutare la pericolosità sismica di una data regione.

    “Questo lavoro”, spiega Michele Carafa, autore della ricerca, “nasce durante la mia permanenza all’UCLA e si è sviluppato nell’ambito del “FIRB Abruzzo”, un importante progetto finanziato dal MIUR tra il 2011 e il 2016 e denominato ‘Indagini ad alta risoluzione per la stima della pericolosità̀ e del rischio sismico nelle aree colpite dal terremoto del 6 aprile 2009’A mia memoria”, continua Carafa, “questa è la prima ricerca a livello europeo che mira esplicitamente a determinare lo slip rate di tutte le faglie attive presenti in un’importante area sismica, usando congiuntamente informazioni di diversa natura attualmente disponibili nel campo delle geoscienze, come i dati GPS e quelli che descrivono l’orientazione del campo dello sforzo in un materiale viscoelastico, quale è la crosta terreste.

    Se il primo step dello studio è frutto esclusivamente delle competenze dell’INGV, ben indirizzate dall’esperienza del collega Peter Bird della UCLA, gli sviluppi di questa ricerca, finalizzati ad una migliore comprensione dell’evoluzione geologica dell’area, vedranno le collaborazioni scientifiche con l’Università degli Studi dell’Aquila e con il Gran Sasso Science Institute (GSSI).

    “Il metodo utilizzato per questa ricerca”, conclude il ricercatore, “è del tutto innovativo e richiede interazione con ulteriori competenze quali, ad esempio, quelle matematiche ed informatiche. C’è tanto da fare, ma integrare diverse competenze è stata una scelta vincente e ritengo sia sicuramente la strada da seguire per rendere questo tipo di ricerca utile per la collettività. Al riguardo, ci lusinga che la stessa Regione Abruzzo si sia mostrata da subito estremamente interessata a questa ricerca aggiungendo alla rete geodetica regionale – sotto la nostra supervisione scientifica – nuove stazioni GNSS collocate in siti strategici, proprio per poter migliorare il nostro modello”.


    27 luglio 2020

    INGV, la riduzione del rumore sismico mondiale grazie al “silenzio” indotto dal Covid-19

    Nel primo semestre del 2020 i Governi di moltissimi Paesi hanno adottato ampie misure di lockdown della popolazione per combattere la diffusione della pandemia da Covid-19.

    Con lo studio Global quieting of high-frequency seismic noise due to COVID-19 pandemic lockdown measures, appena pubblicato sulla rivista Science, i ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) hanno fatto parte di un team internazionale proveniente da altre 66 Istituzioni di 27 Paesi, evidenziando una eccezionale riduzione del 50% dell’ampiezza del rumore sismico a livello mondiale.

    “Grazie all’analisi dei dati raccolti da stazioni sismiche installate in tutto il mondo”, spiega Flavio Cannavò, ricercatore dell’INGV e co-autore dello studio, “abbiamo potuto evidenziare come negli ultimi mesi il rumore sismico si sia ridotto in molti Paesi rispetto ai valori medi degli ultimi anni, mostrando un’ondata di attenuazione che, seguendo le tempistiche del lockdown nelle varie aree del pianeta, si è mossa dalla Cina, all’Italia e al resto del mondo”.

    Il “lockdown sismico”, risultato delle misure di distanziamento sociale, della riduzione delle attività economiche e industriali e della contrazione degli spostamenti, ha rappresentato la riduzione del rumore sismico antropogenico più lunga e più importante mai registrata nella storia.

    “Grazie al lavoro di squadra che ha coinvolto scienziati in così tanti Paesi”, prosegue il ricercatore, “è stato possibile analizzare i dati provenienti da centinaia di stazioni di monitoraggio sismico in tutto il mondo per ‘isolare’ le vibrazioni ad alta frequenza tipiche delle attività umane che vengono costantemente registrate dai sismometri. Se il 2020 non ha visto una riduzione del numero medio di terremoti, il calo del ‘ronzio’ sismico antropogenico è stato invece senza precedenti”.

    Le più forti riduzioni del rumore sismico sono state riscontrate nelle aree urbane, ma lo studio ha evidenziato riduzioni anche in sensori siti in pozzi a centinaia di metri di profondità e in aree particolarmente remote, come nell’Africa subsahariana.

    Lo studio ha inoltre evidenziato una forte corrispondenza tra la riduzione del rumore sismico e i dati sulla mobilità umana ricavati dalle app di navigazione nei telefoni cellulari, resi pubblici dalle società Google e Apple. Questa correlazione mostra come i dati sismici possano essere utilizzati per il monitoraggio delle attività umane in tempo quasi reale, nonché per quantificare gli effetti dei lockdown e delle riaperture, evitando così problematiche complesse legate alla privacy.

    “Gli effetti ambientali del lockdown sono stati ampi e svariati”, aggiunge Cannavò. “Tra questi vanno ricordati in particolare la riduzione delle emissioni in atmosfera e la riduzione del traffico e dell’inquinamento acustico, che incidono sulla fauna selvatica. Per caratterizzare tale intervallo di tempo è stato coniato il termine ‘antropausa’. Il nostro studio rappresenta quindi il primo lavoro scientifico sull’impatto dell’antropausa sulla Terra solida sotto i nostri piedi a scala globale”.

    La ricerca pubblicata su Science ha inoltre evidenziato come segnali di terremoti precedentemente ‘nascosti’ nel rumore sismico antropogenico siano risultati essere più chiari durante il lockdown.

    “Con la crescente urbanizzazione e l’aumento della popolazione mondiale, in futuro sempre più persone vivranno in aree geologicamente a rischio. Pertanto, affinché i sismologi possano ‘ascoltare’ meglio la Terra, diventerà sempre più importante caratterizzare il rumore antropogenico. L’auspicio è, dunque, che vengano portate avanti ulteriori ricerche sul ‘lockdown sismico’ con l’obiettivo di individuare segnali prodotti da terremoti ed eruzioni vulcaniche precedentemente nascosti dal rumore”, conclude il ricercatore.

    Questo studio svolto su scala mondiale offre compiutezza alle analoghe analisi condotte recentemente sul rumore sismico solo sul territorio italiano dai ricercatori dell’INGV.

    Lo studio su Science è liberamente scaricabile


    22 giugno 2020

    Nuovi risultati sull’attività della caldera dei Campi Flegrei dal monitoraggio del radon durante sette anni.

    Il monitoraggio del radon emesso nell’area dei Campi Flegrei per un lungo periodo offre nuovi dati per la valutazione della reale estensione dell’area interessata dai fenomeni idrotermali, rivelandosi anche un potenziale indicatore dell’evoluzione di una crisi vulcanica.

    Con uno studio durato sette anni, dal 2011 al 2017, un team di ricercatori del Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) hanno monitorato il radon emesso in due siti della caldera dei Campi Flegrei i cui risultati sono stati appena pubblicati sulla rivista Scientific Reports di Nature nell’articolo ‘Continuous radon monitoring during seven years of volcanic unrest at Campi Flegrei caldera (Italy)‘.

    Negli ultimi anni, l’interesse della comunità scientifica internazionale verso lo studio dell’emissione di radon come tracciante di fenomeni endogeni naturali (attività sismica e vulcanica) è cresciuto considerevolmente. Tuttavia, il segnale del radon monitorato nei suoli, è influenzato da molti fattori ambientali i cui effetti possono essere eliminati quando viene registrato su un lungo periodo.

    Gli studiosi hanno preso in considerazione la caldera dei Campi Flegrei che dal 2004-2005 è caratterizzata da sollevamento del suolo, sismicità, cambiamenti nella composizione dei fluidi fumarolici e un aumento generale dell’emissione di fluidi vulcanico-idrotermali. Liberamente scaricabile l’articolo apparso su Nature ( in inglese)

    Link all’articolo: https://www.nature.com/articles/s41598-020-66590-w


    27 maggio 2020

    I Monti Sabatini e i Colli Albani: un nuovo capitolo della storia dei vulcani laziali

    La storia dei ‘gemelli addormentati’ vede un nuovo capitolo negli studi di un team internazionale di ricercatori coordinati dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.

    Lo stato di attività del distretto vulcanico dei Monti Sabatini, sito a NW della città di Roma, è l’oggetto dello studio “Monti Sabatini and Colli Albani: the dormant twin volcanoes at the gates of Rome” appena pubblicato sulla rivista Scientific Reports di Nature e frutto della collaborazione tra scienziati dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), dell’Università Sapienza di Roma e del Laboratorio di Geocronologia della Wisconsin University.

    Gli scienziati hanno messo in campo un approccio multidisciplinare attraverso l’uso di tre diverse metodologie di indagine: il telerilevamento per le deformazioni del suolo, la datazione 40Ar/39Ar per la storia eruttiva, e l’analisi della sismicità storica della regione vulcanica. In tal modo è stato possibile paragonare i caratteri vulcano-tettonici del distretto sabatino con quelli recentemente studiati nell’area dei Colli Albani.

    I risultati di questo studio mostrano che i Monti Sabatini hanno avuto una storia eruttiva molto simile e contemporanea a quella dei Colli Albani, anche se con tempistiche di ricorrenza media diversa, tanto da poterli considerare due “gemelli addormentati alle porte di Roma”.

    Una differenza attuale fondamentale, però, è risultata dall’analisi della deformazione del suolo e della sismicità locale. Infatti, mentre i Monti Sabatini mostrano uno stato di quiete quasi assoluta, ai Colli Albani si registra un sollevamento locale ed una diffusa sismicità e degassazione.

    Inoltre, dall’analisi delle tempistiche storiche risulta che il tempo attualmente trascorso dall’ultima eruzione dei Monti Sabatini è di circa 70.000 anni, rientrando pienamente nelle valutazioni dei periodi medi di quiescenza tra le tre grandi fasi eruttive avvenute negli ultimi 600.000 anni.

    I Monti Sabatini, così come i Colli Albani, non possono essere considerati vulcani estinti”, sottolinea Fabrizio Marra, ricercatore INGV e autore della ricerca. “Tuttavia, entrambi i distretti vulcanici si trovano in uno stato che possiamo definire ‘dormiente’, in un sonno che per i Monti Sabatini è profondo e tranquillo e per i Colli Albani è inquieto”, prosegue il ricercatore. “In ogni caso, entrambi i distretti vulcanici laziali offriranno congrui periodi di tempo di segnali precursori prima di una loro eventuale ripresa dell’attività vulcanica”, conclude Fabrizio Marra.

    Abstract

    This multi-disciplinary work provides an updated assessment of possible future eruptive scenarios for the city of Rome. Seven new 40Ar/39Ar ages from selected products of the Monti Sabatini and Vulsini volcanic districts, along with a compilation of all the literature ages on the Colli Albani and Vico products, are used to reconstruct and compare the eruptive histories of the Monti Sabatini and Colli Albani over the last 900 ka, in order to define their present state of activity. Petrographic analyses of the dated units characterize the crystal cargo, and Advanced-InSAR analysis highlights active deformation in the MS. We also review the historical and instrumental seismicity affecting this region. Based on the chronology of the most recent phases and the time elapsed between the last eruptions, we conclude that the waning/extinguishment of eruptive activity shifted progressively from NW to SE, from northern Latium toward the Neapolitan area, crossing the city of Rome. Although Monti Sabatini is unaffected by the unrest indicators presently occurring at the Colli Albani, it should be regarded as a dormant volcanic district, as the time of 70 kyr elapsed since the last eruption is of the same order of the longest dormancies occurred in the past.

    La scheda

    Chi: Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), Università Sapienza di Roma e Wisconsin University

    Cosa: Studio “Monti Sabatini and Colli Albani: the dormant twin volcanoes at the gates of Rome“. Dalle ricerche emerge che i Monti Sabatini hanno avuto una storia eruttiva molto simile e contemporanea a quella dei Colli Albani, tanto da considerarli “vulcani gemelli alle porte di Roma“.

    Dove: Pubblicato sulla rivista internazionale Scientific Reports di Nature https://www.nature.com/articles/s41598-020-65394-2


    6 maggio 2020

    I ricercatori dell’azoto perduto (nel pianeta Terra?)

    L’atmosfera terrestre è composta per il 78% di azoto e il 21% di ossigeno, una miscela unica nel sistema solare. L’ossigeno è stato prodotto da alcuni dei primi organismi viventi. Ma da dove viene l’azoto? È fuggito dal mantello terrestre attraverso l’attività vulcanica?

    Per cercare di rispondere a queste domande, un team internazionale di ricercatori anche dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), ha raccolto e studiato campioni di gas da diversi sistemi vulcanici sul nostro pianeta, tra cui lo Yellowstone, l’Islanda, il rift continentale Africano. Il loro studio “Hydrothermal 15N15N abundances constrain the origins of mantle nitrogen”, recentemente pubblicato sulla rivista Nature, mostra che l’azoto del mantello terrestre non ha la stessa composizione isotopica dell’azoto atmosferico, il che implica che quest’ultimo non proviene dal degassamento del mantello.

    È stato scoperto che la contaminazione dell’aria stava mascherando la ‘firma originale’ di molti campioni di gas vulcanici“, afferma Antonio Caracausi, ricercatore dell’INGV e coautore della ricerca.

    Senza questa distinzione, gli scienziati non erano in grado di rispondere a domande di base come: l’azoto è rimasto dalla formazione terrestre o è stato consegnato al pianeta in seguito? In che modo l’azoto dell’atmosfera è collegato all’azoto che esce dai vulcani?

    Lo studio è basato su una nuova e innovativa metodologia per studiare gli isotopi dell’azoto. Questo metodo ha fornito un modo unico per identificare le molecole di azoto che provengono dall’aria, ed ha permesso ai ricercatori di individuare la composizione di gas in profondità all’interno del mantello terrestre. Questo alla fine ha rivelato la prova che l’azoto nel mantello è molto probabilmente presente da quando il nostro pianeta si è inizialmente formato. Quindi, “una volta presa in considerazione la contaminazione dell’aria, abbiamo acquisito nuove e preziose informazioni sull’origine dell’azoto e sull’evoluzione del nostro pianeta“, afferma lo scienziato.

    Inoltre, questi nuovi risultati hanno permesso di distinguere nei geyser, nelle fumarole e nelle altre manifestazioni naturali di gas vulcanici, il contributo dell’atmosfera (sotto forma di acqua piovana riscaldata) da quello del mantello terrestre (gas magmatico). Ad esempio, quantità di gas magmatico sono state riconosciute nei geyser nel Parco Nazionale di Yellowstone, indicando una rinnovata attività del sistema vulcanico.

    Data l’alta precisione di questi dati, essi potrebbero anche contribuire ad una più approfondita comprensione dei processi magmatici potenzialmente capaci di generare eruzioni vulcaniche.  I campioni continuano a essere raccolti a Yellowstone e in altri sistemi vulcanici attivi nel mondo, tra cui l’Etna che è il vulcano più attivo d’Europa.

    In ogni caso, l’origine dell’azoto atmosferico resta un mistero … per ora.

    La scheda

    Chi: Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Sezione di Palermo (PA-INGV), nell’ambito di un team internazionale di ricercatori

    Cosa: Ricercare la provenienza dell’azoto presente nell’atmosfera terrestre e nel mantello della crosta. I risultati evidenziano che la composizione isotopica dell’azoto atmosferico è diversa di quella presente nella Terra.

    Dove: Studio “Hydrothermal 15N15N abundances constrain the origins of mantle nitrogen”, pubblicato sulla rivista Nature.

    Link: https://www.nature.com/articles/s41586-020-2173-4

    Nicolodi F.1, Scioscia T.2
    1 Geologo libero professionista, francesco.nicolodi@foldtani.it
    2 Laureato in Scienze Geologiche, tighilu.scioscia@gmail.com

    RIASSUNTO
    Le acque presenti nel sottosuolo del comune di Milano rappresentano una risorsa fondamentale per la città. In particolare, in questo articolo vengono trattate le acque termominerali a carattere solforoso dell’acquifero profondo, derivanti da falde residuali di origine marina Plio-Pleistocenica. La chimica di queste acque risulta molto simile a quella delle sorgenti idrotermali e per questo motivo potrebbero essere estratte ed impiegate per la realizzazione di centri termali nella città di Milano. Il vantaggio di estrarre acque mineralizzate sarebbe quello rendere Milano un’area termale, fornendo un’ulteriore fonte d’attrazione e di guadagno per la città.

    ABSTRACT
    The waters present in the subsoil of the municipality of Milan represent a fundamental resource for the city. In particular,in this article are treated the sulphurous thermomineral waters of the deep aquifer, deriving from the interaction with the messinian evaporitic deposits. The chemistry of these waters is very similar to that of hydrothermal springs and for this reason, they could be extracted and used for the establishment of thermal center in the city of Milan. The advantage of extracting mineralized water would be to make Milan a thermal area, providing an additional source of attraction and profit for the city.

    INTRODUZIONE
    Le acque termo minerali sono state da sempre oggetto di interesse per le civiltà che hanno popolato il territorio lombardo. Nelle numerose testimonianze, archeologiche ed epigrafiche, viene spesso ricordato l’impiego di queste acque per pratiche di culto sia in età romana che preromana (Valvo, 2004). Diversi autori, tra cui Plinio il Vecchio, Seneca e Vitruvio, fanno riferimento alle proprietà chimiche e mediche di queste acque, che venivano anche utilizzate per curare diverse patologie fisiche o semplicemente per depurare l’organismo di chi le beveva (Bassani et al.2010). La conformazione geologica dell’Italia ha spesso permesso lo sfruttamento delle acque termo minerali che, per effetto delle forti pressioni legate alla presenza di vapore acqueo e CO2, riescono a raggiungere la superficie e a formare sorgenti. Di fatto, le manifestazioni termali sono legate quasi sempre alla presenza di una fonte di calore nel sottosuolo, che permette ai fluidi di riscaldarsi e risalire. In assenza di una fonte di calore abbastanza superficiale nel sottosuolo (Fig.1), le acque minerali tendono a rimanere in falda, rendendo più difficile il loro sfruttamento. Queste acque, pur rimanendo in falda, rappresentano una fonte di energia che sta prendendo largo impiego in pianura padana e in particolare negli impianti energetici degli edifici in costruzione, inoltre richiamano un certo interesse per i vari utilizzi legate alle loro proprietà chimiche e fisiche.

    Fig.1- Carta geo-energetica della Lombardia in cui si osserva la variazione del potenziale geotermico da monte a valle; si può notare come a monte il potenziale è più alto mentre a valle diminuisce, probabilmente per effetto dell’approfondimento delle strutture tettoniche, che nel complesso alpino definiscono le geometrie superficiali (metadati da Regione Lombardia, 2019)

    INQUADRAMENTO GEOGRAFICO
    L’area di studio fa riferimento all’intero comune di Milano (Fig.2), che si estende per 181,64 km2 all’interno della regione Lombardia (nord Italia) e confina, rispettivamente a nord e a sud, con le province di Monza Brianza e Lodi, mentre ad est e ad ovest è delimitato dai fiumi Adda e Ticino. Il territorio milanese è caratterizzato da una morfologia sub-pianeggiante, con pendenza minime in direzione N-S che definiscono la rete idrografica locale, composta principalmente dai fiumi Lambro, Olona e Seveso e dai diversi canali artificiali creati in passato per scopi agricoli (rogge).

    Fig.2: Ubicazione geografica dell’area esaminata (modificato da Regione Lombardia, 2017)

    INQUADRAMENTO GEOLOGICO
    Il territorio Milanese è costituito da unità di copertura neogenica-quaternaria prevalentemente di natura glaciale, fluviale e fluvioglaciale (Comizzoli et al., 1969). Risulta di particolare interesse la conoscenza del sottosuolo milanese, la cui analisi diretta è cominciata nella prima metà del ‘900 quando, attraverso i pozzi per l’acqua e i pozzi petroliferi, è stato possibile fare una ripartizione litologica e stratigrafica dei depositi quaternari fino a 300 m di profondità (Nordio, 1957). Dalle note illustrative del Foglio 118-Milano si osserva che la parte superficiale di questo territorio è costituito dalle terminazioni meridionali dei depositi alluvionali pleistocenici, associate alle fasi glaciali e interglaciali, in seguito pedogenizzati. Secondo Finchkl et al.,1984, l’evoluzione plio-quaternaria, susseguitasi alla fase erosiva del Miocene, può essere divisa in tre fasi principali: la prima  fase, associata alla regressione marina e alla sedimentazione dei depositi continentali e transizionali (Pliocene superiore- Pleistocene medio), una seconda fase legata alle glaciazioni e alla formazione dei depositi morenici e infine la fase postglaciale olocenica a sedimentazione prevalentemente alluvionale, in cui si ha la deposizioni dei vari supersintemi (Padano, Lombardo ed Emiliano-Romagnolo) (Fig.3).

    Fig.3: Carta geologica dell’area di studio in cui sono indicati i vari sintemi e le unità geologiche (da progetto CARG di Regione Lombardia)

    A profondità più elevate, la geologia del sottosuolo presenta unità riferibili al substrato roccioso tettonizzato, i cui termini più recenti risalgono all’Oligocene e che, immergendo verso S, delineano una struttura geologica profonda (Cassano et al.,1986). Il substrato roccioso comprende formazioni sedimentarie e cristalline con età comprese tra il Paleozoico e il Terziario che si incontrano, nella parte settentrionale del territorio, a profondità variabili tra i 40 e 60 m, mentre nella parte meridionale risultano più profondi e non vengono intercettate dai pozzi di perforazione (Comizzoni et al.,1969).

    Fig.4: Sezione trasversale della struttura geologica della Pianura Padana (da “Risorse idriche sotterranee” di Gattinoni P., 2015)

    In Fig.1 sono indicate le unità presenti nel sottosuolo padano, si riconoscono quelle appartenenti al Villafranchiano, costituito da argille e limi grigio-azzurre, presenti nella parte basale e da sedimenti limosi argillosi grigio-gialli con lenti sabbiose nella parte sommitale (Fig.4). Esso rappresenta un ambiente in parte continentale (lacustre intra-morenico) e in parte transizionale (fluviale-lagunare), la parte basale contiene un gran numero di fossili che vengono attribuiti alla porzione settentrionale dei depositi marini presenti nella valle dell’Olona. L’unità del Ceppo invece è rappresentata da ghiaie e sabbie medio grossolane con ciottoli talvolta cementati, che si ritrovano lungo le incisioni dei principali fiumi e in diversi pozzi della pianura Padana. Nella porzione sommitale, sopra alle unità del Villafranchiano e del Ceppo, abbiamo depositi alluvionali, conoidi pedemontane e depositi glaciali in cui sono comprese le unità che costituiscono gli apparati morenici della Pianura lombarda settentrionale.

    Successione neogenico-quaternaria
    Per la presenza di unconformities, che non permettono l’elaborazione di linee sismiche ad alta risoluzione, nel Foglio 118-Milano sono state utilizzate le USBU per suddividere la successione neogenico-quaternaria, cioè unità delimitate alla base e al tetto da superfici di discontinuità. L’analisi svolta da Regione Lombardia e Eni (2002) ha permesso l’identificazione di due superfici di discontinuità principali, riconosciute in gran parte del bacino padano. Queste superfici regionali separano tra loro le unità del sottosuolo riconducibili al supersintema Padano (PD) e a quello Lombardo, che si divide a sua volta in superiore (LS) e inferiore (LI). Le unità sopracitate sono state confrontate con quelle presenti nel progetto CARG della Regione Emila-Romagna, riscontrando delle equivalenze con il supersintema Quaternario Marino (QM) e il supersintema Emiliano Romagnolo superiore e inferiore (AEI e AES).

    Super sintema Padano (PD)
    Il PD è un’unità di nuova introduzione delimitata al tetto dalla superficie di inconformità “R” (0,87 Ma Calabriano), riconosciuta da Muttoni et al.(2003), denominata QC1 in ISPRA (2015) e corrispondente alla base del Gruppo Acquifero B (Regione Lombardi e Eni, 2002), mentre il limite sottostante del PD è definito da una superficie datata a circa 1,5 Ma (Calabriano) corrispondente alla QM1 di ISPRA (2015) e alla base del Gruppo Acquifero D (Regione Lombardia e Eni, 2002). La porzione sommitale del PD è costituita da cicli di spessore plurimetrico composti da sabbie a granulometria varia, da molto fini a medie, da limi e argille a concentrazione parziale di materiale organico e da corpi ghiaiosi-sabbiosi localmente cementati. Questi depositi sono attribuibili ad un ambiente alluvionale a carattere meandriforme, che spesso si riconosce nei depositi di canale fluviale (sabbie medie e fini amalgamate), più grossolani rispetto a quelli presenti nella piana alluvionale (sabbie fini e limi). La parte inferiore del PD, definita sommariamente attraverso i profili dei pozzi Agip (ENI), è costituita da depositi prevalentemente sabbiosi che presentano intercalazioni argillose e alcuni livelli ghiaiosi di spessore metrico. Questa unità basale contiene diversi fossili bentonici, tra cui foraminiferi, briozoi ed echinidi, che testimoniano una genesi di ambiente marino o marino marginale. Un progressivo aumento della granulometria dei depositi avviene intorno ai 280 m di profondità, dove si registra la presenza di ghiaie e sabbie alternate tra loro ed intercalate a livelli di materiale più fine (argilla, limo e torba), segnando il passaggio tra ambiente transizionale e continentale. Questo passaggio da ambiente marino-transizionale a continentale, avviene a cavallo di una superficie di inconformità che corrisponde alla base del Gruppo Acquifero C (Regione Lombardia e Eni, 2002) e alla QM2 di ISPRA (2015). In definitiva il PD è caratterizzato alla base da depositi di piattaforma interna e costieri (marino-marginali) che passano, verso l’alto, a depositi di transizione di tipo delta, conoide e laguna, per terminare con i depositi continentali di tipo alluvionale. Questa distribuzione corrisponde sostanzialmente al supersintema quaternario marino (QM), presente in Emilia Romagna (Regione Emilia-Romagna e Eni, 1998).

    Supersintema Lombardo Inferiore (LI)
    Questa unità del Calabriano-Pleistocene medio, presenta depositi costituiti da corpi di cospicuo spessore di sabbie a granulometria variabile, da media a grossolana e ghiaie medie grossolane con ciottoli localmente cementati. I banchi sabbiosi appaiono in parte caotici in parte organizzati in lamine con presenza di clasti, ad indicare una variazione dell’energia di trasporto del materiale da parte dell’acqua. All’interno delle sabbie si distinguono livelli pelitici, costituiti da argille e limi, che mostrano una certa continuità laterale e talvolta un colore rossastro attribuibile a paleosuoli. La varietà di granulometrie che si incontrano nel LI, sono rappresentative di un ambiente alluvionale, con apporti di materiale grossolano proveniente dagli anfiteatri glaciali presenti al margine del dominio sudalpino. Oltre alla granulometria, anche per la variazione latero-verticale dei sedimenti si ritiene che l’ambiente deposizionale sia in particolare riferibile ad una piana a braided e che i corpi sabbioso ghiaiosi presenti sono riconducibili ad un canale fluviale di energia medio alta. L’ LI è delimitato alla base dalla superfice “R” (Muttoni et al.,2003), mentre al tetto è presente la superficie di inconformità “Y” (Scardia at al., 2012), corrispondente alla superficie QC3 di ISPRA (2015) nonché alla base del Gruppo Acquifero A di Regione Lombardia e Eni (2002). La superficie “R” corrisponde ad un marcato cambio sedimentologico tra l’unità LI e la sottostante PD, correlato all’instaurarsi delle maggiori glaciazioni pleistoceniche (Muttoni et al., 2003).

    Supersintema Lombardo Superiore (LS)
    La superficie “Y” di Scardia et al. (2012) corrisponde al limite inferiore della LS, separandola dal sintema inferiore (LI) sottostante. Questa unità è di età pleistocenica media- olocenica ed è distribuita in strati con spessore variabile, caratterizzati dalla prevalenza di ghiaie grossolane con ciottoli mal cerniti e parzialmente cementati, con la subordinazione di livelli sabbiosi a granulometria media e grossolana. I livelli di materiale fine (argilla e limo) sono presenti anche in questa unità ma con continuità laterale meno marcata, i livelli sabbiosi sono scarsi e le sequenze di tipo finingupward crescente testimonia la presenza di frequenti fenomeni di erosione in un ambiente fluviale di alta energia. Il sintema LS è riconducibile ad un ambiente di tipo fluvioglaciale di tipo braided prossimale, che si rispecchia nella distribuzione non omogenea dei sedimenti e dalla prevalenza di granulometrie grandi.

    Unità di Superficie
    Supersintema di Besnate
    La superficie interessata da questo studio risulta principalmente occupata dai depositi del supersintema di Besnate, costituito esclusivamente da depositi fluvioglaciali delimitati da superfici di alterazione (Fig.5). La litologia complessiva appare omogenea, rappresentata da: ghiaie grano sostenute, da massive a grossolanamente stratificate, con matrice sabbiosa e sabbiosa limosa; ghiaie a supporto di matrice; sabbie medie e grossolane. Questa unità coincide con il altopiano delle Groane e affiora al limite settentrionale del Foglio 118-Milano, tra Cesate-Limbiate e Ospiate.

    Fig.5: Tabella che mostra le unità che costituiscono il supersintema di Besnate (tratto dalle Note Illustrative della Carta Geologica d’Italia 1:50.000-ISPRA- Foglio 118 Milano)

    Sistema di Cantù
    Depositi formati da ghiaie stratificate a matrice-sostenuta di sabbie granulometricamente medio grossolane (alluvionali); diamicton a supporto di matrice con clasti centimetrici e decimetrici (depositi glaciali); limi e argille laminate (depositi lacustri). Questa unità affiora lungo i fiumi Lura e Olona, oltre che a NE della città di Milano e lungo le sponde del Lambro orientale e meridionale. Il sintema di Cantù si ritiene sia legato all’ultima glaciazione (LGM) e pertanto viene attribuito al Pleistocene superiore.

    Sintema del Po
    Unità postglaciale di natura ghiaiosa e sabbioso-ghiaiosa. Si distinguono principalmente in depositi fluviali, rappresentati dalle ghiaie a matrice sabbiosa limosa e depositi di tracimazione, ovvero sabbie e limi. Il sintema del Po costituisce la parte più superficiale della successione neogenica-quaternaria, di fatto il limite superiore coincide sempre con la superficie topografica e ricopre le altre unità con limite di tipo erosionale. Nel Foglio 118-Milano, il sintema del Po affiora in diversi settori, tra cui le valli del fiume Olona e del Lambro, oltre che lungo il livello modale della pianura a E e a O di Milano.

    Unità Idrogeologiche
    L’idrogeologia e la chimica delle acque sotterranee dell’area milanese riveste un’importanza fondamentale per il bilancio idrologico e per la valutazione delle risorse idriche. Secondo diversi autori (Beretta et al., 1983; Cavallin et al.,1983) nell’idrogeologia del sottosuolo milanese si riconoscono tre litozone (Fig.6), che dall’alto al basso  si dispongono secondo un trend granulometrico decrescente: litozona ghiaioso-sabbiosa, litozona sabbioso-argillosa e litozona argillosa.

    Fig.6: Correlazione tra le varie unita litostratigrafiche e la divisione degli acquiferi presenti in pianura Padana (Carcano et al., 2002)

    Come si fa presente nelle note illustrative del foglio 118 – Milano dell’ISPRA, l’idrostratigrafia di quest’area si può sintetizzare con la presenza di un acquifero superficiale o “tradizionale”, un acquifero profondo e un acquifero marino. Quello più superficiale, che va da N a S, comprende falde libere, semi-confinate e confinate, costituite da una litologia variabile da ghiaia con sabbie grossolane nella parte alta, a sabbie medie con intercalazioni di argilla e limo nella parte basale dell’acquifero. L’acquifero profondo risulta ben separato dagli acquiferi sovrastanti, è costituito da multistrati e presenta falde in pressione.  L’acquifero marino è costituito da una serie di livelli idrici delimitati da argille marine (Fig.7) Regione Lombardia, insieme ad Eni, hanno proposto una suddivisione in unità idrostratigrafiche basata sulla correlazione fisica dei corpi sedimentari, integrando dati di pozzo con interpretazione sismica:

    • Gruppo Acquifero A: porzione superficiale libera dell’acquifero tradizionale (litozona ghiaioso-sabbiosa), con spessore dal piano campagna di 30-40 m
    • Gruppo Acquifero B: parte profonda dell’acquifero tradizionale, generalmente confinato o semi-confinato, con spessori variabili da 30-40 m fino a 100 m
    • Gruppo Acquifero C: parte superiore dell’acquifero profondo (litozona ghiaioso-sabbiosa), con profondità tra 100 e 200 m
    • Gruppo Acquifero D: parte inferiore dell’acquifero profondo e gli acquiferi marini (litozona argillosa), con profondità oltre i 200 m

    Fig.7: Schema geologico della distribuzione degli acquiferi della Pianura Padana ed identificazione dei complessi idrogeologici (Chahoud et al.,2013)

    I tre acquiferi mostrano, per effetto della variazione litologica, una conducibilità idraulica decrescente verso l’alto. L’acquifero superficiale risulta molto vulnerabile e può essere soggetta a contaminazioni microbiologiche e chimiche, mentre quello profondo presenta pennacchi di contaminazione chimica per effetto della comunicazione con la falda sovrastante. L’acquifero marino, contiene H2S e a profondità superiori ai 200 m, ma i livelli impermeabili non permettono lo scambio con le regioni idriche sommitali e quindi il rischio di contaminazione risulta più basso.

    Fig.8: Gradiente medio annuo di risalita della falda nel comune di Milano (dal PGT del comune di Milano, 2019)

    Acque minerali
    Dagli studi effettuati in pianura Padana, (Zuppi et al., 1985; 1986) le acque salmastre, intercettate durante la ricerca petrolifera, mostrano un chimismo e contenuto isotopico molto variabile con punte di arricchimento in calcio associato ad una diminuzione del contenuto di magnesio e potassio rispetto all’acqua marina. Queste salamoie fanno da barriera di densità con le porzioni superiori degli acquiferi, riducendo l’interfaccia con le acque vadose ad un leggero scambio osmotico. Le forze tettoniche legate all’avanzamento del fronte appenninico provocano in alcuni casi delle pressioni tali da permettere a queste acque di risalire in superficie per effetto “spremuta”. Queste acque sono caratterizzate dalla presenza di un’abbondante componente gassosa (H2S e CO2) e dalla forte saturazione in gesso. Inoltre, a causa della presenza di questi gas, il pH del sistema risulta leggermente acido, ma supponendo che le condizioni di circolazione diventino meno riducenti, la produzione endogena di CO2 e H2S diminuirebbe e il pH delle acqua slitterebbe a valori più basici prossimi a 8 (Colombetti & Nicolodi, 2005). Le acque analizzate a sud della pianura Padana hanno permesso di fare una suddivisione in base al contenuto ionico, mostrando due tipologie di chimismo, uno di acque ad alto contenuto di elementi alcalino-alcalino/terrosi e un altro di acque ricche in solfati (Colombetti et al.,1997). In base alle varie analisi condotte è stato individuato un circuito superficiale a scarsa mineralizzazione, una circolazione profonda in cui le acque hanno un chimismo solfato/calcico legato al contatto con i gessi triassici e un terzo circuito, anch’esso molto profondo e relativo alle salamoie associate ai giacimenti petroliferi.

    Fig. 9: Sezione idrostratigrafica Burago 1 – Sarmato 1. La sezione, orientata N – S, subparallela (10 km circa ad E) alla sezione idrogeologica di figura 1, mostra l’andamento dei Gruppi Acquiferi A, B, C e D, ove il Gruppo Acquifero A, superiore (Color marrone), corrisponde al Primo Acquifero; il Gruppo Acquifero B (colore verde) corrisponde al Secondo Acquifero; il Gruppo Acquifero C (colore  rosa) corrisponde all’Acquifero Profondo.In grigio sono indicati i livelli poco o punto permeabili, di separazione fra ed entro i singoli Gruppi Acquiferi, mentre il colore azzurro segnala la presenza di acqua salmastra o salata. Come indicazioni di scala, mancando scale grafiche leggibili, il profilo topografico parte da quota 180 m s.l.m., termina a quota 70 m s.l.m. e si estende per circa 60 km; la massima profondità rappresentata in figura è di circa -830 m s.l.m. (Sezione n.2, Carcano et al., 2002)

    La presenza di acque ad elevata salinità, presenti alla base delle successioni stratigrafiche (Fig.9) relativi ai bacini marini, rappresentano il residuo della deposizione di sedimenti in ambiente marino. Il chimismo delle acque originarie, intrappolate nei sedimenti marini, è cloruro-sodico con salinità prossima ai 50 g/l. Una volta avvenuto il seppellimento dei sedimenti, i processi di ultrafiltrazione hanno favorito la salinità complessiva delle acque per effetto di un aumento della concentrazione dello ione cloro e degli elementi alcalino-terrosi a discapito di quelli alcalini, oltre ad un arricchimento in calcio e una corrispondente diminuzione di magnesio e potassio. Rispetto alle acque marine originarie le acque intrappolate nei sedimenti presentano anche, per effetto del frazionamento isotopico, un arricchimento in ossigeno pesante 18O e un impoverimento in deuterio. Per effetto di questi processi le acque marine si sono trasformate in sacche di salamoie, con salinità compresa tra i 150 e i 200 g/l, che tendono a assumere un comportamento plastico che non conferisce la mobilità ma permette solo movimenti ascensionali per ultrafiltrazione (Fig.10), con ulteriore aumento della salinità. Le acque salmastre possono interagire con acque dolci di diversa origine e caratteristica e il loro comportamento dipende dal modo in cui esse vengono a contatto. Di fatto spesso si formano delle stratificazioni di densità che permettono il mescolamento solo all’interfaccia, portando ad un aumento della salinità nelle acque dolci. Oltre che alle acque dolci provenienti dagli acquiferi sovrastanti, si può avere miscelazione con le acque calde che risalgo da zone più profonde, arricchite in solfati per effetto della lisciviazione dei gessi messiniani. Secondo Ricchiuto (1986), c’è anche la possibilità che le acque filtrate dall’alto, una volta intercettate le salamoie, si riscaldino e risalgano in un secondo momento. La pianura Padana, come altri grossi bacini sedimentari, presenta acque di fondo salate (Bellardone et al.,1987) a profondità variabili tra i 700 e i 6000 m (Coggiola et al., 1986), in corrispondenza del limite tra Miocene superiore e Pliocene inferiore, che sono riconducibili alla “crisi di salinità” del Messiniano e alla successiva trasgressione marina pliocenica.

    Fig.10: Schema non in scala in cui sono rappresentate le modalità di deflusso profondo nel Bacino di Savigliano. L’area gialla rappresenta la fascia di deflusso degli acquiferi superficiali, quelle verdi di quelli profondi, mentre l’area rosa costituisce l’area di flusso degli Acquiferi Molto Profondi (Irace et al., 2009).

    (Francani, 1985) definisce queste acque “altamente mineralizzate” e le associa a serbatoi profondi separati da diaframmi impermeabili o semipermeabili di grande spessore e afferma che a esse, per la loro giacitura e per la lentezza dei movimenti ai quali sono sottoposte, difficilmente possono essere attribuite le caratteristiche tipiche delle falde abitualmente sfruttate per acquedotti.

    SITUAZIONE MILANESE
    All’interno del territorio milanese e della relativa provincia, le uniche acque riconosciute ufficialmente come termo-minerali sono quelle che emergono in prossimità del comune di San Colombano al Lambro, in località Gerette (Pilla, 2006). Queste acque vengono estratte tramite pozzi che arrivano a profondità variabili tra i 10 ai 30 m e sono disposti a breve distanza tra loro. In questo caso la chimica delle acque permette di contraddistinguere due idrofacies, una a carattere salso-bromo-sodica e una di tipo sulfurea. Queste acque sono riconducibili all’acquifero profondo della Pianura Padana, a cui si associano le salamoie derivanti dai sedimenti di origine marina, che presentano un grado di mineralizzazione variabile, da pochi gr/l a circa 40gr/l di residuo fisso a 180° per l’idrofacies salso-bromo-iodica e da 500mg/l di residuo fisso a 180° per le fonti sulfuree (Pilla, 2006). La diversa composizione di queste acque è da attribuire a fenomeni di mescolamento differenziale avvenuti durante la risalita. Di fatto, la mineralizzazione di queste acque e la loro natura solforosa è legata, così come accade in alcuni settori dell’appennino settentrionale (Cavanna et al.,2004; Colombetti & Nicolodi, 2005), alla lisciviazione di depositi evaporitici (gessi messiniani) che, nel territorio relativo al comune di Milano, restano in profondità a causa della conformazione geologica del territorio, priva di strutture tettoniche superficiali. A differenza delle aree a nord della provincia, i depositi presenti nel sottosuolo milanese sono costituiti da orizzonti argillosi costanti e di notevole spessore, che non permettono ai contaminanti di superficie di raggiungere i livelli sottostanti e quindi permettono di mantenere le acque profonde incontaminate (Pilla,2006). Nella città di Milano, nei pressi dell’Arena, vengono a giorno da un pozzo delle acque, con una significativa connotazione sulfurea, che provengono da alcuni orizzonti acquiferi sabbiosi sabbiosi-argillosi profondi e in pressione, relativi ai depositi del Quaternario marino (Pilla, 2006). Al di sotto della litozona ghiaioso-sabbiosa e ai depositi palustri del Villafranchiano, a circa 250 m, la successione continentale lascia spazio ai sedimenti marini, da cui emergono le acque sulfuree. Dalle analisi presenti sul Sistema Informativo della Falda di Milano (Fig.11), è possibile osservare che queste acque, come quelle di San Colombano, possiedono una idrofacies di tipo bicarbonato calcica con un grado di mineralizzazione modesto (conducibilità elettrica 285-325 μS/cm). Oltre all’idrogeno solforato, che conferisce le tipiche proprietà organolettiche, sono presenti altre sostanze, come bicarbonati (~190 mg/l), calcio, sodio, cloruri (10 mg/l) e anche magnesio, potassio, solfati, nitrati, ammoniaca, ferro, manganese e fluoro, che si mantengono in concentrazioni basse, comprese tra qualche mg/l e alcune decine di μg/l.

     Fig.11: Tabella con le principali caratteristiche idrochimiche della fonte “Acqua Marcia” neglia anni 2000 -2003 (nd= non determinato; tratto dal Sistema Informativo della Falda di Milano)

    PROSPETTIVE DI SFRUTTAMENTO

    Oltre al particolare caso di San Colombano al Lambro, in generale, l’area del comune di Milano non può essere considerata come termale, non presentando emergenze naturali di acque termo minerali, ma dispone di riserve idriche situate all’interno dell’acquifero profondo che presentano qualità assimilabili a quelle delle sorgenti idrotermali e che quindi potrebbero essere sfruttate anche esse, come accade in luoghi limitrofi, per la realizzazione di bagni terapeutici. Le connotazioni idrochimiche prima citate (Fig.11) non si discostano in modo sostanziale da quelle delle acque circolanti all’interno degli acquiferi più profondi, che possono presentare, per l’appunto, idrofacies chimiche e gradi di mineralizzazione sostanzialmente simili. Come visto nei paragrafi precedenti, la conformazione geologica del territorio comunale di Milano e della pianura padana in generale, ha permesso l’accumulo di importanti quantitativi di acque mineralizzate nel sottosuolo profondo, che di fatto rappresentano una risorsa sia dal punto di vista ambientale che economico. A tal proposito si può far riferimento al progetto, ventilato alcuni anni fa, di realizzazione di terme cittadine all’interno dell’area relativa all’ex ippodromo, in zona San Siro, dove attualmente si stanno eseguendo delle perforazioni per raggiungere l’acquifero profondo in cui sono conservate le acque mineralizzate. L’opera in questione permetterà di estrarre acque di natura termale direttamente in sito, evitando l’esportazione da aree termali o il trattamento di acque non mineralizzate. Questo tipo di impianti termali potrebbe essere esteso a diverse zone del comune di Milano, rappresentando un punto di partenza per trasformare l’area in zona termale e quindi beneficiare di tutti gli aspetti legati alla presenza di terme cittadine.

    CONCLUSIONI

    Le acque minerali potrebbero rappresentare per Milano una risorsa economica importante, che si basa sull’esclusività di possedere terme a carattere naturale, alimentate dagli acquiferi profondi nel sottosuolo e non soggette a condizionamento da parte dell’uomo. Lo sfruttamento di tali giacimenti pone, però, alcune limitazioni pratiche, non solo per la loro elevata profondità dal piano di campagna, ma anche in relazione alla difficile identificazione di importanti discontinuità tettoniche in grado di aumentare, localmente, la bassa conducibilità idraulica che possiedono i terreni che veicolano le acque minerali e, di conseguenza, incrementare la produttività degli eventuali pozzi di captazione (Pilla, 2006). La presenza di terme con acque minerali naturali, oltre ad aumentare il prestigio degli impianti, sarebbe una fonte di attrazione per molte persone, poiché risulterebbe più facile da raggiungere rispetto a sistemi termali attualmente utilizzati e presenti in altre zone. L’investimento legato alla realizzazione di terme potrebbe risultare vantaggioso su tutti i fronti, considerando che i benefici legati ai trattamenti con acque minerali naturali vengono considerati come beni di lusso e in quanto tali, promettono un guadagno da parte di possibili investitori che andrebbero a ricoprire in breve tempo le spese sostenute.


    Le Terme a Milano
    di Cristina Arduini

    Parlare di terme a Milano sembra anacronistico, invece nei secoli passati a partire dai Romani le terme a Milano esistevano. Magari non come lo intendiamo noi adesso, ma in una delle capitali dell’Impero Romano nel secolo II secolo D.C. c’erano le terme Erculee e le terme nell’immenso palazzo imperiale, alimentate dai ricchissimi corsi d’acqua milanesi.
    Ci ha provato anche in epoca napoleonica l’architetto Giovanni Antonio Antolini che voleva costruire in Foro Bonaparte un grandioso edificio per i bagni pubblici. E che dire dell’Acqua Marcia presente al Parco Sempione dagli anni 30 del secolo scorso?
    Ma grazie ai vincitori del concorso Reinventig cities della rete delle città del mondo – C40 – a pochi passi dallo stadio di San Siro in un’area abbandonata per varie vicissitudini da decenni, nascerà una vera e propria stazione termale.
    La zona interessata saranno le vecchie scuderie De Montel , sito di interesse storico, parzialmente occupato da edifici affacciati su un cortile, utilizzati in origine per l’addestramento dei cavalli e per le competizioni equestri. Le Scuderie sono un’importante esempio di stile Liberty dell’inizio del XX secolo, con dettagli artistici e stilistici ancora riconoscibili, nonostante il notevole stato di degrado e sotto la tutela della Soprintendenza.
    La caratteristica fondamentale di queste terme sarà data da un pozzo, già scavato nel 2008, che utilizzerà le acque mineralizzate profonde, che raggiunge circa 330 metri di profondità con portata media di 15 litri secondo e le sue acque verranno impiegate per i vari usi come idropinici , bagni, previsti dal riconoscimento che verrà rilasciato dal Ministero della Salute.


    BIBLIOGRAFIA

    Arpa Lombardia, 2013, “Stato delle acque sotterranee della provincia di Milano, rapporto annuale 2012”

    Bellardone, G.F., Bonfant, F., Coggiola, F., De Luca, D.A., Di Gioia, M., Governa, M.E., Masciocco, L., Olivero, G.F., Pasqualotto, M., Ricci, P., Surace, F., Zauli, M., Zuppi, G.M., 1987. Isotope hydrology in Po Valley. Studi idrogeologici sulla Pianura Padana, 4, 1-21.

    Beretta G. P., Francani V. e Scesi L. ,1983.- Struttura idrogeologica della Provincia di Milano. In: Studio idrogeologico della pianura padana compresa tra Adda e Ticino, a cura di Cavallin A., Francani V. E Mazarella S., Costruzioni 326-327, Milano.

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    Pagani Gabriele, 2017- ” Storie d’Acqua” Edizioni Furlan

    Pilla, G., Sacchi, E., Zuppi, G., Braga, G., & Ciancetti, G., 2006. Hydrochemistry and isotope geochemistry as tools for groundwater hydrodynamic investigation in multilayer aquifers: a case study from Lomellina, Po plain, South-Western Lombardy, Italy. Hydrogeology Journal, 14(5), 795-808.

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    Scardia G., De Franco R., Muttoni G., Rogledi S., Caielli G., Carcano C., Sciunnach D. e Piccin A., 2012. Stratigraphic evidence of a Middle Pleistocene climatedriven flexural uplift in the Alps. Tectonics, 31, TC6004, doi: 10 .1029/2012TC003108

    Valvo A. 2006, “Fruizione e culto delle acque salutari in territorio lombardo”, in Usus veneratioque fontium 2006, pp. 363-384.

    LE ACQUE IN EMILIA ROMAGNA

    La Regione Emilia – Romagna  è, dal punto di vista idrologico, un territorio complesso; l’acqua si presenta  in molte differenti forme, che  interagiscono tra loro formando un complesso intreccio di corpi idrici, superficiali e sotterranei, che modellano e caratterizzano la morfologia ed il paesaggio. La Regione ha predisposto da tempo interventi, controlli e piani, dedicandoci un sito apposito, suddiviso secondo le tipologie delle acque.

    Nel 2013 si è concluso il progetto europeo WATER CoRe , incentrato sulla scarsità idrica e siccità ed in sintesi ha l’obiettivo di individuare misure sostenibili e durevoli per affrontare la carenza idrica, la siccità e gli effetti del cambiamento climatico nelle regioni d’Europa, e favorirne un efficace trasferimento e una concreta applicazione territoriale.
    La tutela delle acque superficiali e sotterranee  si basa su attività di pianificazione, gestione, controllo e valutazione di questi corpi idrici. La Regione elabora e predispone gli indirizzi e le linee per lo sviluppo delle reti di monitoraggio quali-quantitative, la definizione delle banche dati e la valutazione dei risultati rilevati. Fin dal 1976 è stata istituita una prima rete di monitoraggio delle acque sotterranee, limitatamente al controllo della piezometria  ( livelli di falda) e della conducibilità; nel 1987-88 sono stati aggiunti una serie di nuovi pozzi e le indagini sono state ampliate anche alla componente qualitativa.

    La Regione ha  pubblicato un portale di dati ambientali molto aggiornato. Il sito Dati ambientali dell’Emilia-Romagna è nato con l’obiettivo di apportare un’innovazione all’interno del sistema reportistico ambientale regionale attraverso la creazione a partire da un report di tipo statico, “l’Annuario regionale dei dati ambientali”, di una sua corrispondente versione web.


    DATI

    Per le  acque sotterranee sono a disposizione sul sito della Regione Emilia Romagna carte delle riserve idriche ( vedi qui), mentre sul Geoportale sono reperibili le carte geologiche e i dati del censimento relativo alle acque interne .Altri dati sul sito di ARPAE Emilia Romagna.

    Nel settembre 2020 partendo dalla raccolta di oltre 300 segnalazioni di sorgenti libere con peculiare mineralizzazione (in massima parte, sulfuree) e di sorgenti e pozzi di acque minerali e termali “storiche” (documentati nelle richieste di concessione e nei permessi di ricerca anteriori al 1999), è stata realizzata una nuova banca dati che raccoglie informazioni relative ad acque sotterranee dalle caratteristiche chimico-fisiche diverse dalla norma. Il nuovo strato informativo offre una panoramica su questa risorsa naturale, utilizzabile anche come contributo ai quadri conoscitivi per la pianificazione territoriale e per l’individuazione dei servizi ecosistemici (ad esempio legati all’aspetto turistico, storico e culturale), in attuazione della L.R. 24/2017. Verrà predisposto per la pubblicazione sulla piattaforma Minerva della Direzione generale Cura dell’ambiente e del territorio della Regione e documenta, nel settore montano della regione, le manifestazioni naturali (sorgenti) e le captazioni (sorgenti e pozzi) di acque sotterranee in massima parte “fredde” e aventi un insieme di caratteri chimici naturali tali da renderle peculiari. La nuova banca dati è illustrata da un report che offre informazioni dettagliate sulla classificazione utilizzata e sul confronto con altri fenomeni geologici riconducibili a manifestazioni naturali storicamente note nell’area appenninica della nostra regione.

    I tre siti Web di cartografia interattiva per la consultazione delle carte dei suoli e carte tematiche derivate della regione Emilia-Romagna sono i seguenti:

    • CARTPEDO –  carte prodotte dal settore Suolo della Regione Emilia Romagna.
    • WEBGIS – sono presenti tematismi puntuali, come dati ambientali, analisi terreni  e le stazioni di misura della falda.
    • CATALOGO – su questo sito sono disponibili: disegno appezzamenti, piano di concimazione, riconoscimento suoli aziendali, carta dei suoli 1:50.000, dati analisi terreni.

    Si segnalano in particolare:

    Presente un elenco di tutti i tematismi consultabili e scaricabili.

    Per tutte le 20 regioni italiane, sono indicati i siti Web di cartografia interattiva in cui sono disponibili carte dei SUOLI e carte tematiche derivate e dove scaricare i dati.

    PIANO DI TUTELA DELLE ACQUE

    Il Piano di Tutela delle Acque (PTA), conformemente a quanto previsto dal D. Lgs. 152/99 e dalla Direttiva europea 2000/60 (Direttiva Quadro sulle Acque), è lo strumento regionale volto a raggiungere gli obiettivi di qualità ambientale nelle acque interne e costiere della Regione, e a garantire un approvvigionamento idrico sostenibile nel lungo periodo.


     AUTORITA’ DI BACINO E DISTRETTI IDROGRAFICI

    Sempre in ottemperanza alla Direttiva 2000/60/CE, il territorio dell’Emilia-Romagna ricade in tre Distretti Idrografici, quello Padano, quello dell’Appennino Settentrionale e quello dell’Appennino Centrale. Per il territorio di competenza della Regione Emilia-Romagna l‘Autorità di Bacino del fiume Po, l’Autorità di Bacino dell’Arno e l’Autorità di Bacino del fiume Tevere hanno coordinato e redatto i Piani di Gestione della Acque rispettivamente per il Distretto Idrografico Padano, Appennino Settentrionale e Appennino Centrale, che sono stati adottati in sede di Comitato Istituzionale delle Autorità di Bacino Nazionali i Piani di Gestione dei Distretti Idrografici Padano, Appennino Settentrionale e Appennino Centrale, rispettivamente con:

    – Delibera del Comitato Istituzionale dell’Autorità di bacino del fiume Po n. 1 del 24/02/2010

    Delibera del Comitato Istituzionale dell’Autorità di bacino del fiume Arno n. 206 del 24/02/2010

    – Delibera del Comitato Istituzionale dell’Autorità di bacino del fiume Tevere n. 1 del 24/02/2010.

    Alle Autorità di Bacino è attribuito il compito di pianificazione e di programmazione al fine di fornire uno strumento – il Piano di bacino – per il governare unitario del bacino idrografico. La Regione Emilia-Romagna ha dato attuazione ai principi introdotti dalla legge 183/1989 e oggi, nel suo territorio, sono costituite ed operanti le seguenti Autorità di bacino: Autorità di Bacino interregionale Marecchia e ConcaAutorità di Bacino interregionale Reno ,Autorità dei Bacini regionali Romagnoli  Autorità di Bacino del Fiume PoAutorità di Bacino del Fiume Tevere.

    Nella seduta del 17 dicembre 2015 il Comitato Istituzionale dell’Autorità di bacino ha approvato (con propria Deliberazione n. 8/2015) la Direttiva “Valutazione del rischio ambientale connesso alle derivazioni idriche in relazione agli obiettivi di qualità ambientale definiti dal Piano di gestione del Distretto idrografico Padano” (di seguito brevemente definita “Direttiva Derivazioni”), il cui testo è scaricabile dal sito web dell’Autorità.

    La Direttiva Derivazioni introduce un metodo di valutazione delle derivazioni di acque superficiali o sotterranee finalizzato alla verifica della compatibilità delle derivazioni stesse rispetto agli obiettivi di tutela ed alle previsioni contenuti nel Piano di Gestione del Distretto idrografico (“PdGPo”) e, più in generale, rispetto alla normativa di settore, in conformità alle previsioni di cui all’art. 12 bis, comma 1, lettera a del R.D n. 1175/1933 nonché alle finalità di controllo di cui all’art. 7, comma 2 del medesimo Regio Decreto.

    L’applicazione della Direttiva Derivazioni costituisce quindi la condizione minima necessaria per verificare la compatibilità delle derivazioni oggetto delle istanze di nuova concessione o di rinnovo di quelle preesistenti rispetto alle finalità ed agli obiettivi prevsti dalle suddette disposizioni di legge e di Piano, nonché rispetto alle prescrizioni formulate in sede comunitaria.

    L’applicazione di detta Direttiva è obbligatoria per tutte le istanze di nuova derivazione e di rinnovo presentate dal 12 gennaio 2016. Per le istanze in corso di istruttoria alla data di adozione, al Direttiva assume il valore di linea guida a supporto della valutazione di compatibilità della derivazione rispetto agli obiettivi del PdGPo vigente.


    AIPO- AGENZIA INTERREGIONALE FIUME PO

    Mentre l’Agenzia Interregionale per il fiume Po –  AIPo, con quattro leggi approvate dai Consigli Regionali di Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, è stata istituita, dal 2003,  ente strumentale delle quattro Regioni, che raccoglie l’eredità del disciolto Magistrato per il Po (istituito nel 1956) e cura la gestione del reticolo idrografico principale del maggiore bacino idrografico italiano, occupandosi, essenzialmente, di sicurezza idraulica, di demanio idrico e di navigazione fluviale.

    Per svolgere tali funzioni, AIPo è articolata con sedi territoriali nel bacino – da Torino (Moncalieri), fino a Rovigo – e ha la sua sede principale a Parma. Dal suo sito è accessibile il geoportale che raccoglie i dati delle regioni interessate riguardanti il reticolo maggiore. In diretta sono disponibili i dati del monitoraggio idrografico e la possibilità di estrapolare i dati storici.


    SERVIZIO IDRICO INTEGRATO E AUTORITA’ IDRICA

    Il Servizio Idrico Integrato, è l’insieme dei diversi segmenti di gestione dei servizi pubblici di captazione, adduzione e distribuzione d’acqua a usi civili, di fognature e depurazione delle acque reflue.

    Il Servizio in genere viene fornito da un gestore che può essere pubblico o privato, anche se ormai a seguito del referendum del 2011 in Italia si tende ad una gestione pubblica.

    Con la L.R. 23/2011 la Regione Emilia-Romagna ha adempiuto alle prescrizioni della L 191/2009 prevedendo l’individuazione di un unico Ambito territoriale ottimale comprendente l’intero territorio regionale (ed eventualmente in casi particolari anche Comuni esterni limitrofi al confine regionale) e riattribuendo le funzioni delle vecchie Agenzie provinciali ad un nuovo organismo pubblico dotato di autonomia amministrativa, contabile e tecnica, l’Agenzia territoriale dell’Emilia-Romagna per i servizi idrici e rifiuti.

    L’Agenzia , tramite i suoi organi provvede ad una serie di compiti e controlli ed ha raggruppato gli ex Ato ( Piacenza, Modena, Ravenna, Rimini e Forlì- Cesena). L’Agenzia mantiene i rapporti con l’Autorità del Gas e dell’Energia, autorità cui è stata demandata anche la regolazione nazionale del servizio idrico nazionale. La tariffa idrica viene definita sulle base dei dettami sempre dell’Autorità, mentre la tutela dell’utente è affidata ad un Comitato consultivo degli utenti e dei portatori di interesse ai fini del controllo della qualità del servizio idrico integrato e del servizio di gestione dei rifiuti urbani.


    AGENZIA PER LA PREVENZIONE, L’AMBIENTE E L’ENERGIA  (ARPAE)

    Agenzia regionale per la prevenzione, l´ambiente e l´energia dell´Emilia-Romagna (Arpae), che integra le funzioni di Arpa (istituita con la legge regionale n.44 del 1995) e dei Servizi ambiente delle Province, è stata istituita con legge regionale n.13/2015 ed è operativa dal primo gennaio 2016.
    Arpae esercita, in materia ambientale ed energetica, le funzioni di concessione, autorizzazione, analisi, vigilanza e controllo, nelle seguenti materie: risorse idriche; inquinamento atmosferico, elettromagnetico e acustico, e attività a rischio d´incidente rilevante; gestione dei rifiuti e dei siti contaminati; valutazioni e autorizzazioni ambientali; utilizzo del demanio idrico e acque minerali e termali.
    Per le acque vi sono dati di monitoraggio e report annuali sia per le sotterranee che per le superficiali. (Vedi esempio)

    Consistenza della rete per tipologia di monitoraggio e per provincia


    CONCESSIONI DI DERIVAZIONE D’ACQUA

    La Regione esercita direttamente le funzioni di gestione dei beni del demanio idrico, come stabilito dall’art. 141 della Legge Regionale 21 aprile 1999, n. 3 e con apposito regolamento disciplina il procedimento di concessione (Regolamento Regionale n.41/2001).

    Dal 1 maggio 2016 i Servizi Tecnici di Bacino (STB) della Regione Emilia-Romagna, che dal 2002 avevano il compito di esercitare i compiti relativi al rilascio delle concessioni di derivazione d’acqua  sono stati soppressi e le loro funzioni demandate alle Strutture Autorizzazioni e concessioni (Sac) di Arpae e all’Agenzia regionale per la sicurezza territoriale e la protezione civile.

    All’Agenzia regionale  per la sicurezza territoriale e la protezione civile sono demandati i compiti riguardanti la prevenzione del dissesto idrogeologico e sicurezza idraulica, servizio di piena, nonché il nullaosta idraulico, i pareri previsti dalla normativa di settore e le funzioni in materia di trasporto marittimo e fluviale.

    Alle Strutture Autorizzazioni e concessioni (Sac) di Arpae le aree demaniali mediante il rilascio delle concessioni; le risorse idriche mediante il rilascio delle concessioni per gli usi extradomestici e la “presa d´atto” per gli usi domestici.

    Le concessioni demaniali acqua e suoli sono quindi passate alle nuove strutture di ARPAE.
    Qui la nuova modulistica per concessioni, comunicazioni e richieste.

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    CONSORZI DI BONIFICA

    I consorzi presenti sul territorio regionale sia di primo, secondo e di miglioramento fondiario sono i seguenti:

    Storie interessanti da raccontare e ricordare


    Mi piace curiosare nelle vecchie storie, mi piace leggere come vivevano nello stesso ambiente dove vivo io ora. Mi piace sapere che cosa c’era dove adesso esiste un supermercato  e come nei secoli sia cambiato lo stesso luogo. O ancora di che cosa si è appassionato chi mi ha preceduto?
    In questa ricerca aiuta molto il web, dove esistono centinaia di archivi digitalizzati di intere biblioteche. Gli articoli, i saggi e le storie sono milioni, ma è anche facile trovare ciò che si cerca. Se si sa cosa cercare, nel senso che basta una parola, una riga letta in un libro o un link suggerito per trovare storie interessanti. Qui voglio condividere alcune delle ricerche, piccole perle trovate in riviste o libri che nessuno apre da decenni o centinaia di anni. Nello stesso tempo mi piace vivere nel presente con tutte le sue contraddizioni e parlarne


    25 settembre 2020

    Oggi è stato diffuso dal World Health Organisation (WHO) un video che celebra il comportamento dell’Italia durante la pandemia e, anche se non sembra di primo acchito, quanto succede è collegato al riscaldamento globale. Mi piacerebbe che avessimo da domani lo stesso comportamento nei confronti dell’ambiente. Grazie Italia, avanti cosi!


    maggio 2020

    In effetti non è facile cercare tra le vecchie carte, soprattutto qualcosa che possa interessare adesso. Ebbene, come tutti sanno in Italia ci sono i maggiori consumatori di acque minerali al mondo. Abbiamo centinaia di etichette e di sorgenti da cui preleviamo acqua che la normativa nazionale ci consente di definire acque minerali con concentrazioni di minerali più o meno utili. Di fatto la utilizziamo come acqua potabile, convinti che quella che arriva dai rubinetti non sia salubre ed è una bufala che non si riesce a far riconoscere come tale.
    Invece nel XIX secolo le acque minerali avevano il ruolo che loro compete, ossia la salvaguardia della salute ed un aiuto per i malanni. In un epoca in cui non esistevano i farmaci o tecnologie come ora, le cure “idropiniche” e “andare alle terme” era un valida alternativa. Solo per chi poteva permetterselo.
    E le acque delle fonti di San Pellegrino erano famose e meta di viaggi e cure, tanto che nel 1892 venne scritto un libro che racconta cure e le gite consigliate in zona. Ne consiglio la lettura, anche degli “annunzi” che ci raccontano come facevano pubblicità allora.

    da Archivio Fondazione Fiera di Milano


    aprile 2020

    Ma chi era Eunice Foote?

    Appunto chi era?

    È stata la prima scienziata ad aver sperimentato l’effetto di riscaldamento della luce solare su diversi gas e ha teorizzato che il cambiamento della percentuale di anidride carbonica nell’atmosfera avrebbe cambiato la sua temperatura. Nel suo articolo ” Circumstances affecting the heat of the sun’s raysapparso sull’American Journal of Science and Arts del novembre 1856 teorizza e dimostra la sua ipotesi.

    Dimenticata nei secoli è stata riscoperta da un geologo americano in pensione Ray Sorenson nel 2011, che scrisse un articolo sulla rivista dell’Associazione Americana dei Geologi Petroliferi.

    In seguito vennero svolte maggiori ricerche e ora è universalmente riconosciuta come il precursore degli studi sul cambiamento climatico come riassume un articolo su Micron


    Per non dimenticare le mirabili opere di ingegneria. Di quando Milano era “maestra”

    In questo articolo attuale uscito su Servizi a reti si narra di vecchie storie milanesi inerenti i Navigli raccontate da Empio Malara,profondo conoscitore dei canali milanesi.

    Veduta presa sul ponte di porta Orientale con la neve – A. Inganni


    I ponti  della Cerchia al tempo della Fossa Interna

    Quando a Milano la Fossa interna era funzionante ed i barconi l’attraversavano con ogni tipo di mercanzia alimentari, pietre, legname, carta, etc.) in molti punti della città erano presenti numerosi ponti per consentire la continuità del traffico viario, ponti che nel tempo sono sempre più aumentati di numero per adeguarsi alle necessità di traffico sempre più sostenute (erano ben 23 prima della copertura avvenuta nel 1929).
    Guido Rosti, appassionato studioso delle acque milanesi, ha scosso la polvere dei secoli dalla storia dei ponti che scavalcavano la fossa interna e la racconta  in questa precisa ricostruzione.

     Carta del 1573 di Antonio Lafrery


    L’albero

    Il conte Antonio Cavagna SanGiuliani di Gualdana della Zelata di Bereguardostorico italiano, visse nell’Ottocento essenzialmente nel Vogherese e possedeva, nella sua biblioteca, circa centomila volumi, che, alla sua morte avvenuta nel 1913 venne integralmente acquistata dall’Università dell’Illinois, come scrive Lombardia Beni culturali sulla pagina dedicata.
    Tra i volumi che possedeva in biblioteca erano catalogati i numeri della rivista mensile del Touring Club Italiano, un piccolo gioiello dove trovare informazioni sui pensieri e la proposte di viaggio di allora. Visto il tema del mio sito, che si occupa principalmente di acqua e dei suoi utilizzi vi propongo un articolo apparso sul numero di gennaio del 1909 che riguarda il rapporto dell’uomo con i boschi,  e dei boschi con l’acqua, tema quanto mai attuale.


    La più vecchia carta geologica del mondo

    In tema con questo sito che si occupa principalmente di acque sotterranee, vi parlo oggi di un papiro che si trova nel Museo Egizio di Torino. Papiro reperito nell’Ottocento da viaggiatori italiani incuriositi ed affascinati dalle antichità dell’Antico Egitto in un’area ora conosciutissima come il villaggio degli operai che scavarono le tombe dei Faraoni del Nuovo Regno, Deir- el- Medina. Il papiro lungo tre metri e largo 80 cm è la più antica mappa geografica e mineraria conosciuta. Dopo numerose indagini si arrivò a stabilire la collocazione geografica e la  mappa indicherebbe infatti la porzione di una decina di Km di lunghezza di una valle nel deserto denominata Wadi Hammamat.

    Per approfondire su un sito di viaggi che riassume brevemente la storia: Terre Incognite


    Il bosco ed il pascolo

    Sfogliando ancora la rivista del Touring del 1909 si trova nel numero di giugno un altro articolo sul bosco, ma si parla anche dei pascoli, allora molto più importanti dei nostri tempi, in cui gli animali vengono nutriti in modi diversi.


    Le acque minerali secondo padre Ottavio Ferrario

    Vissuto a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento dopo aver preso i voti nell’Ordine di San Giovanni di Dio, Padre Ferrario diresse, tra gli altri numerosissimi impegni, la farmacia dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano. Nell’ambito della chimica farmaceutica fece alcune importanti scoperte, ma qui vi offro due piccole storie che narrano di acque minerali. In un’epoca in cui non esistevano le medicine odierne e nemmeno si immaginavano i supercalcolatori che possono scovare molecole utili a combattere le malattie in poche settimane, la ricerca di una cura miracolosa era la prassi. Leggendo i due articoli traspare il suo rigoroso approccio scientifico allo studio delle proprietà delle acque minerali e la precisione delle analisi e reazioni chimiche per scoprire, con i mezzi dell’Ottocento, le reali proprietà terapeutiche.

    Il primo studio, apparso sulla rivista del Reale Istituto Lombardo di Scienze e Lettere ( volume VII delle memorie, 1859) è una disamina delle varie tipologie di acque minerali  classificandole in base alla geologia e  la chimica.

    Il secondo è un saggio analitico di un’acqua “purgativa” di una fonte vicina a Settala  effettuato su invito del Conte di Settala.  Settala è un comune nella parte est della Città Metropolitana di Milano e nei secoli passati era molto di ricca di fontanili o sorgenti. La effettiva collocazione geografica è complicata dal fatto che il bosco di San Michele citato nel saggio probabilmente non esiste più, ma le caratteristica fisico-chimiche verificate dal Ferrario sono le stesse dei fontanili tuttora esistenti.

    Padre Ottavio Ferrario


    L’acqua miracolosa del Santuario di Santa Maria del Fonte

    Sicuramente non è famosa come l’acqua di Lourdes, dove arrivano milioni di persone, ma anche nei dintorni di Milano, ora però in provincia di Bergamo, abbiamo un’ acqua miracolosa. Come ci riporta  Paolo Morigi, nella sua famosa “Historia e Origine della Famosa Fontana della Madonna di Caravaggio“, pubblicato nel 1635 dove racconta la storia dell’apparizione della Madonna ad una giovane donna il 26 maggio 1432. Nello stesso punto apparve una sorgente d’acqua che tuttora sgorga. Con una precisazione maniacale il gesuita Morigi ci racconta la cronistoria dell’apparizione, i dubbi della donna, la gente che le crede, l’incontro con il Duca di Milano e soprattutto un elenco di numerose pagine di tutti i miracoli attribuiti con i nomi e le storie delle persone toccate da questa fortuna.

    Ritratto di Paolo Morigi alla Pinacoteca Ambrosiana

    Fiume Po a Torino di Claudio Dovizia

    LE ACQUE IN PIEMONTE

    La Regione Piemonte sta effettuando un percorso di valorizzazione e della salvaguardia delle risorse idriche, cominciato all’inizio degli anni 2000. Nella pagina dedicata sono sintetizzati tutti gli atti e i documenti inerenti le acque suddiviso per tipologia di acque interessate e azioni intraprese.

    Come definito dalla Legge regionale 29 ottobre 2015, n. 23Riordino delle funzioni amministrative conferite alle Province in attuazione della legge 7 aprile 2014, n. 56 (Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni), la Regione mantiene i compiti di programmazione, gestione integrata delle risorse idriche e coordinamento del sistema informativo regionale SIRA, mentre le Province hanno in carico, oltre al mantenimento delle reti di monitoraggio, la funzione amministrativa del rilascio delle piccole e grandi derivazioni.

    Nel 2016 ha predisposto un sito apposito sugli sprechi alimentari  – una buona occasione –  dove l’idea  è quella di incidere sulle cause che contribuiscono a formare l’eccedenza del cibo, cercando così di prevenirla. Uno dei punti trattati è lo spreco dell’acqua, collegato alla produzione del cibo.


    DOCUMENTAZIONE TECNICA E DATI

     Consultabile il GIS relativo alle stazioni di monitoraggio delle acque. Il Geoportale con i dati sul territorio è disponibile anche per i download.

    Dal mese di Ottobre 2018 possibile partecipare direttamente al  Forum Web Acque la nuova piattaforma web creata dalla Direzione Ambiente, Governo e Tutela del territorio riservata a tuttte le organizzazioni sensibili all’Ambiente ed alle risorse idriche. Per maggior dettagli clicca qui!

    Piano di Tutela delle Acque in corso di revisione. I Nel link proposto vi sono anche tutti gli aggiornamenti. I Contratti di fiume ed i Contratti di lago costituiscono un metodo di lavoro per la gestione negoziata e partecipata delle risorse idriche alla scala di bacino idrografico. In Piemonte sono attivi parecchi piani alcuni interprovinciali ed interregionali.

    OPEN DATA La pubblicazione dei dati soprattutto ambientali è forse il punto focale del cambiamento di mentalità delle Pubbliche Amministrazioni  e l’Italia ha imparato da poco che invece di essere un problema è una risorsa. I dati  pubblici sono tutte le informazioni create, raccolte o gestite da parte di un Ente pubblico e fanno parte del patrimonio comune.

    STATO DELL’AMBIENTE REGIONALE PIEMONTESE  

    Portale dedicato aggiornato di anno in anno con i dati ambientali rielaborati ed infografiche ad hoc.

    SISTEMA PIEMONTE

    Sistema Piemonte  è il portale di servizi on-line per agevolare i rapporti con i suoi utenti. Si rivolge a cittadini, imprese e operatori pubblici e lo fa in modo semplice e trasparente. È uno spazio pensato per fornire informazioni utili e servizi come, ad es, per le acque di verificare lo stato della concessione rilasciata e di stampare un promemoria dei pagamenti effettuati e di inserire i dati relativi ai quantitativi d’acqua effettivamente derivati o scaricati. Inoltre in caso di ritardi di pagamenti viene fornita anche la possibilità di calcolare l’effettivo canone dovuto  con  eventuali interessi. Dal Sistema Piemonte si accede anche al Geoportale che è il punto di raccolta del patrimonio di conoscenza su base cartografica disponibile presso gli Enti della Pubblica Amministrazione piemontese, per la condivisione e l’interscambio dei dati. Attraverso il Catalogo dei Dati Territoriali è possibile ricercare, consultare, scaricare i dati ed accedere ai relativi servizi territoriali.


    AUTORITA’ DI BACINO DEL FIUME PO  

    La Regione Piemonte in ottemperanza alla Direttiva 2000/60  ricade nel distretto idrografico padano ed il bacino idrografico del Po interessa il territorio di Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Trentino, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, e si estende anche a porzioni di territorio francese e svizzero.

    L’ambito di competenza dell’Autorità di bacino riguarda il territorio compreso nella perimetrazione definita e approvata con DPR 01/061998 e successivamente pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 173 del 19/10/1998, con annessa cartografia alla scala 1:250.000. Esiste un portale di dati

    Si segnala la Direttiva alluvioni e il Piano di Bilancio Idrico.


    Agenzia Interregionale del Fiume Po

    Mentre l’Agenzia Interregionale per il fiume Po –  AIPo, con quattro leggi approvate dai Consigli Regionali di Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, è stata istituita, dal 2003,  ente strumentale delle quattro Regioni, che raccoglie l’eredità del disciolto Magistrato per il Po (istituito nel 1956) e cura la gestione del reticolo idrografico principale del maggiore bacino idrografico italiano, occupandosi, essenzialmente, di sicurezza idraulica, di demanio idrico e di navigazione fluviale.

    Per svolgere tali funzioni, AIPo è articolata con sedi territoriali nel bacino – da Torino (Moncalieri), fino a Rovigo – e ha la sua sede principale a Parma. Dal suo sito è accessibile il geoportale che raccoglie i dati delle regioni interessate riguardanti il reticolo maggiore. In diretta sono disponibili i dati del monitoraggio idrografico e la possibilità di estrapolare i dati storici.


    AGENZIA REGIONALE PER LA PROTEZIONE DELL’AMBIENTE

    Arpa Piemonte è stata istituita con la legge regionale n. 60 del 13 aprile 1995. La legge regionale n. 28 del 20 novembre 2002 ha assegnato all’Agenzia anche le competenze su previsione e prevenzione dei rischi naturali, rendendola così titolare di tutte le funzioni di tutela e controllo in materia ambientale. Le pagine dedicate all’acqua, suddivise per tipologie (corsi d’acqua, laghi, acque sotterranee) e usi sono incentrate sulle reti di monitoraggio e documenti prodotti come lo stato dell’Ambiente.

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    SERVIZIO IDRICO INTEGRATO E AMBITI TERRITORIALI

    Da Legge Regionale n. 7 del 24 maggio 2012 art.2: “Le funzioni di organizzazione del servizio idrico integrato, ivi comprese quelle di elaborazione, approvazione e aggiornamento del relativo piano d’ambito, di scelta della forma di gestione, di determinazione e modulazione delle tariffe, di affidamento della gestione e di controllo diretto, restano confermate in capo agli enti locali ai sensi dell’ articolo 142 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152(Norme in materia ambientale). Gli enti locali esercitano, senza soluzione di continuità e ad ogni effetto di legge, le funzioni di cui al comma 1 secondo le disposizioni della legge regionale 20 gennaio 1997, n. 13 concernenti il servizio idrico integrato, modificata dalla legge regionale 4 luglio 2005, n. 8, sulla base delle convenzioni stipulate in attuazione della l.r. 13/1997.”

    Con la stessa legge la Regione Piemonte ha ribadito gli Uffici d’Ambito esistenti.

    AUTORITA’ D’AMBITO 1: Verbano Cusio Ossola e Novarese

    Ricopre il territorio delle Province di Novara e del Verbano Cusio Ossola, la prima non completamente. L’A.T.O. n.1 “Verbano Cusio Ossola e Pianura Novarese”, ha una superficie di oltre 3.600 Kmq, pari a circa il 14% del territorio regionale. La percentuale prevalente appartiene alla Provincia di Verbania con il 63%, il restante 37% alla Provincia di Novara. La densità demografica media dell’A.T.O. n. 1 è di circa 140 ab/Kmq, con una popolazione totale di 502.609 abitanti, così ripartita: 68% appartenente alla Provincia di Novara, 32% a quella del VCO. I comuni interessati sono 164. Il Gestore unico è Acqua Novara VCO spa

    AUTORITA’ D’AMBITO 2: Biellese, Vercellese e Casalese

    Lautorità è costituita dalle Amministrazioni Provinciali di Biella, Vercelli , Alessandria, Torino e Novara, dalle  quattro Comunità Montane appartenenti alle Province di Vercelli e Biella e dai  184 Comuni rientranti nella perimetrazione territoriale dell’Autorità d’Ambito n. 2 così come previsto dalla L.R. 13/97 ed appartenenti alle province di Vercelli, Biella , Alessandria e Torino. I gestori sono diversi (vedi elenco).

    AUTORITA’ D’AMBITO 3: Torinese

    L’ATO 3 comprende un ampio territorio, interamente situato in Provincia di Torino ed è costituito da 306 Comuni raggruppati, a seguito del riordino delle Comunità Montane, in 6 Comunità Montane e 13 Aree Territoriali Omogenee. I gestori sono due: Smat Torino che copre 212 comuni e Acea Pinerolese 54 comuni.

    AUTORITA’ D’AMBITO 4: Cuneese

    L’Autorità d’Ambito del Cuneese è  operativa dall’11 Settembre 2002, Il territorio servito è composto da 250 Comuni dell’ATO/4 dove  risiede una popolazione di quasi 560.000 abitanti con quasi 10.000 km di rete d’acquedotto alimentata da oltre 1.000 opere di captazione, di quasi 150.000 mc di serbatoi di compenso, di oltre 3.000 km di reti fognarie e di quasi 800 impianti di depurazione (tra piccoli – fosse “Imhoff” in numero di oltre 600 – medi e grandi: Cuneo, Alba, Fossano, Savigliano, Bra, Mondovì, Saluzzo ecc.).

    AUTORITA’ D’AMBITO 5: Astigiano – Monferrato

    L`Autorità d`Ambito n.5 Astigiano Monferrato è stata costituita il 5 febbraio 1999 presso la Provincia di Asti. Il territorio dell`Ambito comprende 154 Comuni appartenenti a tre diverse province: 104 alla Provincia di Asti, 43 alla provincia di Alessandria e 7 a quella di Torino. I Comuni sono raggruppati in quattro distinte Aree Territoriali Omogenee i cui Rappresentanti, insieme a quelli delle Province, compongono la Conferenza dell`Autorità d`Ambito n. 5. I gestori sono diversi ed alcuni gestiscono ancora in economia.( vedi Mappa)

    AUTORITA’ D’AMBITO 6: Alessandrino

    Nell’ATO6 sono ricompresi n.148 Comuni appartenenti alla Provincia di Alessandria (134 Comuni) e alla Provincia di Asti (14 Comuni), suddivisi dal punto di vista della rappresentatività in 5 Aree Territoriali Omogenee e 3 Comunità Montane. I Gestori sono due ( Amag e Gestione Acqua).


    CONCESSIONI DI DERIVAZIONE

    Come definito dalla Legge regionale 29 ottobre 2015, n. 23Riordino delle funzioni amministrative conferite alle Province in attuazione della legge 7 aprile 2014, n. 56 (Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni), la Regione mantiene i compiti di programmazione, gestione integrata delle risorse idriche e coordinamento del sistema informativo regionale SIRA, mentre le Province hanno in carico, oltre al mantenimento delle reti di monitoraggio, la funzione amministrativa del rilascio delle piccole e grandi derivazioni.

    Provincia di Alessandria

    Il Servizio Tutela e Valorizzazione Risorse Idriche si occupa di tutte le autorizzazioni e concessioni riguardanti le acque e cliccando sull’autorizzazione da richiedere si accede ad una pagina informativa esaustiva di tutti i riferimenti necessari.

    Provincia di Asti

    Dalla pagina delle acque è possibile accedere alla modulistica e alla normativa di riferimento e al Sistema informativo centralizzato della Regione Piemonte. E’ disponibile un database cartografico e una pagina di informazioni ambientali.

    Provincia di Biella

    Nell’ambito del Piano di Tutela delle Acque Piemontese la Provincia di Biella si propone di valorizzare la gestione delle risorse idriche tramite una serie di interventi già fin dal 2008 , tra cui il Contratto di Lago Viverone.

     Nelle pagine della Gestione acque vi sono tutti i riferimenti necessari per la  normativa e la modulistica scaricabile.

    La Provincia si è anche dotata di un Sistema Informativo Cartografico reperibile on-line.

    Provincia di Cuneo

    La Provincia di Cuneo ha, nell’ambito della Direzione Gestione del Territorio, un Ufficio Acque che si occupa di tutti i procedimenti relativi alle acque sia superficiali che sotterranee comprese le acque minerali e termali. Nella pagina dedicata sono indicati i procedimenti, i riferimenti normativi e la modulistica di riferimento.

    Provincia di Novara

    Il Settore Ambiente, Ecologia ed Energia – Ufficio Risorse Idriche è il riferimento per il rilascio delle concessioni di derivazioni d’acqua e degli scarichi. Dalla stessa pagina si accede all’elenco della modulistica, oltre alle linee guida predisposte dagli uffici per le diverse richieste dell’utenza, comprese le indicazioni per le sonde geotermiche.

    Utile una cartografia mista archeologia e geologia dell’Insubria

    Città Metropolitana di Torino

    Il Servizio Gestione Risorse Idriche autorizza e controlla l’uso delle risorse  idriche e controlla l’inquinamento idrico. I dati e gli aggiornamenti, compresi eventi in programma e pubblicazioni, in merito alle acque sono a disposizione in una pagina dedicata, tra cui il monitoraggio dei fiumi e dei laghi e soprattutto un catasto aggiornato delle opere di captazione esistenti sia superficiali che sotterranee.

    La modulistica per i procedimenti è scaricabile on-line in una pagina ad hoc ( vedi qui)

    Provincia di Verbano – Cusio – Ossola 

    La Direzione  Ambiente, Georisorse e Tutela Faunistica si occupa, tra l’altro, dei procedimenti relativi alle acque ed in particolare il Servizio Georisorse, VIA ed Energia nelle cui pagine si scaricano tutti i documenti necessari.

    Provincia di Vercelli

    Nell’ambito del Settore Turismo, Marketing territoriale e Gestione delle risorse Idriche, il Servizio Gestione Risorse Idriche si occupa del rilascio delle concessioni e di tutte le azioni previste dalla normativa nazionale e regionale vigente.


    CONSORZI DI BONIFICA

    Nell’ambito delle politiche agricole regionali e così come indicato dalla legge 21/1999, al fine di raccogliere, organizzare, elaborare e diffondere dati ed elaborati, anche cartografici, sulla bonifica, l’irrigazione e lo spazio rurale, è costituito presso la Giunta regionale il Sistema Informativo della Bonifica ed Irrigazione, denominato SIBI.

    Tale progetto si sviluppa in due parti:

    1. censimento sul territorio piemontese delle infrastrutture irrigue
    2. successiva informatizzazione dei dati all’interno del sistema informativo

    La direzione collabora inoltre con INEA (Istituto Nazionale di Economia Agraria) al fine di approfondire la conoscenza delle risorse irrigue sul territorio nazionale. L’INEA svolge attività di ricerca, di rilevazione, analisi e previsione nel campo strutturale e socio-economico del settore agro-industriale, forestale e della pesca. Negli ultimi anni l’attività dell’Istituto si è ampliata nelle attività di supporto alla Pubblica Amministrazione per l’attuazione delle politiche agricole, in primo luogo quelle che discendono dall’Unione Europea.
    I dati raccolti sul territorio e inseriti in SIBI, vengono regolarmente trasmessi a INEA.

    Numerose sono le realtà che si occupano di bonifica ed irrigazione nella regione piemontese raggruppati sotto l’associazione regionale: ANBI Piemonte
    Consorzi di bonifica
    Consorzi di irrigazione
    Consorzi di irrigazione e di bonifica
    Consorzi di miglioramento fondiario
    Coutenze

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    Dopo alterne vicende e a seguito della promulgazione del Secondo Statuto, approvato dal Parlamento italiano il 10 novembre 1971, la Regione Trentino Alto-Adige  assegna alle due Province di Trento e di Bolzano un vasto numero di competenze legislative detenute fino ad allora dalla Regione, a cui se ne aggiunsero altre trasferite dallo Stato, tra cui l’ambiente e le risorse naturali.

    PROVINCIA DI BOLZANO

    La Provincia di Bolzano ha assegnato la trattazione della risorsa idrica sia dal punto di vista tecnico che amministrativo, comprensivo della costruzione di piccoli acquedotti, all’Agenzia Provinciale per l’Ambiente.

    Sul sito è disponibile una ricca documentazione facilmente accessibile dalla prima pagina dedicata, comprensiva di linee guida, pubblicazioni e modulistica. Sono pubblicati a cadenza abbastanza regolare report sulla qualità delle acque.

    DATI

    Raccolti su un open-source i dati del territorio della provincia sono gestiti da un gruppo di esperti. Molto ricco di categorie, in particolare per le acque ci sono stazioni idrometriche, catasto sorgenti. Tutti i dati sono scaricabili solo inviando una richiesta via E-mail.

    ATO (Ambito territoriale ottimale)

    La legge provinciale 18 giugno 2002, n. 8, prevede la riorganizzazione solo dei servizi di fognatura e depurazione sulla base di ambiti territoriali ottimali, tenendo conto dell’omogeneità idrogeografica e di adeguate dimensioni gestionali, sentiti i comuni, il Consorzio dei comuni e le comunità comprensoriali.

    A partire dal 2006 è presente la gestione unitaria degli impianti di depurazione dei vari Ambiti Territoriali Ottimali:

    ATO 1Venosta” :  val Venosta

    ATO 2 :Bolzano, Burgraviato, Oltradige Bassa Atesina, Salto Sciliar

    ATO3 Valle Isarco, Alta Valle Isarco che tratta anche la fornitura di acqua potabile oltre che la depurazione

    ATO4 Val Pusteria tramite la società di gestione “ARA Pustertal Spa“.

    La qualità dell’acqua potabile distribuita in Alto Adige è consultabile tramite mappa digitando il nome del Comune interessato.

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    PROVINCIA DI TRENTO

    Il Trentino, grazie alla sua conformazione geografica, è un’area con una certa abbondanza d’acqua.

    La Provincia di Trento ha una serie di siti tematici inerenti l’ambiente che sono disponibili in una pagina dedicata.
    Il coordinamento di tutte le agenzie e uffici riferentesi all’ambiente è gestito dal Dipartimento Territorio, Agricoltura, Ambiente e Foreste. In particolare la gestione delle acque dipende dall’Agenzia Provinciale per le risorse idriche e l’energia, di cui fa parte l’Osservatorio Provinciale dei Servizi Idrici, previsto dall’art. 15 del Piano di Tutela delle Acque 2015, che si occupa della raccolta e dell’organizzazione di informazioni e dati sui servizi idrico-potabili e sulle relative infrastrutture, curando inoltre l’analisi e la sperimentazione di nuove soluzioni per il buon uso dell’acqua.

    La modulistica è disponibile qui, per qualsiasi autorizzazione, concessione o comunicazione.

    Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente – APPA 

    il logo dell'Agenzia provinciale per la protezione dell'ambiente

    L’Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente (APPA) è stata istituita con la L.P. 11 settembre 1995, n. 11, ai fini dell’attuazione organica della legge 21 gennaio 1994, n. 61, recante disposizioni urgenti sulla riorganizzazione dei controlli ambientali e istituzione dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente.  Esaustiva la pagina dedicata ai controlli e  gestione della risorsa idrica.


    L’Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente è dal 2020 la nuova struttura provinciale di riferimento per le attività di supporto scientifico e di coordinamento in materia di cambiamenti climatici

    Per ulteriori approfondimenti

    DISTRETTO ALPI ORIENTALI

    Il Distretto delle Alpi Orientali, opera sui bacini idrografici nelle regioni Friuli Venezia Giulia e Veneto e marginalmente in Lombardia, nelle Province Autonome di Trento e di Bolzano, nonché su alcuni bacini transfrontalieri al confine con Svizzera, Austria e Slovenia.

    L’ambito territoriale copre circa 40.000 km2, in cui vivono circa 7,1 milioni di abitanti.

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    Nelle more dell’attivazione dell’Autorità Distrettuale, le funzioni sono svolte dalle Autorità di Bacino di rilievo nazionale esistenti nel Distretto.


    AUTORITA’ DI BACINO FIUME ADIGE

     L’Autorità di Bacino del Fiume Adige  è, come tutte,  un organismo misto, costituito da Stato e Regioni, che opera, in conformità agli obiettivi della legge, sui bacini idrografici considerati come sistemi unitari.
    Il bacino idrografico del fiume Adige interessa aree comprese nelle regioni Trentino-Alto Adige (quasi per intero il territorio provinciale di Bolzano e oltre la metà del territorio provinciale di Trento) e Veneto (la Lessinia, in provincia di Verona e di Vicenza), nonché, per una piccola parte, nel territorio svizzero.
    Importante portale cartografico con dettagli tecnici ed amministrativi.

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    CONSORZI DI BONIFICA

    I Consorzi esistenti sono: