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    I comunicati stampa e le notizie dell’Istituto di Geofisica e Vulcanologia e dell’Agenzia Spaziale Europea

    Si elencano qui i comunicati e le notizie che, a totale discrezione del responsabile del sito, vengono considerati interessanti.

    Ufficio Stampa e URP
    Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – INGV
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    21 ottobre 2020
    Come le acque sotterranee dell’Appennino segnalano terremoti che si verificano dall’altra parte del mondo


    Un nuovo studio, frutto della collaborazione tra Sapienza, Ingv e Cnr, ha rilevato alcune variazioni del livello delle acque di falda in Italia centrale, riconducibili a terremoti lontani, avvenuti persino in altri continenti. La “caccia” al precursore sismico continua, stavolta con un elemento in più. Come già documentato negli ultimi anni in numerosi studi, esiste una associazione tra lo scatenarsi dei terremoti e le variazioni nella circolazione delle acque sotterranee. Quello che ancora non è adeguatamente noto è come tale fenomeno riguardi anche i telesismi, terremoti lontani, avvenuti in altri continenti, i cui effetti sono avvertiti a migliaia di chilometri dall’epicentro.  A far luce sulla inaspettata relazione tra sismicità e falde acquifere è un nuovo studio, frutto della collaborazione tra il Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e il Consiglio Nazionale delle Ricerche. I risultati, pubblicati sulla rivista Scientific Reports, rappresentano un ulteriore passo verso una possibile futura identificazione di precursori sismici nelle acque. I ricercatori hanno monitorato per cinque anni il livello di una falda acquifera a Popoli, in Abruzzo, dove hanno osservato, oltre ai segni lasciati da eventi sismici avvenuti nelle immediate vicinanze, un comportamento anomalo delle acque, il cui motore scatenante era dall’altra parte della Terra: sono state identificate 18 forti oscillazioni come risposta “impulsiva” delle acque sotterranee ai terremoti di magnitudo superiore a 6.5 avvenuti in tutto il mondo, anche a oltre 18.000 chilometri di distanza dal sito di osservazione. Lo studio inoltre attesta una correlazione tra la distanza del terremoto e la sua magnitudo con l’entità dell’oscillazione della falda freatica: una evidenza che conferma l’importanza di questi fattori nel controllo del comportamento delle acque sotterranee in un determinato sito, e non solo. “La natura degli acquiferi – spiega Marco Petitta del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza – gioca un ruolo sicuramente fondamentale nella risposta delle acque all’attività sismica. Contrariamente a quanto avviene per gli acquiferi porosi, gli acquiferi carbonatici intensamente fratturati, come quello da noi monitorato in Abruzzo, si rivelano molto più sensibili agli eventi deformativi. Proprio questo aspetto diventa essenziale nell’identificare un sito idrosensibile alla sismicità”. Il fenomeno, recentemente evidenziato anche da uno studio simile condotto in Cina, rimane ancora materia di approfondimento del team di ricerca. Intanto i risultati dello studio aprono nuove vie sui criteri di cui tener conto nella scelta del sito che si intende monitorare e rappresentano una guida nel campo dei monitoraggi idrogeologici applicati ai fini sismici.

    Lo studio


    12 ottobre 2020

    The Arctic: a delicate icy ecosystem

    un interessante video in inglese sulla situazione dell’Artico prodotto dalla Agenzia Spaziale Europea


    30 settembre 2020

    El Salvador, scoperta la vera data della misteriosa e colossale eruzione della Tierra Blanca Joven che sconvolse la civiltà Maya.

    Un approccio multidisciplinare ha consentito di identificare per la prima volta la data esatta della violenta eruzione che nel V secolo d.C. sconvolse la regione Centroamericana.

    Il vulcano Ilopango

    Un team internazionale di ricercatori, cui ha preso parte l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), ha individuato nel 431 d.C., con un margine di incertezza di circa due anni, la data esatta dell’eruzione della caldera vulcanica Ilopango, detta della Tierra Blanca Joven, nello Stato centroamericano di El Salvador. L’obiettivo della ricerca era datare definitivamente l’eruzione chiarendo gli impatti che questo evento ebbe nella regione, sia sul clima e l’ambiente che sulla vita dell’uomo, facendo quindi un ulteriore passo in avanti rispetto agli studi precedenti. La violenta eruzione, che si conosceva fosse avvenuta nel periodo compreso tra il 300 e il 600, ricoprì con uno spesso strato di cenere bianca e detriti (in parte ancora visibili) vaste aree di El Salvador, tra cui siti risalenti al cosiddetto “periodo classico” della antica civiltà Maya, rendendo inabitabile per decenni un’area nel raggio di 80 km dal vulcano.Inoltre, alcune evidenze archeologiche indicano che, intorno alla data del 431 d.C., in El Salvador si verificò un’improvvisa interruzione della produzione delle ceramiche Maya, inattività quindi compatibile con il catastrofico evento naturale che colpì la zona. Grazie a competenze multidisciplinari messe in campo dal gruppo proveniente da 12 Istituti di ricerca (tra cui l’Università di Oxford e l’UNAM, Università Nazionale Autonoma del Messico), gli autori dello studio ‘The magnitude and impact of the 431 CE Tierra Blanca Joven eruption of Ilopango, El Salvador’, appena pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (USA), hanno combinato dati geologici e archeologici provenienti dall’America centrale con le analisi chimiche di carote di ghiaccio della Groenlandia e dell’Antartico. L’eruzione, secondo le stime effettuate dai ricercatori, avrebbe prodotto una colonna di gas e cenere alta circa 45 km. Grazie alla comparazione tra la datazione al carbonio-14 dei tronchi degli alberi abbattuti dalla forza dell’eruzione e rinvenuti nei residui del flusso piroclastico e le analisi chimiche dei prodotti eruttati e dei frammenti di vetro vulcanico presenti nelle carote di ghiaccio prelevate, è stato possibile individuare una corrispondenza che indica la provenienza dei reperti non soltanto dallo stesso arco temporale ma esattamente dallo stesso evento eruttivo. Da un punto di vista climatico, inoltre, l’eruzione sembrerebbe aver raffreddato di mezzo grado centigrado la temperatura media della Terra su scala globale, anche se per un periodo piuttosto limitato di alcuni anni; gli effetti più intensi interessarono maggiormente la regione stessa del centro America in cui ebbe luogo l’evento.

    Sulla rivista internazionale PNAS   

    An international team of researchers, in which the National Institute of Geophysics and Volcanology (INGV) took part, has identified that in 431 AD, with a margin of uncertainty of about two years, there was an eruption, known as of Tierra Blanca Joven, of the volcanic caldera Ilopango in the Central American State of El Salvador. The aim of the research was to definitively date the eruption by clarifying the impacts that this event had in the region, both on the climate and the environment and on human life, thus taking a further step forward compared to previous studies.
    The violent eruption, which was known to have occurred in the period between 300 and 600, covered with a thick layer of white ash and debris (partly still visible) large areas of El Salvador, including sites dating back to the so-called “classical period” ff the ancient Mayan civilization, making an area within 80 km from the volcano uninhabitable for decades.
    Furthermore, some archaeological evidence indicates that, around the date of 431 AD, in El Salvador there was a sudden interruption of the production of Maya ceramics, therefore inactivity compatible with the catastrophic natural event that struck the area.  Thanks to multidisciplinary skills put in place by the group coming from 12 research Institutes (including the University of Oxford and UNAM, the National Autonomous University of Mexico), the authors of the study ‘The magnitude and impact of the 431 CE
    Tierra Blanca Joven eruption of Ilopango, El Salvador’, just published in the scientific journal Proceedings of the National Academy of Sciences (USA), combined geological and archaeological data from Central America with chemical analysis of ice cores from Greenland and Antarctica.

    Sulla rivista internazionale PNAS   


    21 settembre

    Progetti in corso per la nuova missione di topografia del ghiaccio polare e della neve

    Monitorare la criosfera è fondamentale per valutare appieno, predire e adattare alla variabilità e al cambiamento del clima. Considerata l’importanza di questo fragile componente del sistema Terra, oggi l’ESA, insieme a Airbus Defence and Space e a Thales Alenia Space, ha firmato un contratto per lo sviluppo della missione conosciuta come CRISTAL – Copernicus Polar Ice and Snow Topography Altimeter.

    Con un lancio previsto nel 2027, la missione CRISTAL sarà equipaggiata, prima volta per una missione polare, di un altrimetro radar a doppia frequenza, e di un radiometro a microonde, che misureranno e monitoreranno lo spessore del ghiaccio marino, la profondità della neve sovrastante e rilievi di calotte glaciali.


    8 settembre 2020

    Lo scioglimento della calotta di ghiaccio corrisponde allo “scenario climatico peggiore (ESA)

    Un recente rapporto conferma che le calotte di ghiaccio in Groenlandia e in Antartide, i cui tassi di perdita di massa stanno crescendo rapidamente, corrispondono agli scenari peggiori di innalzamento del livello del mare previsti dalla Commissione Intergovernativa sul Cambiamento Climatico.

    Lo studio, pubbicato su Nature Climate Change, confronta i risultati dell’equilibrio della massa delle calotte di ghiaccio ottenuti dalle osservazioni satellitari, con le proiezioni per i modelli climatici. I risultati arrivano da un gruppo internazionale di scienziati dell’Università di Leeds (Regno Unito) e dell’Istituto Meteorologico Danese (DMI) che fanno anche parte dello studio IMBIE (Ice Sheet Mass Balance Inter-comparison Exercise) in corso.


    27 agosto 2020

    Scoperta una correlazione tra terremoti e anidride carbonica in Appennino

    Nella catena appenninica l’emissione di CO2 di origine profonda appare ben correlata con l’occorrenza e l’evoluzione delle sequenze sismiche dell’ultimo decennio. È questo il risultato dello studio “Correlation between tectonic CO2 Earth degassing and seismicity is revealed by a ten-year record in the Apennines, Italy” condotto da un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dell’Università di Perugia (UNIPG) appena pubblicato su ‘Science Advances’.

    Il nostro pianeta rilascia CO2 di origine profonda prevalentemente dai vulcani; tuttavia tali emissioni avvengono anche in aree sismiche in cui non sono presenti vulcani attivi. In particolare, questo fenomeno risulta più intenso nelle regioni caratterizzate da tettonica estensionale, come l’area degli Appennini. Questa produzione continua di CO2 in profondità e su larga scala favorisce la formazione di serbatoi sovrapressurizzati. Lo studio è stato condotto attraverso il campionamento di sorgenti ad alta portata (decine di migliaia di litri al secondo) situate nelle vicinanze delle zone epicentrali dei terremoti verificatisi in Italia centrale tra il 2009 e il 2018.

    Abstract

    Deep CO 2 emissions characterize many non-volcanic, seismically active regions worldwide and the involvement of deep CO 2 in the earthquake cycle is now generally recognized. However, no long-time records of such emissions have been published and the temporal relations between earthquake occurrence and tectonic CO 2 release remain enigmatic. Here we report a ten-year record (2009-2018) of tectonic CO 2 flux in the Apennines (Italy) during intense seismicity. The gas emission correlates with the evolution of the seismic sequences: peaks in the deep CO 2 flux are observed in periods of high seismicity and decays as the energy and number of earthquakes decrease. We propose that the evolution of seismicity is modulated by the ascent of CO 2 accumulated in crustal reservoirs and originating from the melting of subducted carbonates. This large scale, continuous process of CO 2 production favors the formation of overpressurized CO 2 -rich reservoirs potentially able to trigger earthquakes at crustal depth.


    18 agosto 2020

    Le faglie dell’Appennino centrale studiate con un metodo innovativo multidisciplinare

    Applicato un metodo innovativo per determinare la velocità di accumulo di energia per le faglie dell’Appennino centrale attraverso l’uso di dati geodetici e di stress.

    Attraverso una innovativa analisi multidisciplinare, risultato delle osservazioni geodetiche di circa 20 anni e di un gran numero di dati aggiornati sulla direzione dello sforzo tettonico, è possibile quantificare la velocità del movimento delle faglie attive dell’Appennino centrale. Questo approccio potrebbe essere decisivo per determinare meglio la velocità del movimento delle faglie in un modo completamente innovativo e complementare alle classiche ed affidabili tecniche geologiche

    È quanto è stato fatto nello studio “Partitioning the Ongoing Extension of the Central Apennines (Italy): Fault Slip Rates and Bulk Deformation Rates from Geodetic and Stress Data” pubblicato sulla rivista ‘Journal of Geophysical Research – Solid Earth’. La ricerca, che ha coinvolto competenze geodetiche, geologiche e modellistiche dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), è stata condotta in collaborazione con il Department of Earth, Planetary, and Space Sciences dell’University of California di Los Angeles (UCLA).

    Come è noto, i terremoti sono generati da faglie, grandi piani in corrispondenza dei quali porzioni della crosta terrestre si muovono in tempi geologici l’una rispetto all’altra parallelamente al piano della faglia stessa. La velocità media su tempi geologici con cui questo processo avviene, chiamata slip rate nella letteratura scientifica, è un parametro cruciale perché quantifica il potenziale di ciascuna faglia all’interno dei modelli elaborati per valutare la pericolosità sismica di una data regione.

    “Questo lavoro”, spiega Michele Carafa, autore della ricerca, “nasce durante la mia permanenza all’UCLA e si è sviluppato nell’ambito del “FIRB Abruzzo”, un importante progetto finanziato dal MIUR tra il 2011 e il 2016 e denominato ‘Indagini ad alta risoluzione per la stima della pericolosità̀ e del rischio sismico nelle aree colpite dal terremoto del 6 aprile 2009’A mia memoria”, continua Carafa, “questa è la prima ricerca a livello europeo che mira esplicitamente a determinare lo slip rate di tutte le faglie attive presenti in un’importante area sismica, usando congiuntamente informazioni di diversa natura attualmente disponibili nel campo delle geoscienze, come i dati GPS e quelli che descrivono l’orientazione del campo dello sforzo in un materiale viscoelastico, quale è la crosta terreste.

    Se il primo step dello studio è frutto esclusivamente delle competenze dell’INGV, ben indirizzate dall’esperienza del collega Peter Bird della UCLA, gli sviluppi di questa ricerca, finalizzati ad una migliore comprensione dell’evoluzione geologica dell’area, vedranno le collaborazioni scientifiche con l’Università degli Studi dell’Aquila e con il Gran Sasso Science Institute (GSSI).

    “Il metodo utilizzato per questa ricerca”, conclude il ricercatore, “è del tutto innovativo e richiede interazione con ulteriori competenze quali, ad esempio, quelle matematiche ed informatiche. C’è tanto da fare, ma integrare diverse competenze è stata una scelta vincente e ritengo sia sicuramente la strada da seguire per rendere questo tipo di ricerca utile per la collettività. Al riguardo, ci lusinga che la stessa Regione Abruzzo si sia mostrata da subito estremamente interessata a questa ricerca aggiungendo alla rete geodetica regionale – sotto la nostra supervisione scientifica – nuove stazioni GNSS collocate in siti strategici, proprio per poter migliorare il nostro modello”.


    27 luglio 2020

    INGV, la riduzione del rumore sismico mondiale grazie al “silenzio” indotto dal Covid-19

    Nel primo semestre del 2020 i Governi di moltissimi Paesi hanno adottato ampie misure di lockdown della popolazione per combattere la diffusione della pandemia da Covid-19.

    Con lo studio Global quieting of high-frequency seismic noise due to COVID-19 pandemic lockdown measures, appena pubblicato sulla rivista Science, i ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) hanno fatto parte di un team internazionale proveniente da altre 66 Istituzioni di 27 Paesi, evidenziando una eccezionale riduzione del 50% dell’ampiezza del rumore sismico a livello mondiale.

    “Grazie all’analisi dei dati raccolti da stazioni sismiche installate in tutto il mondo”, spiega Flavio Cannavò, ricercatore dell’INGV e co-autore dello studio, “abbiamo potuto evidenziare come negli ultimi mesi il rumore sismico si sia ridotto in molti Paesi rispetto ai valori medi degli ultimi anni, mostrando un’ondata di attenuazione che, seguendo le tempistiche del lockdown nelle varie aree del pianeta, si è mossa dalla Cina, all’Italia e al resto del mondo”.

    Il “lockdown sismico”, risultato delle misure di distanziamento sociale, della riduzione delle attività economiche e industriali e della contrazione degli spostamenti, ha rappresentato la riduzione del rumore sismico antropogenico più lunga e più importante mai registrata nella storia.

    “Grazie al lavoro di squadra che ha coinvolto scienziati in così tanti Paesi”, prosegue il ricercatore, “è stato possibile analizzare i dati provenienti da centinaia di stazioni di monitoraggio sismico in tutto il mondo per ‘isolare’ le vibrazioni ad alta frequenza tipiche delle attività umane che vengono costantemente registrate dai sismometri. Se il 2020 non ha visto una riduzione del numero medio di terremoti, il calo del ‘ronzio’ sismico antropogenico è stato invece senza precedenti”.

    Le più forti riduzioni del rumore sismico sono state riscontrate nelle aree urbane, ma lo studio ha evidenziato riduzioni anche in sensori siti in pozzi a centinaia di metri di profondità e in aree particolarmente remote, come nell’Africa subsahariana.

    Lo studio ha inoltre evidenziato una forte corrispondenza tra la riduzione del rumore sismico e i dati sulla mobilità umana ricavati dalle app di navigazione nei telefoni cellulari, resi pubblici dalle società Google e Apple. Questa correlazione mostra come i dati sismici possano essere utilizzati per il monitoraggio delle attività umane in tempo quasi reale, nonché per quantificare gli effetti dei lockdown e delle riaperture, evitando così problematiche complesse legate alla privacy.

    “Gli effetti ambientali del lockdown sono stati ampi e svariati”, aggiunge Cannavò. “Tra questi vanno ricordati in particolare la riduzione delle emissioni in atmosfera e la riduzione del traffico e dell’inquinamento acustico, che incidono sulla fauna selvatica. Per caratterizzare tale intervallo di tempo è stato coniato il termine ‘antropausa’. Il nostro studio rappresenta quindi il primo lavoro scientifico sull’impatto dell’antropausa sulla Terra solida sotto i nostri piedi a scala globale”.

    La ricerca pubblicata su Science ha inoltre evidenziato come segnali di terremoti precedentemente ‘nascosti’ nel rumore sismico antropogenico siano risultati essere più chiari durante il lockdown.

    “Con la crescente urbanizzazione e l’aumento della popolazione mondiale, in futuro sempre più persone vivranno in aree geologicamente a rischio. Pertanto, affinché i sismologi possano ‘ascoltare’ meglio la Terra, diventerà sempre più importante caratterizzare il rumore antropogenico. L’auspicio è, dunque, che vengano portate avanti ulteriori ricerche sul ‘lockdown sismico’ con l’obiettivo di individuare segnali prodotti da terremoti ed eruzioni vulcaniche precedentemente nascosti dal rumore”, conclude il ricercatore.

    Questo studio svolto su scala mondiale offre compiutezza alle analoghe analisi condotte recentemente sul rumore sismico solo sul territorio italiano dai ricercatori dell’INGV.

    Lo studio su Science è liberamente scaricabile


    22 giugno 2020

    Nuovi risultati sull’attività della caldera dei Campi Flegrei dal monitoraggio del radon durante sette anni.

    Il monitoraggio del radon emesso nell’area dei Campi Flegrei per un lungo periodo offre nuovi dati per la valutazione della reale estensione dell’area interessata dai fenomeni idrotermali, rivelandosi anche un potenziale indicatore dell’evoluzione di una crisi vulcanica.

    Con uno studio durato sette anni, dal 2011 al 2017, un team di ricercatori del Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) hanno monitorato il radon emesso in due siti della caldera dei Campi Flegrei i cui risultati sono stati appena pubblicati sulla rivista Scientific Reports di Nature nell’articolo ‘Continuous radon monitoring during seven years of volcanic unrest at Campi Flegrei caldera (Italy)‘.

    Negli ultimi anni, l’interesse della comunità scientifica internazionale verso lo studio dell’emissione di radon come tracciante di fenomeni endogeni naturali (attività sismica e vulcanica) è cresciuto considerevolmente. Tuttavia, il segnale del radon monitorato nei suoli, è influenzato da molti fattori ambientali i cui effetti possono essere eliminati quando viene registrato su un lungo periodo.

    Gli studiosi hanno preso in considerazione la caldera dei Campi Flegrei che dal 2004-2005 è caratterizzata da sollevamento del suolo, sismicità, cambiamenti nella composizione dei fluidi fumarolici e un aumento generale dell’emissione di fluidi vulcanico-idrotermali. Liberamente scaricabile l’articolo apparso su Nature ( in inglese)

    Link all’articolo: https://www.nature.com/articles/s41598-020-66590-w


    27 maggio 2020

    I Monti Sabatini e i Colli Albani: un nuovo capitolo della storia dei vulcani laziali

    La storia dei ‘gemelli addormentati’ vede un nuovo capitolo negli studi di un team internazionale di ricercatori coordinati dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.

    Lo stato di attività del distretto vulcanico dei Monti Sabatini, sito a NW della città di Roma, è l’oggetto dello studio “Monti Sabatini and Colli Albani: the dormant twin volcanoes at the gates of Rome” appena pubblicato sulla rivista Scientific Reports di Nature e frutto della collaborazione tra scienziati dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), dell’Università Sapienza di Roma e del Laboratorio di Geocronologia della Wisconsin University.

    Gli scienziati hanno messo in campo un approccio multidisciplinare attraverso l’uso di tre diverse metodologie di indagine: il telerilevamento per le deformazioni del suolo, la datazione 40Ar/39Ar per la storia eruttiva, e l’analisi della sismicità storica della regione vulcanica. In tal modo è stato possibile paragonare i caratteri vulcano-tettonici del distretto sabatino con quelli recentemente studiati nell’area dei Colli Albani.

    I risultati di questo studio mostrano che i Monti Sabatini hanno avuto una storia eruttiva molto simile e contemporanea a quella dei Colli Albani, anche se con tempistiche di ricorrenza media diversa, tanto da poterli considerare due “gemelli addormentati alle porte di Roma”.

    Una differenza attuale fondamentale, però, è risultata dall’analisi della deformazione del suolo e della sismicità locale. Infatti, mentre i Monti Sabatini mostrano uno stato di quiete quasi assoluta, ai Colli Albani si registra un sollevamento locale ed una diffusa sismicità e degassazione.

    Inoltre, dall’analisi delle tempistiche storiche risulta che il tempo attualmente trascorso dall’ultima eruzione dei Monti Sabatini è di circa 70.000 anni, rientrando pienamente nelle valutazioni dei periodi medi di quiescenza tra le tre grandi fasi eruttive avvenute negli ultimi 600.000 anni.

    I Monti Sabatini, così come i Colli Albani, non possono essere considerati vulcani estinti”, sottolinea Fabrizio Marra, ricercatore INGV e autore della ricerca. “Tuttavia, entrambi i distretti vulcanici si trovano in uno stato che possiamo definire ‘dormiente’, in un sonno che per i Monti Sabatini è profondo e tranquillo e per i Colli Albani è inquieto”, prosegue il ricercatore. “In ogni caso, entrambi i distretti vulcanici laziali offriranno congrui periodi di tempo di segnali precursori prima di una loro eventuale ripresa dell’attività vulcanica”, conclude Fabrizio Marra.

    Abstract

    This multi-disciplinary work provides an updated assessment of possible future eruptive scenarios for the city of Rome. Seven new 40Ar/39Ar ages from selected products of the Monti Sabatini and Vulsini volcanic districts, along with a compilation of all the literature ages on the Colli Albani and Vico products, are used to reconstruct and compare the eruptive histories of the Monti Sabatini and Colli Albani over the last 900 ka, in order to define their present state of activity. Petrographic analyses of the dated units characterize the crystal cargo, and Advanced-InSAR analysis highlights active deformation in the MS. We also review the historical and instrumental seismicity affecting this region. Based on the chronology of the most recent phases and the time elapsed between the last eruptions, we conclude that the waning/extinguishment of eruptive activity shifted progressively from NW to SE, from northern Latium toward the Neapolitan area, crossing the city of Rome. Although Monti Sabatini is unaffected by the unrest indicators presently occurring at the Colli Albani, it should be regarded as a dormant volcanic district, as the time of 70 kyr elapsed since the last eruption is of the same order of the longest dormancies occurred in the past.

    La scheda

    Chi: Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), Università Sapienza di Roma e Wisconsin University

    Cosa: Studio “Monti Sabatini and Colli Albani: the dormant twin volcanoes at the gates of Rome“. Dalle ricerche emerge che i Monti Sabatini hanno avuto una storia eruttiva molto simile e contemporanea a quella dei Colli Albani, tanto da considerarli “vulcani gemelli alle porte di Roma“.

    Dove: Pubblicato sulla rivista internazionale Scientific Reports di Nature https://www.nature.com/articles/s41598-020-65394-2


    6 maggio 2020

    I ricercatori dell’azoto perduto (nel pianeta Terra?)

    L’atmosfera terrestre è composta per il 78% di azoto e il 21% di ossigeno, una miscela unica nel sistema solare. L’ossigeno è stato prodotto da alcuni dei primi organismi viventi. Ma da dove viene l’azoto? È fuggito dal mantello terrestre attraverso l’attività vulcanica?

    Per cercare di rispondere a queste domande, un team internazionale di ricercatori anche dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), ha raccolto e studiato campioni di gas da diversi sistemi vulcanici sul nostro pianeta, tra cui lo Yellowstone, l’Islanda, il rift continentale Africano. Il loro studio “Hydrothermal 15N15N abundances constrain the origins of mantle nitrogen”, recentemente pubblicato sulla rivista Nature, mostra che l’azoto del mantello terrestre non ha la stessa composizione isotopica dell’azoto atmosferico, il che implica che quest’ultimo non proviene dal degassamento del mantello.

    È stato scoperto che la contaminazione dell’aria stava mascherando la ‘firma originale’ di molti campioni di gas vulcanici“, afferma Antonio Caracausi, ricercatore dell’INGV e coautore della ricerca.

    Senza questa distinzione, gli scienziati non erano in grado di rispondere a domande di base come: l’azoto è rimasto dalla formazione terrestre o è stato consegnato al pianeta in seguito? In che modo l’azoto dell’atmosfera è collegato all’azoto che esce dai vulcani?

    Lo studio è basato su una nuova e innovativa metodologia per studiare gli isotopi dell’azoto. Questo metodo ha fornito un modo unico per identificare le molecole di azoto che provengono dall’aria, ed ha permesso ai ricercatori di individuare la composizione di gas in profondità all’interno del mantello terrestre. Questo alla fine ha rivelato la prova che l’azoto nel mantello è molto probabilmente presente da quando il nostro pianeta si è inizialmente formato. Quindi, “una volta presa in considerazione la contaminazione dell’aria, abbiamo acquisito nuove e preziose informazioni sull’origine dell’azoto e sull’evoluzione del nostro pianeta“, afferma lo scienziato.

    Inoltre, questi nuovi risultati hanno permesso di distinguere nei geyser, nelle fumarole e nelle altre manifestazioni naturali di gas vulcanici, il contributo dell’atmosfera (sotto forma di acqua piovana riscaldata) da quello del mantello terrestre (gas magmatico). Ad esempio, quantità di gas magmatico sono state riconosciute nei geyser nel Parco Nazionale di Yellowstone, indicando una rinnovata attività del sistema vulcanico.

    Data l’alta precisione di questi dati, essi potrebbero anche contribuire ad una più approfondita comprensione dei processi magmatici potenzialmente capaci di generare eruzioni vulcaniche.  I campioni continuano a essere raccolti a Yellowstone e in altri sistemi vulcanici attivi nel mondo, tra cui l’Etna che è il vulcano più attivo d’Europa.

    In ogni caso, l’origine dell’azoto atmosferico resta un mistero … per ora.

    La scheda

    Chi: Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Sezione di Palermo (PA-INGV), nell’ambito di un team internazionale di ricercatori

    Cosa: Ricercare la provenienza dell’azoto presente nell’atmosfera terrestre e nel mantello della crosta. I risultati evidenziano che la composizione isotopica dell’azoto atmosferico è diversa di quella presente nella Terra.

    Dove: Studio “Hydrothermal 15N15N abundances constrain the origins of mantle nitrogen”, pubblicato sulla rivista Nature.

    Link: https://www.nature.com/articles/s41586-020-2173-4

    Nicolodi F.1, Scioscia T.2
    1 Geologo libero professionista, francesco.nicolodi@foldtani.it
    2 Laureato in Scienze Geologiche, tighilu.scioscia@gmail.com

    RIASSUNTO
    Le acque presenti nel sottosuolo del comune di Milano rappresentano una risorsa fondamentale per la città. In particolare, in questo articolo vengono trattate le acque termominerali a carattere solforoso dell’acquifero profondo, derivanti da falde residuali di origine marina Plio-Pleistocenica. La chimica di queste acque risulta molto simile a quella delle sorgenti idrotermali e per questo motivo potrebbero essere estratte ed impiegate per la realizzazione di centri termali nella città di Milano. Il vantaggio di estrarre acque mineralizzate sarebbe quello rendere Milano un’area termale, fornendo un’ulteriore fonte d’attrazione e di guadagno per la città.

    ABSTRACT
    The waters present in the subsoil of the municipality of Milan represent a fundamental resource for the city. In particular,in this article are treated the sulphurous thermomineral waters of the deep aquifer, deriving from the interaction with the messinian evaporitic deposits. The chemistry of these waters is very similar to that of hydrothermal springs and for this reason, they could be extracted and used for the establishment of thermal center in the city of Milan. The advantage of extracting mineralized water would be to make Milan a thermal area, providing an additional source of attraction and profit for the city.

    INTRODUZIONE
    Le acque termo minerali sono state da sempre oggetto di interesse per le civiltà che hanno popolato il territorio lombardo. Nelle numerose testimonianze, archeologiche ed epigrafiche, viene spesso ricordato l’impiego di queste acque per pratiche di culto sia in età romana che preromana (Valvo, 2004). Diversi autori, tra cui Plinio il Vecchio, Seneca e Vitruvio, fanno riferimento alle proprietà chimiche e mediche di queste acque, che venivano anche utilizzate per curare diverse patologie fisiche o semplicemente per depurare l’organismo di chi le beveva (Bassani et al.2010). La conformazione geologica dell’Italia ha spesso permesso lo sfruttamento delle acque termo minerali che, per effetto delle forti pressioni legate alla presenza di vapore acqueo e CO2, riescono a raggiungere la superficie e a formare sorgenti. Di fatto, le manifestazioni termali sono legate quasi sempre alla presenza di una fonte di calore nel sottosuolo, che permette ai fluidi di riscaldarsi e risalire. In assenza di una fonte di calore abbastanza superficiale nel sottosuolo (Fig.1), le acque minerali tendono a rimanere in falda, rendendo più difficile il loro sfruttamento. Queste acque, pur rimanendo in falda, rappresentano una fonte di energia che sta prendendo largo impiego in pianura padana e in particolare negli impianti energetici degli edifici in costruzione, inoltre richiamano un certo interesse per i vari utilizzi legate alle loro proprietà chimiche e fisiche.

    Fig.1- Carta geo-energetica della Lombardia in cui si osserva la variazione del potenziale geotermico da monte a valle; si può notare come a monte il potenziale è più alto mentre a valle diminuisce, probabilmente per effetto dell’approfondimento delle strutture tettoniche, che nel complesso alpino definiscono le geometrie superficiali (metadati da Regione Lombardia, 2019)

    INQUADRAMENTO GEOGRAFICO
    L’area di studio fa riferimento all’intero comune di Milano (Fig.2), che si estende per 181,64 km2 all’interno della regione Lombardia (nord Italia) e confina, rispettivamente a nord e a sud, con le province di Monza Brianza e Lodi, mentre ad est e ad ovest è delimitato dai fiumi Adda e Ticino. Il territorio milanese è caratterizzato da una morfologia sub-pianeggiante, con pendenza minime in direzione N-S che definiscono la rete idrografica locale, composta principalmente dai fiumi Lambro, Olona e Seveso e dai diversi canali artificiali creati in passato per scopi agricoli (rogge).

    Fig.2: Ubicazione geografica dell’area esaminata (modificato da Regione Lombardia, 2017)

    INQUADRAMENTO GEOLOGICO
    Il territorio Milanese è costituito da unità di copertura neogenica-quaternaria prevalentemente di natura glaciale, fluviale e fluvioglaciale (Comizzoli et al., 1969). Risulta di particolare interesse la conoscenza del sottosuolo milanese, la cui analisi diretta è cominciata nella prima metà del ‘900 quando, attraverso i pozzi per l’acqua e i pozzi petroliferi, è stato possibile fare una ripartizione litologica e stratigrafica dei depositi quaternari fino a 300 m di profondità (Nordio, 1957). Dalle note illustrative del Foglio 118-Milano si osserva che la parte superficiale di questo territorio è costituito dalle terminazioni meridionali dei depositi alluvionali pleistocenici, associate alle fasi glaciali e interglaciali, in seguito pedogenizzati. Secondo Finchkl et al.,1984, l’evoluzione plio-quaternaria, susseguitasi alla fase erosiva del Miocene, può essere divisa in tre fasi principali: la prima  fase, associata alla regressione marina e alla sedimentazione dei depositi continentali e transizionali (Pliocene superiore- Pleistocene medio), una seconda fase legata alle glaciazioni e alla formazione dei depositi morenici e infine la fase postglaciale olocenica a sedimentazione prevalentemente alluvionale, in cui si ha la deposizioni dei vari supersintemi (Padano, Lombardo ed Emiliano-Romagnolo) (Fig.3).

    Fig.3: Carta geologica dell’area di studio in cui sono indicati i vari sintemi e le unità geologiche (da progetto CARG di Regione Lombardia)

    A profondità più elevate, la geologia del sottosuolo presenta unità riferibili al substrato roccioso tettonizzato, i cui termini più recenti risalgono all’Oligocene e che, immergendo verso S, delineano una struttura geologica profonda (Cassano et al.,1986). Il substrato roccioso comprende formazioni sedimentarie e cristalline con età comprese tra il Paleozoico e il Terziario che si incontrano, nella parte settentrionale del territorio, a profondità variabili tra i 40 e 60 m, mentre nella parte meridionale risultano più profondi e non vengono intercettate dai pozzi di perforazione (Comizzoni et al.,1969).

    Fig.4: Sezione trasversale della struttura geologica della Pianura Padana (da “Risorse idriche sotterranee” di Gattinoni P., 2015)

    In Fig.1 sono indicate le unità presenti nel sottosuolo padano, si riconoscono quelle appartenenti al Villafranchiano, costituito da argille e limi grigio-azzurre, presenti nella parte basale e da sedimenti limosi argillosi grigio-gialli con lenti sabbiose nella parte sommitale (Fig.4). Esso rappresenta un ambiente in parte continentale (lacustre intra-morenico) e in parte transizionale (fluviale-lagunare), la parte basale contiene un gran numero di fossili che vengono attribuiti alla porzione settentrionale dei depositi marini presenti nella valle dell’Olona. L’unità del Ceppo invece è rappresentata da ghiaie e sabbie medio grossolane con ciottoli talvolta cementati, che si ritrovano lungo le incisioni dei principali fiumi e in diversi pozzi della pianura Padana. Nella porzione sommitale, sopra alle unità del Villafranchiano e del Ceppo, abbiamo depositi alluvionali, conoidi pedemontane e depositi glaciali in cui sono comprese le unità che costituiscono gli apparati morenici della Pianura lombarda settentrionale.

    Successione neogenico-quaternaria
    Per la presenza di unconformities, che non permettono l’elaborazione di linee sismiche ad alta risoluzione, nel Foglio 118-Milano sono state utilizzate le USBU per suddividere la successione neogenico-quaternaria, cioè unità delimitate alla base e al tetto da superfici di discontinuità. L’analisi svolta da Regione Lombardia e Eni (2002) ha permesso l’identificazione di due superfici di discontinuità principali, riconosciute in gran parte del bacino padano. Queste superfici regionali separano tra loro le unità del sottosuolo riconducibili al supersintema Padano (PD) e a quello Lombardo, che si divide a sua volta in superiore (LS) e inferiore (LI). Le unità sopracitate sono state confrontate con quelle presenti nel progetto CARG della Regione Emila-Romagna, riscontrando delle equivalenze con il supersintema Quaternario Marino (QM) e il supersintema Emiliano Romagnolo superiore e inferiore (AEI e AES).

    Super sintema Padano (PD)
    Il PD è un’unità di nuova introduzione delimitata al tetto dalla superficie di inconformità “R” (0,87 Ma Calabriano), riconosciuta da Muttoni et al.(2003), denominata QC1 in ISPRA (2015) e corrispondente alla base del Gruppo Acquifero B (Regione Lombardi e Eni, 2002), mentre il limite sottostante del PD è definito da una superficie datata a circa 1,5 Ma (Calabriano) corrispondente alla QM1 di ISPRA (2015) e alla base del Gruppo Acquifero D (Regione Lombardia e Eni, 2002). La porzione sommitale del PD è costituita da cicli di spessore plurimetrico composti da sabbie a granulometria varia, da molto fini a medie, da limi e argille a concentrazione parziale di materiale organico e da corpi ghiaiosi-sabbiosi localmente cementati. Questi depositi sono attribuibili ad un ambiente alluvionale a carattere meandriforme, che spesso si riconosce nei depositi di canale fluviale (sabbie medie e fini amalgamate), più grossolani rispetto a quelli presenti nella piana alluvionale (sabbie fini e limi). La parte inferiore del PD, definita sommariamente attraverso i profili dei pozzi Agip (ENI), è costituita da depositi prevalentemente sabbiosi che presentano intercalazioni argillose e alcuni livelli ghiaiosi di spessore metrico. Questa unità basale contiene diversi fossili bentonici, tra cui foraminiferi, briozoi ed echinidi, che testimoniano una genesi di ambiente marino o marino marginale. Un progressivo aumento della granulometria dei depositi avviene intorno ai 280 m di profondità, dove si registra la presenza di ghiaie e sabbie alternate tra loro ed intercalate a livelli di materiale più fine (argilla, limo e torba), segnando il passaggio tra ambiente transizionale e continentale. Questo passaggio da ambiente marino-transizionale a continentale, avviene a cavallo di una superficie di inconformità che corrisponde alla base del Gruppo Acquifero C (Regione Lombardia e Eni, 2002) e alla QM2 di ISPRA (2015). In definitiva il PD è caratterizzato alla base da depositi di piattaforma interna e costieri (marino-marginali) che passano, verso l’alto, a depositi di transizione di tipo delta, conoide e laguna, per terminare con i depositi continentali di tipo alluvionale. Questa distribuzione corrisponde sostanzialmente al supersintema quaternario marino (QM), presente in Emilia Romagna (Regione Emilia-Romagna e Eni, 1998).

    Supersintema Lombardo Inferiore (LI)
    Questa unità del Calabriano-Pleistocene medio, presenta depositi costituiti da corpi di cospicuo spessore di sabbie a granulometria variabile, da media a grossolana e ghiaie medie grossolane con ciottoli localmente cementati. I banchi sabbiosi appaiono in parte caotici in parte organizzati in lamine con presenza di clasti, ad indicare una variazione dell’energia di trasporto del materiale da parte dell’acqua. All’interno delle sabbie si distinguono livelli pelitici, costituiti da argille e limi, che mostrano una certa continuità laterale e talvolta un colore rossastro attribuibile a paleosuoli. La varietà di granulometrie che si incontrano nel LI, sono rappresentative di un ambiente alluvionale, con apporti di materiale grossolano proveniente dagli anfiteatri glaciali presenti al margine del dominio sudalpino. Oltre alla granulometria, anche per la variazione latero-verticale dei sedimenti si ritiene che l’ambiente deposizionale sia in particolare riferibile ad una piana a braided e che i corpi sabbioso ghiaiosi presenti sono riconducibili ad un canale fluviale di energia medio alta. L’ LI è delimitato alla base dalla superfice “R” (Muttoni et al.,2003), mentre al tetto è presente la superficie di inconformità “Y” (Scardia at al., 2012), corrispondente alla superficie QC3 di ISPRA (2015) nonché alla base del Gruppo Acquifero A di Regione Lombardia e Eni (2002). La superficie “R” corrisponde ad un marcato cambio sedimentologico tra l’unità LI e la sottostante PD, correlato all’instaurarsi delle maggiori glaciazioni pleistoceniche (Muttoni et al., 2003).

    Supersintema Lombardo Superiore (LS)
    La superficie “Y” di Scardia et al. (2012) corrisponde al limite inferiore della LS, separandola dal sintema inferiore (LI) sottostante. Questa unità è di età pleistocenica media- olocenica ed è distribuita in strati con spessore variabile, caratterizzati dalla prevalenza di ghiaie grossolane con ciottoli mal cerniti e parzialmente cementati, con la subordinazione di livelli sabbiosi a granulometria media e grossolana. I livelli di materiale fine (argilla e limo) sono presenti anche in questa unità ma con continuità laterale meno marcata, i livelli sabbiosi sono scarsi e le sequenze di tipo finingupward crescente testimonia la presenza di frequenti fenomeni di erosione in un ambiente fluviale di alta energia. Il sintema LS è riconducibile ad un ambiente di tipo fluvioglaciale di tipo braided prossimale, che si rispecchia nella distribuzione non omogenea dei sedimenti e dalla prevalenza di granulometrie grandi.

    Unità di Superficie
    Supersintema di Besnate
    La superficie interessata da questo studio risulta principalmente occupata dai depositi del supersintema di Besnate, costituito esclusivamente da depositi fluvioglaciali delimitati da superfici di alterazione (Fig.5). La litologia complessiva appare omogenea, rappresentata da: ghiaie grano sostenute, da massive a grossolanamente stratificate, con matrice sabbiosa e sabbiosa limosa; ghiaie a supporto di matrice; sabbie medie e grossolane. Questa unità coincide con il altopiano delle Groane e affiora al limite settentrionale del Foglio 118-Milano, tra Cesate-Limbiate e Ospiate.

    Fig.5: Tabella che mostra le unità che costituiscono il supersintema di Besnate (tratto dalle Note Illustrative della Carta Geologica d’Italia 1:50.000-ISPRA- Foglio 118 Milano)

    Sistema di Cantù
    Depositi formati da ghiaie stratificate a matrice-sostenuta di sabbie granulometricamente medio grossolane (alluvionali); diamicton a supporto di matrice con clasti centimetrici e decimetrici (depositi glaciali); limi e argille laminate (depositi lacustri). Questa unità affiora lungo i fiumi Lura e Olona, oltre che a NE della città di Milano e lungo le sponde del Lambro orientale e meridionale. Il sintema di Cantù si ritiene sia legato all’ultima glaciazione (LGM) e pertanto viene attribuito al Pleistocene superiore.

    Sintema del Po
    Unità postglaciale di natura ghiaiosa e sabbioso-ghiaiosa. Si distinguono principalmente in depositi fluviali, rappresentati dalle ghiaie a matrice sabbiosa limosa e depositi di tracimazione, ovvero sabbie e limi. Il sintema del Po costituisce la parte più superficiale della successione neogenica-quaternaria, di fatto il limite superiore coincide sempre con la superficie topografica e ricopre le altre unità con limite di tipo erosionale. Nel Foglio 118-Milano, il sintema del Po affiora in diversi settori, tra cui le valli del fiume Olona e del Lambro, oltre che lungo il livello modale della pianura a E e a O di Milano.

    Unità Idrogeologiche
    L’idrogeologia e la chimica delle acque sotterranee dell’area milanese riveste un’importanza fondamentale per il bilancio idrologico e per la valutazione delle risorse idriche. Secondo diversi autori (Beretta et al., 1983; Cavallin et al.,1983) nell’idrogeologia del sottosuolo milanese si riconoscono tre litozone (Fig.6), che dall’alto al basso  si dispongono secondo un trend granulometrico decrescente: litozona ghiaioso-sabbiosa, litozona sabbioso-argillosa e litozona argillosa.

    Fig.6: Correlazione tra le varie unita litostratigrafiche e la divisione degli acquiferi presenti in pianura Padana (Carcano et al., 2002)

    Come si fa presente nelle note illustrative del foglio 118 – Milano dell’ISPRA, l’idrostratigrafia di quest’area si può sintetizzare con la presenza di un acquifero superficiale o “tradizionale”, un acquifero profondo e un acquifero marino. Quello più superficiale, che va da N a S, comprende falde libere, semi-confinate e confinate, costituite da una litologia variabile da ghiaia con sabbie grossolane nella parte alta, a sabbie medie con intercalazioni di argilla e limo nella parte basale dell’acquifero. L’acquifero profondo risulta ben separato dagli acquiferi sovrastanti, è costituito da multistrati e presenta falde in pressione.  L’acquifero marino è costituito da una serie di livelli idrici delimitati da argille marine (Fig.7) Regione Lombardia, insieme ad Eni, hanno proposto una suddivisione in unità idrostratigrafiche basata sulla correlazione fisica dei corpi sedimentari, integrando dati di pozzo con interpretazione sismica:

    • Gruppo Acquifero A: porzione superficiale libera dell’acquifero tradizionale (litozona ghiaioso-sabbiosa), con spessore dal piano campagna di 30-40 m
    • Gruppo Acquifero B: parte profonda dell’acquifero tradizionale, generalmente confinato o semi-confinato, con spessori variabili da 30-40 m fino a 100 m
    • Gruppo Acquifero C: parte superiore dell’acquifero profondo (litozona ghiaioso-sabbiosa), con profondità tra 100 e 200 m
    • Gruppo Acquifero D: parte inferiore dell’acquifero profondo e gli acquiferi marini (litozona argillosa), con profondità oltre i 200 m

    Fig.7: Schema geologico della distribuzione degli acquiferi della Pianura Padana ed identificazione dei complessi idrogeologici (Chahoud et al.,2013)

    I tre acquiferi mostrano, per effetto della variazione litologica, una conducibilità idraulica decrescente verso l’alto. L’acquifero superficiale risulta molto vulnerabile e può essere soggetta a contaminazioni microbiologiche e chimiche, mentre quello profondo presenta pennacchi di contaminazione chimica per effetto della comunicazione con la falda sovrastante. L’acquifero marino, contiene H2S e a profondità superiori ai 200 m, ma i livelli impermeabili non permettono lo scambio con le regioni idriche sommitali e quindi il rischio di contaminazione risulta più basso.

    Fig.8: Gradiente medio annuo di risalita della falda nel comune di Milano (dal PGT del comune di Milano, 2019)

    Acque minerali
    Dagli studi effettuati in pianura Padana, (Zuppi et al., 1985; 1986) le acque salmastre, intercettate durante la ricerca petrolifera, mostrano un chimismo e contenuto isotopico molto variabile con punte di arricchimento in calcio associato ad una diminuzione del contenuto di magnesio e potassio rispetto all’acqua marina. Queste salamoie fanno da barriera di densità con le porzioni superiori degli acquiferi, riducendo l’interfaccia con le acque vadose ad un leggero scambio osmotico. Le forze tettoniche legate all’avanzamento del fronte appenninico provocano in alcuni casi delle pressioni tali da permettere a queste acque di risalire in superficie per effetto “spremuta”. Queste acque sono caratterizzate dalla presenza di un’abbondante componente gassosa (H2S e CO2) e dalla forte saturazione in gesso. Inoltre, a causa della presenza di questi gas, il pH del sistema risulta leggermente acido, ma supponendo che le condizioni di circolazione diventino meno riducenti, la produzione endogena di CO2 e H2S diminuirebbe e il pH delle acqua slitterebbe a valori più basici prossimi a 8 (Colombetti & Nicolodi, 2005). Le acque analizzate a sud della pianura Padana hanno permesso di fare una suddivisione in base al contenuto ionico, mostrando due tipologie di chimismo, uno di acque ad alto contenuto di elementi alcalino-alcalino/terrosi e un altro di acque ricche in solfati (Colombetti et al.,1997). In base alle varie analisi condotte è stato individuato un circuito superficiale a scarsa mineralizzazione, una circolazione profonda in cui le acque hanno un chimismo solfato/calcico legato al contatto con i gessi triassici e un terzo circuito, anch’esso molto profondo e relativo alle salamoie associate ai giacimenti petroliferi.

    Fig. 9: Sezione idrostratigrafica Burago 1 – Sarmato 1. La sezione, orientata N – S, subparallela (10 km circa ad E) alla sezione idrogeologica di figura 1, mostra l’andamento dei Gruppi Acquiferi A, B, C e D, ove il Gruppo Acquifero A, superiore (Color marrone), corrisponde al Primo Acquifero; il Gruppo Acquifero B (colore verde) corrisponde al Secondo Acquifero; il Gruppo Acquifero C (colore  rosa) corrisponde all’Acquifero Profondo.In grigio sono indicati i livelli poco o punto permeabili, di separazione fra ed entro i singoli Gruppi Acquiferi, mentre il colore azzurro segnala la presenza di acqua salmastra o salata. Come indicazioni di scala, mancando scale grafiche leggibili, il profilo topografico parte da quota 180 m s.l.m., termina a quota 70 m s.l.m. e si estende per circa 60 km; la massima profondità rappresentata in figura è di circa -830 m s.l.m. (Sezione n.2, Carcano et al., 2002)

    La presenza di acque ad elevata salinità, presenti alla base delle successioni stratigrafiche (Fig.9) relativi ai bacini marini, rappresentano il residuo della deposizione di sedimenti in ambiente marino. Il chimismo delle acque originarie, intrappolate nei sedimenti marini, è cloruro-sodico con salinità prossima ai 50 g/l. Una volta avvenuto il seppellimento dei sedimenti, i processi di ultrafiltrazione hanno favorito la salinità complessiva delle acque per effetto di un aumento della concentrazione dello ione cloro e degli elementi alcalino-terrosi a discapito di quelli alcalini, oltre ad un arricchimento in calcio e una corrispondente diminuzione di magnesio e potassio. Rispetto alle acque marine originarie le acque intrappolate nei sedimenti presentano anche, per effetto del frazionamento isotopico, un arricchimento in ossigeno pesante 18O e un impoverimento in deuterio. Per effetto di questi processi le acque marine si sono trasformate in sacche di salamoie, con salinità compresa tra i 150 e i 200 g/l, che tendono a assumere un comportamento plastico che non conferisce la mobilità ma permette solo movimenti ascensionali per ultrafiltrazione (Fig.10), con ulteriore aumento della salinità. Le acque salmastre possono interagire con acque dolci di diversa origine e caratteristica e il loro comportamento dipende dal modo in cui esse vengono a contatto. Di fatto spesso si formano delle stratificazioni di densità che permettono il mescolamento solo all’interfaccia, portando ad un aumento della salinità nelle acque dolci. Oltre che alle acque dolci provenienti dagli acquiferi sovrastanti, si può avere miscelazione con le acque calde che risalgo da zone più profonde, arricchite in solfati per effetto della lisciviazione dei gessi messiniani. Secondo Ricchiuto (1986), c’è anche la possibilità che le acque filtrate dall’alto, una volta intercettate le salamoie, si riscaldino e risalgano in un secondo momento. La pianura Padana, come altri grossi bacini sedimentari, presenta acque di fondo salate (Bellardone et al.,1987) a profondità variabili tra i 700 e i 6000 m (Coggiola et al., 1986), in corrispondenza del limite tra Miocene superiore e Pliocene inferiore, che sono riconducibili alla “crisi di salinità” del Messiniano e alla successiva trasgressione marina pliocenica.

    Fig.10: Schema non in scala in cui sono rappresentate le modalità di deflusso profondo nel Bacino di Savigliano. L’area gialla rappresenta la fascia di deflusso degli acquiferi superficiali, quelle verdi di quelli profondi, mentre l’area rosa costituisce l’area di flusso degli Acquiferi Molto Profondi (Irace et al., 2009).

    (Francani, 1985) definisce queste acque “altamente mineralizzate” e le associa a serbatoi profondi separati da diaframmi impermeabili o semipermeabili di grande spessore e afferma che a esse, per la loro giacitura e per la lentezza dei movimenti ai quali sono sottoposte, difficilmente possono essere attribuite le caratteristiche tipiche delle falde abitualmente sfruttate per acquedotti.

    SITUAZIONE MILANESE
    All’interno del territorio milanese e della relativa provincia, le uniche acque riconosciute ufficialmente come termo-minerali sono quelle che emergono in prossimità del comune di San Colombano al Lambro, in località Gerette (Pilla, 2006). Queste acque vengono estratte tramite pozzi che arrivano a profondità variabili tra i 10 ai 30 m e sono disposti a breve distanza tra loro. In questo caso la chimica delle acque permette di contraddistinguere due idrofacies, una a carattere salso-bromo-sodica e una di tipo sulfurea. Queste acque sono riconducibili all’acquifero profondo della Pianura Padana, a cui si associano le salamoie derivanti dai sedimenti di origine marina, che presentano un grado di mineralizzazione variabile, da pochi gr/l a circa 40gr/l di residuo fisso a 180° per l’idrofacies salso-bromo-iodica e da 500mg/l di residuo fisso a 180° per le fonti sulfuree (Pilla, 2006). La diversa composizione di queste acque è da attribuire a fenomeni di mescolamento differenziale avvenuti durante la risalita. Di fatto, la mineralizzazione di queste acque e la loro natura solforosa è legata, così come accade in alcuni settori dell’appennino settentrionale (Cavanna et al.,2004; Colombetti & Nicolodi, 2005), alla lisciviazione di depositi evaporitici (gessi messiniani) che, nel territorio relativo al comune di Milano, restano in profondità a causa della conformazione geologica del territorio, priva di strutture tettoniche superficiali. A differenza delle aree a nord della provincia, i depositi presenti nel sottosuolo milanese sono costituiti da orizzonti argillosi costanti e di notevole spessore, che non permettono ai contaminanti di superficie di raggiungere i livelli sottostanti e quindi permettono di mantenere le acque profonde incontaminate (Pilla,2006). Nella città di Milano, nei pressi dell’Arena, vengono a giorno da un pozzo delle acque, con una significativa connotazione sulfurea, che provengono da alcuni orizzonti acquiferi sabbiosi sabbiosi-argillosi profondi e in pressione, relativi ai depositi del Quaternario marino (Pilla, 2006). Al di sotto della litozona ghiaioso-sabbiosa e ai depositi palustri del Villafranchiano, a circa 250 m, la successione continentale lascia spazio ai sedimenti marini, da cui emergono le acque sulfuree. Dalle analisi presenti sul Sistema Informativo della Falda di Milano (Fig.11), è possibile osservare che queste acque, come quelle di San Colombano, possiedono una idrofacies di tipo bicarbonato calcica con un grado di mineralizzazione modesto (conducibilità elettrica 285-325 μS/cm). Oltre all’idrogeno solforato, che conferisce le tipiche proprietà organolettiche, sono presenti altre sostanze, come bicarbonati (~190 mg/l), calcio, sodio, cloruri (10 mg/l) e anche magnesio, potassio, solfati, nitrati, ammoniaca, ferro, manganese e fluoro, che si mantengono in concentrazioni basse, comprese tra qualche mg/l e alcune decine di μg/l.

     Fig.11: Tabella con le principali caratteristiche idrochimiche della fonte “Acqua Marcia” neglia anni 2000 -2003 (nd= non determinato; tratto dal Sistema Informativo della Falda di Milano)

    PROSPETTIVE DI SFRUTTAMENTO

    Oltre al particolare caso di San Colombano al Lambro, in generale, l’area del comune di Milano non può essere considerata come termale, non presentando emergenze naturali di acque termo minerali, ma dispone di riserve idriche situate all’interno dell’acquifero profondo che presentano qualità assimilabili a quelle delle sorgenti idrotermali e che quindi potrebbero essere sfruttate anche esse, come accade in luoghi limitrofi, per la realizzazione di bagni terapeutici. Le connotazioni idrochimiche prima citate (Fig.11) non si discostano in modo sostanziale da quelle delle acque circolanti all’interno degli acquiferi più profondi, che possono presentare, per l’appunto, idrofacies chimiche e gradi di mineralizzazione sostanzialmente simili. Come visto nei paragrafi precedenti, la conformazione geologica del territorio comunale di Milano e della pianura padana in generale, ha permesso l’accumulo di importanti quantitativi di acque mineralizzate nel sottosuolo profondo, che di fatto rappresentano una risorsa sia dal punto di vista ambientale che economico. A tal proposito si può far riferimento al progetto, ventilato alcuni anni fa, di realizzazione di terme cittadine all’interno dell’area relativa all’ex ippodromo, in zona San Siro, dove attualmente si stanno eseguendo delle perforazioni per raggiungere l’acquifero profondo in cui sono conservate le acque mineralizzate. L’opera in questione permetterà di estrarre acque di natura termale direttamente in sito, evitando l’esportazione da aree termali o il trattamento di acque non mineralizzate. Questo tipo di impianti termali potrebbe essere esteso a diverse zone del comune di Milano, rappresentando un punto di partenza per trasformare l’area in zona termale e quindi beneficiare di tutti gli aspetti legati alla presenza di terme cittadine.

    CONCLUSIONI

    Le acque minerali potrebbero rappresentare per Milano una risorsa economica importante, che si basa sull’esclusività di possedere terme a carattere naturale, alimentate dagli acquiferi profondi nel sottosuolo e non soggette a condizionamento da parte dell’uomo. Lo sfruttamento di tali giacimenti pone, però, alcune limitazioni pratiche, non solo per la loro elevata profondità dal piano di campagna, ma anche in relazione alla difficile identificazione di importanti discontinuità tettoniche in grado di aumentare, localmente, la bassa conducibilità idraulica che possiedono i terreni che veicolano le acque minerali e, di conseguenza, incrementare la produttività degli eventuali pozzi di captazione (Pilla, 2006). La presenza di terme con acque minerali naturali, oltre ad aumentare il prestigio degli impianti, sarebbe una fonte di attrazione per molte persone, poiché risulterebbe più facile da raggiungere rispetto a sistemi termali attualmente utilizzati e presenti in altre zone. L’investimento legato alla realizzazione di terme potrebbe risultare vantaggioso su tutti i fronti, considerando che i benefici legati ai trattamenti con acque minerali naturali vengono considerati come beni di lusso e in quanto tali, promettono un guadagno da parte di possibili investitori che andrebbero a ricoprire in breve tempo le spese sostenute.


    Le Terme a Milano
    di Cristina Arduini

    Parlare di terme a Milano sembra anacronistico, invece nei secoli passati a partire dai Romani le terme a Milano esistevano. Magari non come lo intendiamo noi adesso, ma in una delle capitali dell’Impero Romano nel secolo II secolo D.C. c’erano le terme Erculee e le terme nell’immenso palazzo imperiale, alimentate dai ricchissimi corsi d’acqua milanesi.
    Ci ha provato anche in epoca napoleonica l’architetto Giovanni Antonio Antolini che voleva costruire in Foro Bonaparte un grandioso edificio per i bagni pubblici. E che dire dell’Acqua Marcia presente al Parco Sempione dagli anni 30 del secolo scorso?
    Ma grazie ai vincitori del concorso Reinventig cities della rete delle città del mondo – C40 – a pochi passi dallo stadio di San Siro in un’area abbandonata per varie vicissitudini da decenni, nascerà una vera e propria stazione termale.
    La zona interessata saranno le vecchie scuderie De Montel , sito di interesse storico, parzialmente occupato da edifici affacciati su un cortile, utilizzati in origine per l’addestramento dei cavalli e per le competizioni equestri. Le Scuderie sono un’importante esempio di stile Liberty dell’inizio del XX secolo, con dettagli artistici e stilistici ancora riconoscibili, nonostante il notevole stato di degrado e sotto la tutela della Soprintendenza.
    La caratteristica fondamentale di queste terme sarà data da un pozzo, già scavato nel 2008, che utilizzerà le acque mineralizzate profonde, che raggiunge circa 330 metri di profondità con portata media di 15 litri secondo e le sue acque verranno impiegate per i vari usi come idropinici , bagni, previsti dal riconoscimento che verrà rilasciato dal Ministero della Salute.


    BIBLIOGRAFIA

    Arpa Lombardia, 2013, “Stato delle acque sotterranee della provincia di Milano, rapporto annuale 2012”

    Bellardone, G.F., Bonfant, F., Coggiola, F., De Luca, D.A., Di Gioia, M., Governa, M.E., Masciocco, L., Olivero, G.F., Pasqualotto, M., Ricci, P., Surace, F., Zauli, M., Zuppi, G.M., 1987. Isotope hydrology in Po Valley. Studi idrogeologici sulla Pianura Padana, 4, 1-21.

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    Storie interessanti da raccontare e ricordare


    Mi piace curiosare nelle vecchie storie, mi piace leggere come vivevano nello stesso ambiente dove vivo io ora. Mi piace sapere che cosa c’era dove adesso esiste un supermercato  e come nei secoli sia cambiato lo stesso luogo. O ancora di che cosa si è appassionato chi mi ha preceduto?
    In questa ricerca aiuta molto il web, dove esistono centinaia di archivi digitalizzati di intere biblioteche. Gli articoli, i saggi e le storie sono milioni, ma è anche facile trovare ciò che si cerca. Se si sa cosa cercare, nel senso che basta una parola, una riga letta in un libro o un link suggerito per trovare storie interessanti. Qui voglio condividere alcune delle ricerche, piccole perle trovate in riviste o libri che nessuno apre da decenni o centinaia di anni. Nello stesso tempo mi piace vivere nel presente con tutte le sue contraddizioni e parlarne


    25 settembre 2020

    Oggi è stato diffuso dal World Health Organisation (WHO) un video che celebra il comportamento dell’Italia durante la pandemia e, anche se non sembra di primo acchito, quanto succede è collegato al riscaldamento globale. Mi piacerebbe che avessimo da domani lo stesso comportamento nei confronti dell’ambiente. Grazie Italia, avanti cosi!


    maggio 2020

    In effetti non è facile cercare tra le vecchie carte, soprattutto qualcosa che possa interessare adesso. Ebbene, come tutti sanno in Italia ci sono i maggiori consumatori di acque minerali al mondo. Abbiamo centinaia di etichette e di sorgenti da cui preleviamo acqua che la normativa nazionale ci consente di definire acque minerali con concentrazioni di minerali più o meno utili. Di fatto la utilizziamo come acqua potabile, convinti che quella che arriva dai rubinetti non sia salubre ed è una bufala che non si riesce a far riconoscere come tale.
    Invece nel XIX secolo le acque minerali avevano il ruolo che loro compete, ossia la salvaguardia della salute ed un aiuto per i malanni. In un epoca in cui non esistevano i farmaci o tecnologie come ora, le cure “idropiniche” e “andare alle terme” era un valida alternativa. Solo per chi poteva permetterselo.
    E le acque delle fonti di San Pellegrino erano famose e meta di viaggi e cure, tanto che nel 1892 venne scritto un libro che racconta cure e le gite consigliate in zona. Ne consiglio la lettura, anche degli “annunzi” che ci raccontano come facevano pubblicità allora.

    da Archivio Fondazione Fiera di Milano


    aprile 2020

    Ma chi era Eunice Foote?

    Appunto chi era?

    È stata la prima scienziata ad aver sperimentato l’effetto di riscaldamento della luce solare su diversi gas e ha teorizzato che il cambiamento della percentuale di anidride carbonica nell’atmosfera avrebbe cambiato la sua temperatura. Nel suo articolo ” Circumstances affecting the heat of the sun’s raysapparso sull’American Journal of Science and Arts del novembre 1856 teorizza e dimostra la sua ipotesi.

    Dimenticata nei secoli è stata riscoperta da un geologo americano in pensione Ray Sorenson nel 2011, che scrisse un articolo sulla rivista dell’Associazione Americana dei Geologi Petroliferi.

    In seguito vennero svolte maggiori ricerche e ora è universalmente riconosciuta come il precursore degli studi sul cambiamento climatico come riassume un articolo su Micron


    Per non dimenticare le mirabili opere di ingegneria. Di quando Milano era “maestra”

    In questo articolo attuale uscito su Servizi a reti si narra di vecchie storie milanesi inerenti i Navigli raccontate da Empio Malara,profondo conoscitore dei canali milanesi.

    Veduta presa sul ponte di porta Orientale con la neve – A. Inganni


    I ponti  della Cerchia al tempo della Fossa Interna

    Quando a Milano la Fossa interna era funzionante ed i barconi l’attraversavano con ogni tipo di mercanzia alimentari, pietre, legname, carta, etc.) in molti punti della città erano presenti numerosi ponti per consentire la continuità del traffico viario, ponti che nel tempo sono sempre più aumentati di numero per adeguarsi alle necessità di traffico sempre più sostenute (erano ben 23 prima della copertura avvenuta nel 1929).
    Guido Rosti, appassionato studioso delle acque milanesi, ha scosso la polvere dei secoli dalla storia dei ponti che scavalcavano la fossa interna e la racconta  in questa precisa ricostruzione.

     Carta del 1573 di Antonio Lafrery


    L’albero

    Il conte Antonio Cavagna SanGiuliani di Gualdana della Zelata di Bereguardostorico italiano, visse nell’Ottocento essenzialmente nel Vogherese e possedeva, nella sua biblioteca, circa centomila volumi, che, alla sua morte avvenuta nel 1913 venne integralmente acquistata dall’Università dell’Illinois, come scrive Lombardia Beni culturali sulla pagina dedicata.
    Tra i volumi che possedeva in biblioteca erano catalogati i numeri della rivista mensile del Touring Club Italiano, un piccolo gioiello dove trovare informazioni sui pensieri e la proposte di viaggio di allora. Visto il tema del mio sito, che si occupa principalmente di acqua e dei suoi utilizzi vi propongo un articolo apparso sul numero di gennaio del 1909 che riguarda il rapporto dell’uomo con i boschi,  e dei boschi con l’acqua, tema quanto mai attuale.


    La più vecchia carta geologica del mondo

    In tema con questo sito che si occupa principalmente di acque sotterranee, vi parlo oggi di un papiro che si trova nel Museo Egizio di Torino. Papiro reperito nell’Ottocento da viaggiatori italiani incuriositi ed affascinati dalle antichità dell’Antico Egitto in un’area ora conosciutissima come il villaggio degli operai che scavarono le tombe dei Faraoni del Nuovo Regno, Deir- el- Medina. Il papiro lungo tre metri e largo 80 cm è la più antica mappa geografica e mineraria conosciuta. Dopo numerose indagini si arrivò a stabilire la collocazione geografica e la  mappa indicherebbe infatti la porzione di una decina di Km di lunghezza di una valle nel deserto denominata Wadi Hammamat.

    Per approfondire su un sito di viaggi che riassume brevemente la storia: Terre Incognite


    Il bosco ed il pascolo

    Sfogliando ancora la rivista del Touring del 1909 si trova nel numero di giugno un altro articolo sul bosco, ma si parla anche dei pascoli, allora molto più importanti dei nostri tempi, in cui gli animali vengono nutriti in modi diversi.


    Le acque minerali secondo padre Ottavio Ferrario

    Vissuto a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento dopo aver preso i voti nell’Ordine di San Giovanni di Dio, Padre Ferrario diresse, tra gli altri numerosissimi impegni, la farmacia dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano. Nell’ambito della chimica farmaceutica fece alcune importanti scoperte, ma qui vi offro due piccole storie che narrano di acque minerali. In un’epoca in cui non esistevano le medicine odierne e nemmeno si immaginavano i supercalcolatori che possono scovare molecole utili a combattere le malattie in poche settimane, la ricerca di una cura miracolosa era la prassi. Leggendo i due articoli traspare il suo rigoroso approccio scientifico allo studio delle proprietà delle acque minerali e la precisione delle analisi e reazioni chimiche per scoprire, con i mezzi dell’Ottocento, le reali proprietà terapeutiche.

    Il primo studio, apparso sulla rivista del Reale Istituto Lombardo di Scienze e Lettere ( volume VII delle memorie, 1859) è una disamina delle varie tipologie di acque minerali  classificandole in base alla geologia e  la chimica.

    Il secondo è un saggio analitico di un’acqua “purgativa” di una fonte vicina a Settala  effettuato su invito del Conte di Settala.  Settala è un comune nella parte est della Città Metropolitana di Milano e nei secoli passati era molto di ricca di fontanili o sorgenti. La effettiva collocazione geografica è complicata dal fatto che il bosco di San Michele citato nel saggio probabilmente non esiste più, ma le caratteristica fisico-chimiche verificate dal Ferrario sono le stesse dei fontanili tuttora esistenti.

    Padre Ottavio Ferrario


    L’acqua miracolosa del Santuario di Santa Maria del Fonte

    Sicuramente non è famosa come l’acqua di Lourdes, dove arrivano milioni di persone, ma anche nei dintorni di Milano, ora però in provincia di Bergamo, abbiamo un’ acqua miracolosa. Come ci riporta  Paolo Morigi, nella sua famosa “Historia e Origine della Famosa Fontana della Madonna di Caravaggio“, pubblicato nel 1635 dove racconta la storia dell’apparizione della Madonna ad una giovane donna il 26 maggio 1432. Nello stesso punto apparve una sorgente d’acqua che tuttora sgorga. Con una precisazione maniacale il gesuita Morigi ci racconta la cronistoria dell’apparizione, i dubbi della donna, la gente che le crede, l’incontro con il Duca di Milano e soprattutto un elenco di numerose pagine di tutti i miracoli attribuiti con i nomi e le storie delle persone toccate da questa fortuna.

    Ritratto di Paolo Morigi alla Pinacoteca Ambrosiana

    Una piccola storia sulle vicissitudini e i misteri lungo i secoli ed i loro strani rapporti

    Certo che salire a piedi tutti i giorni in cima al tiburio e poi sulla gran Guglia in costruzione per 4 anni di fila, con qualsiasi tempo, dai 69 anni in poi, dà già l’idea che uomo fosse Francesco Croce, architetto attivo a Milano nel 1700. Numerose costruzioni sono state da lui progettate, ma pochissimi conoscono il suo nome, sparito nella polvere della storia, nonostante sia stato il progettista della Gran Guglia del Duomo, monumento che l’intero mondo ci invidia e che sorregge la Madonnina, simbolo della città da secoli. Incuriosita da un articolo letto in rete, che raccontava un aspetto della storia del Duomo, appunto perso nel tempo, ho approfondito il tema, scoprendo un mondo di misteri, di intrighi e soprattutto di confronti accesi tra i vari personaggi, abitanti a Milano nel periodo della costruzione della Gran Guglia.

    In genere i miei articoli sono di estrazione tecnica, quindi, anche in questo caso,  la mia ricerca ha considerato la storia nel contesto dell’interazione da sempre esistente nel nostro territorio tra gli insediamenti umani e l’acqua sotterranea. E delle problematiche connesse che nel corso dei secoli si sono evidenziate e,almeno in qualche modo ed in qualche caso, risolte.

    Partiamo dall’inizio

    È abbastanza certo che Milano fu fondata dagli Insubri nel VI secolo A.C. e che il posto scelto, appena sopraelevato rispetto al resto del territorio paludoso, fosse dovuto alla sua centralità topografica, rispetto alla rete di comunicazioni fluvio-terrestri. Ponendo quindi Milano al centro delle strade che collegavano la Pianura Padana con il nord Europa, perché, sorprendentemente, come è suggerito da studiosi della materia, Milano ha gravitato verso l’area continentale nordeuropea più che verso l’area mediterranea da cui rimase appartata per secoli.

    Un villaggio all’inizio contornato da paludi e senza corsi d’acqua che, con il tempo, ed attraverso imponenti bonifiche e fiumi deviati, ha portato l’acqua in città.  Lavori già probabilmente effettuati dai primi abitatori, anche se i primi riscontri oggettivi li abbiamo soprattutto dell’epoca imperiale romana del II-III secolo D.C., quando nell’attuale corso Vittorio Emanuele passava un canale deviato dal Seveso o dall’Acqualunga, grosso fontanile sorgente tra Precotto e Gorla, con numerosi ponti e la cui acqua alimentava probabilmente le Terme Erculee, distrutte dal Barbarossa stesso quando rase al suolo Milano nel XII secolo.

    Una città che, almeno all’inizio, era poco importante nel contesto dell’Impero Romano, anche se fu oggetto, già in periodo repubblicano, di imponenti opere di bonifica, i cui canali di deflusso servivano sia per il funzionamento che per la difesa della città.

    E’, perciò, estremamente difficile ricostruire come effettivamente era il territorio milanese, di cui si sa che era estremamente fertile e il cui sistema irriguo, cosi interconnesso e capillare ha svolto e svolge tuttora, anche se più in sordina, un ruolo fondamentale nell’evoluzione della città, dell’area circostante ed anche al di la delle Alpi. È famoso, infatti, in tutto il mondo il sistema irriguo milanese, studiato ed apprezzato per la sua singolarità.

    Se si guarda con attenzione il paesaggio lombardo, non vediamo nella zona di Milano i caratteristici archi degli acquedotti romani, che invece troviamo sparsi in tutto il mondo. I Romani, grandissimi ingegneri idraulici, sapevano perfettamente che Milano non ne aveva bisogno.

    La particolare ricchezza di acque sotterranee sotto pochissimi metri dal suolo grazie alla sua conformazione, che permette la risalita delle stesse, e le acque superficiali deviate in canali hanno consentito sia un fiorire di pozzi “personali”, privati, sia un drenaggio costante delle acque dal terreno, soprattutto nella parte sud della città. In uno scavo archeologico in piazza Missori si sono contati fino a quindici manufatti per prelievo di acque.

    Un contributo, forse non decisivo, ma importante, è stato che la Pianura Padana è  naturalmente in leggera pendenza da Nord-ovest a Sud Est permettendo cosi un defluire dell’acqua verso la parte bassa della città senza grossi interventi degli abitanti. Un’ acqua che viene utilizzata per vari scopi sia per le terme sia per la difesa dell’abitato che per lo smaltimento di rifiuti suffragato anche da prove certe della presenza, sempre in epoca romana, di un sistema di condutture sia per l’acquedotto pubblico che per la fognatura.

    Un ulteriore conferma della presenza di abbondante acqua sotterranea è infatti documentata dalla presenza di palificazioni e di drenaggi di anfore al di sotto delle costruzioni soprattutto nella parte sud (zona chiesa di San Lorenzo e Arena).

    Non si ha documentazione precisa di come era la città celtica e poi romana ma le figure sottostanti ricostruiscono le probabili mappe del territorio di allora.

    Tale sistema è ben documentato sia da studi archeologici, sia dal celeberrimo Bonvesin della Riva che nel XII secolo cantava le lodi di Milano nella sua cronaca “ De magnalibus urbis Mediolani “. 

    Dopo le invasioni barbariche e la fine dell’Impero Romano, vi fu un lungo periodo di decadenza che arriva alla fine del Medioevo, dove si lasciò senza manutenzione il sistema drenante e le fognature milanesi.  Gli interventi successivi furono effettuati senza una pianificazione generale, a seconda della necessità. Rimaneva la presenza in contemporanea sia dei pozzi privati ad uso potabile che i pozzi neri e le fognature servivano solo per drenare le acque. Questo metodo cominciò a creare notevoli problemi di salute causa infiltrazioni nel terreno dei liquami.

    Tale metodo di gestione delle acque è proseguito fin quasi alla fine del XIX secolo quando la costruzione sia dell’acquedotto che delle fognature cittadine ha risolto i succitati gravi problemi sanitari che si erano mostrati anche causa il crescere della popolazione.

    Una città d’acqua che porta e gestisce l’acqua e che galleggia sull’acqua, cosi era Milano allora e tale è rimasta per secoli. Va infatti sottolineato che solo l’Olona venne deviato più di una volta nel corso dei secoli; in ultimo dagli Spagnoli per costruire la Darsena.

    La costruzione del Duomo di Milano

    Quindi Milano ricca d’acqua sia sopra che sotto ed è un aspetto che deve essere considerato sempre quando si interviene nell’area milanese.
    Quando nel 1386, dopo l’abbattimento delle due chiese esistenti, si cominciò a costruire il Duomo, decisamente diverso da come è ora, l’acqua di falda era a pochissimi metri dal suolo, come risulta da numerosi racconti e manufatti ritrovati durante gli scavi archeologici.

    I dati raccolti in modo continuativo dalla costruzione dell’acquedotto milanese alla fine del 1800, rispecchiano ciò che è stata la situazione del rapporto acqua sotterranea e costruzioni nell’area milanese perlomeno fino agli anni 20 del secolo scorso, quando, dopo la costruzione delle centrali per l’acquedotto cittadino, i prelievi di acque sotterranea aumentarono sempre più, abbassandone il livello nel suolo.

    Quindi immaginiamo l’area del futuro duomo, ricca di acqua sotterranea e di canali che passavano vicino alle case e alle chiese preesistenti. Anche se non viene quasi mai citato il problema della falda affiorante era probabilmente ben conosciuto da tutti gli addetti ai lavori, specialmente gli ingegneri e gli architetti.

    La variazione dei livelli di acqua sotterranea nella città di Milano

    E ritorniamo al Duomo, dove, al momento di posizionare le fondamenta su un terreno di ghiaia e sabbia con tracce di limo e strati di limo sabbioso e argilla, si posizionarono dei plinti che erano diversamente caricati causa appunto la presenza della falda, e di cui ora, dopo recenti studi effettuati negli anni 60 del secolo scorso da Ferrari da Passano, conosciamo esattamente le problematiche In effetti nessuno nel secolo XIV poteva mai pensare che avremmo avuto degli abbassamenti della falda per cause imputabili unicamente all’attività umana. Si dava per scontato che fosse stabile, ma non lo era. Questo ha innescato una serie di situazioni, alcune fortemente problematiche, che sono tuttora sotto osservazione. In sintesi, il Duomo e la falda sono sorvegliati speciali.

    Tra alti e bassi la costruzione del Duomo, come riportato dagli Annali della Veneranda Fabbrica, continuò per secoli, tanto che a Milano esiste un modo dire “lungo come la fabbrica del Duomo” quando si parla di un lavoro interminabile.

    La Gran Guglia ed il suo costruttore

    Anonimo – Duomo in costruzione XVI secolo – Civico Museo di Milano

    Nel XVIII secolo il Duomo era ancora quasi privo di guglie e in continuo stato di lavorazioni riprese, interrotte e mai completate, ma finalmente si cominciò seriamente  a parlare di costruire la Gran Guglia, già pensata una manciata di secoli prima. L’8 luglio 1762, dal Capitolo della Veneranda l’architetto Croce ricevette l’incarico di cercare i vecchi modelli in legno, e di predisporre un nuovo progetto. E, come racconta Ambrogio Nava nella sua relazione sui restauri alla Gran Guglia intrapresi nel 1845, due anni dopo, il 23 maggio 1764, Croce presentò un modello in legno ed una relazione.

    Ma chi era Francesco Croce?

    Come si riassume brevemente nel libro di Marco Castelli,  Francesco Croce nasce a Milano nel 1696 da un artigiano idraulico e nonostante l’ammissione a agrimensore presso un ingegnere collegiato non ebbe mai ufficialmente la qualifica di ingegnere causa le leggi sul censo di allora. Nonostante ciò, progettò opere di ingegneria e architettura a Milano e altrove.  Il porticato della Rotonda della Besana e la facciata del palazzo Sormani sono degli esempi. Nell’ultima parte della sua vita venne assunto come architetto del Duomo e collaborò con l’architetto Merlo e altri fino a che venne incaricato di progettare la Gran Guglia. Sovraintese alla sua costruzione ma non vide la Madonnina sulla cima della sua opera perché mori nel 1773.

    Il Progetto

    Un progetto che era piuttosto ardito e ben consapevole delle problematiche connesse alla stabilità del Duomo, per cui, l’architetto Croce ideò “un ingegnoso sistema di costruzione della sua Guglia, e ciò solo basterebbe a mostrarlo uomo di arditissimo ingegno e di vaste cognizioni, sebbene non sapesse vestire i suoi concetti di frasi ampollose”, come scrive Ambrogio Nava nella sua relazione, dove inserisce nelle appendici  il testo della relazione scritta direttamente da Croce, oltre ai commenti dei contemporanei.

     Relazione molto stringata e chiara dove sintetizza i punti chiave della sua scelta, che vanno dal mantenimento della sicurezza dell’intera struttura fino alla proporzione e simmetria con il resto della costruzione. Non ultimo che la Gran Guglia doveva rispondere alla magnificenza e alla convenienza dell’ornatissima Fabbrica di cui debba essere l’ultimo finimento”. Magistralmente riesce a unire la leggerezza, la delicatezza della guglia che sostiene la statua della Madonnina con la tenuta dell’intera struttura. “E’ un sistema di ferri di varie dimensioni, bilanciato da forze concentriche verticali, mascherato e mantenuto da un rivestimento di marmo, che ne compone la forma esteriore” come lo definisce Ambrogio Nava, primo restauratore della Gran Guglia nel 1845 in senso rigorosamente conservativo.

    Mentre l’arch. Ferrari da Passano nel 1962 la definisce una torre prismatica ottaedrica tutta traforata con un’anima cilindrica cava in marmo ed all’interno una scala a spirale che sale nell’anima cilindrica, una progettazione moderna di cui il Croce era pienamente consapevole.

    Nella relazione di Croce ci sono due “chicche” di cui non si trova cenno o approfondimenti nelle ricerche compiute. La prima, è che nel decreto del Capitolo per indicazioni sul progetto della Gran Guglia si ordina di visitare ed effettuare un paragone con la guglia dell’Abbazia di Chiaravalle prima di cominciare a stendere il progetto. Cosa che il Croce fa puntualmente mettendo in evidenza le differenze tra l’Abbazia ed il Duomo; la seconda che si firma come Francesco Croce Architetto dell’Ammiranda Fabbrica, aggettivo dato al posto della Veneranda, come si usa ora.

    Considerata la complessità del progetto e i dubbi sollevati da un anonimo, poi scoperto essere Paolo Frisi, matematico barnabita, spalleggiato dai fratelli Verri che, nel loro carteggio, definiscono il progetto di Croce “una deformità davvero ridicola” vennero contattati insigni esperti, come il Boscovich, gesuita, ed altri per l’approvazione della proposta dell’architetto Croce.

    Il contesto

    Viste le diatribe sollevate dal progetto, a questo punto vale una digressione per far capire il contesto e fornire le basi per capire l’oblio di Francesco Croce.

    Come succede sempre, i gusti cambiano e verso la metà del XVIII secolo lo stile barocco non piaceva più, nasce un movimento Illuminista, che mette la ragione e la scienza al centro dell’essere uomo e dove la religione non è più il fulcro della vita.  Insieme al movimento Illuminista, si afferma il gusto neoclassico, nato come reazione al  barocco  e il nuovo stile,  è caratterizzato all’inizio da forme più semplici e lineari che si richiamano al Rinascimento, poi da forme più maestose e imponenti che rinviano a Roma e all’antica Grecia. Stile riconoscibile soprattutto in architettura con Giuseppe Piermarini, architetto umbro ben introdotto nella Milano del Settecento.Questo clima è stato incentivato dalle riforme volute dall’imperatrice Maria Teresa e dal suo successore sui rapporti Chiesa Stato. Le riforme, riguardanti aspetti molto importanti della vita milanese come l’accorpamento di ordini religiosi, il rinnovamento dell’ordine degli Architetti e Ingegneri, sino ad allora autoreferenziale, e l’istituzione, al posto del Collegio dei Gesuiti, dell’Accademia delle Belle Arti a Brera, dove si formeranno i futuri artisti, togliendo l’egemonia alla chiesa milanese durata secoli, vennero appoggiate dagli stessi intellettuali milanesi come Verri, Parini, Frisi ed altri. Nonostante da tutti il Duomo venisse considerato come una cosa a sé stante, di fatto si apri una “lotta” tra la Chiesa, ancora sostenitore del barocco e lo Stato Asburgico che appoggiava il gusto neoclassico, meno costoso. Francesco Croce sia per questioni anagrafiche che per cultura era l’ultimo degli architetti del tardo barocco e quindi nella progettazione della Gran Guglia applica questo principio. Forse è per questo che già nelle critiche effettuate alla presentazione del progetto il suo nome viene, forse volutamente, omesso. Omissione che perdurerà per molto tempo e tuttora il nome del progettista della meraviglia tecnica che sostiene la Madonnina gira solo tra gli addetti a lavori.

    La costruzione

    Finalmente l’8 luglio 1765 il Capitolo della Veneranda Fabbrica del Duomo deliberava di fare innalzare la guglia maggiore, sopra il tiburio eretto alla fine del Quattrocento. Poi, come previsto da tempo, probabilmente dall’inizio della costruzione, venne posizionata la statua della Madonnina, alta circa 4 metri, in rame ricoperta di foglie d’oro, opera di Giuseppe Perego e Giuseppe Bini il 30 dicembre 1774, un anno dopo la morte di Croce, senza alcuna cerimonia, come si rileva dalle rubriche del Maestro delle Sacre Cerimonie della cattedrale, disponibile in Archivio Capitolare.

     In meno di quattro anni la Guglia venne ultimata, perché venne utilizzata la tecnica della divisione del lavoro in settori affidandoli ad artigiani diversi, anche se, purtroppo, non venne seguito alla lettera il progetto originale, come evidenzia nella sua relazione Ambrogio Nava settanta anni dopo, quando si intervenne per il restauro e non l’abbattimento come inizialmente si voleva fare, dato il grave ammaloramento della struttura. Va sottolineato anche il fatto che dovettero essere risolti numerosi problemi perché un cantiere a 65 m di altezza ha bisogno di una complessa organizzazione.

    Per sottolineare ancora una volta la genialità di Francesco Croce il progetto, probabilmente senza volerlo, anticipò i principi della tecnica moderna del cemento armato in quanto era prevista la guglia in marmo con un’intelaiatura in ferro, molto leggera che pesava solo 4700 kg circa.

    Il Duomo è finalmente concluso, ma inizia la manutenzione del monumento, anche se sicuramente non con l’attenzione odierna, frutto di centinaia di anni di esperienza in merito. Solo riguardo alla Gran Guglia, citando i più importanti, il primo restauro, dopo decenni di abbandono, in senso rigorosamente conservativo venne gestito da Ambrogio Nava nel 1845, che ha avuto il grande merito di evitarne l’abbattimento, invece caldeggiato dall’architetto della Fabbrica Pestagalli. Nel 1962 i collegamenti originali in ferro vengono sostituiti da elementi in acciaio inossidabile particolare denominato AISI 316 grazie a Carlo Ferrari da Passano. Ora invece i nuovi elementi metallici sono realizzati in titanio e vengono consolidati o sostituiti gli elementi in marmo.

    L’acqua ed il Duomo

     Come anticipato all’inizio di questa storia Milano è estremamente ricca di acqua sotterranea che da sempre incide sulle scelte della città stessa.  Anche il Duomo, costruito in un’epoca in cui l’acqua era a pochi metri dal suolo e tale è rimasta per centinaia di anni ha avuto le sue difficoltà, ovviamente generate dall’attività umana.

    Costruito pensando che l’acqua sarebbe stata sempre allo stesso livello, le fondazioni della facciata e di parte delle murature laterali sono state appoggiate su pali, mentre i piloni del tiburio sono stati costruiti su plinti sopra uno strato di argilla e calce direttamente consolidato e gettato in acqua.

    Con il tempo, principalmente l’aumento dei prelievi d’acqua sotterranea causa la costruzione dell’acquedotto milanese alla fine dell’Ottocento, in misura minore la presenza di una centrale termoelettrica a pochi passi, le vibrazioni del traffico veicolare e la presenza di errori di staticità si sono presentati notevoli episodi di subsidenza. Già a partire dagli anni 20 i prelievi erano aumentati per l’aumentare della popolazione e di conseguenza del consumo d’acqua potabile e la falda si era abbassata di poco. I prelievi pubblici aumentarono sempre più passando da circa 108 milioni di mc del 1930 ai 352 milioni del 1971. Per fortuna attualmente la quantità di acqua sollevata dai pozzi si è notevolmente ridotta attestandosi sui 218 milioni di mc/annui.

    I dati relativi ai prelievi dei pozzi privati allora esistenti non sono conosciuti, ma si sa che erano numerosi ed estremamente attivi per la presenza di numerose industrie idro esigenti nel territorio milanese.

    L’acqua fino a circa gli anni 50 del secolo scorso si trovava poco al di sotto dei plinti di fondazione, circa a meno 7 metri, mentre la Fabbrica del Duomo, all’inizio degli anni 60, come racconta Ferrari da Passano nel suo intervento al convegno della Società di Geotecnica Italiana nell’ottobre 1980, si è trovata a rilevare lesioni nelle colonne del tiburio e cominciare a pensare seriamente che l’intera struttura potesse crollare.

    Però da parte dei tecnici non era ancora stato messo in correlazione il problema delle lesioni del Duomo con il fenomeno l’abbassamento della falda, nonostante il livello di quest’ultima si era abbassato di 25 metri in vent’anni, mentre attualmente si attesta sui 16-17 metri di profondità.

    La situazione venne studiata a fondo con l’istituzione di una Commissione prefettizia tuttora operativa, partecipanti tutte le istituzioni milanesi e la mattina dell’8 settembre 1972 su ordinanza del Sindaco di Milano, Aldo Aniasi, piazza Duomo venne chiusa definitivamente al traffico veicolare, rallentata la linea 1 della metropolitana, e immediata chiusura dei pozzi privati circostanti. Questi gli interventi necessari per ridurre l’impatto sulla cattedrale. Dopo di che si cominciarono i lavori di restauro all’interno che durarono anni.

    Da allora il Duomo è un sorvegliato speciale, insieme ovviamente alla falda, con reti di sensori e continui monitoraggi e restauri.

    Conclusioni

    Partiti da un dimenticato, e si spera presto ricordato da tutti, architetto della Veneranda Fabbrica che ha progettato e realizzato la meraviglia che sostiene la statua della Madonnina, simbolo di Milano, siamo arrivati ai 250 anni, da festeggiare nel 2020, della conclusione della Gran Guglia del Duomo. Sarebbe l’occasione per il Comune di Milano e la Veneranda Fabbrica correre ai ripari e dare il giusto risalto all’opera di Francesco Croce, magari dedicandogli una via come chiedeva l’autrice del precedente articolo e l’autore del volume del 2009.  O anche un convegno tecnico e un percorso tematico in città.

    Milano magari dimentica ogni tanto ma ha sempre dato il giusto valore alle cose e riparerà al torto.


    Del resto per oltre 600 anni il Duomo e la sua piazza hanno ospitato la storia della città, la passione dei suoi cittadini e la vita quotidiana di persone che hanno sempre rialzato la testa e rimboccate le maniche dopo le devastazioni e le distruzioni umane e naturali. Punto di riferimento per tutti fino dalle sue origini e dove generazioni di costruttori, di operai, di artigiani, speziali, orefici, notai e forestieri hanno aggiunto il loro tocco personale fino a farlo diventare la spettacolare struttura che è oggi, meta di pellegrinaggi e di curiosi turisti.

     

    Piazza del Duomo 1883.

     

    Bibliografia e sitografia

    • Manuela Sconti Carbone: “La congiura della gran guglia del Duomo” marzo 2019, antiqua.mi.it
    • Ambrogio Nava: “Relazione dei restauri intrapresi alla gran guglia del duomo di Milano nell’anno 1844 ed ultimati nella primavera del corrente 1845” Milano, tipografia Valentini 1845;
    • Marco Castelli: “Il caso Croce: un delitto mediatico all’ombra della Madonnina” Milano, Edizioni Ares 2009
    • Annali della Veneranda Fabbrica del Duomo volume 6 anni 1681-1875 , Tipografia Sociale Reggiani 1885;
    • Alberto De Capitani d’Arzago: “La Chiesa Maggiore” di Milano: Santa Tecla” Milano : Casa editrice Ceschina, 1952;
    • Giorgio Giulini: “Documenti illustrativi ed indice generale della storia della città e della campagna di Milano” Vol. VII Francesco Colombo editore 1857;
    • Gaetano Franchetti: “Storia e descrizione del Duomo di Milano” Milano Tipografia De Stefanis 1821;
    • Ferrari da Passano C. (1980) – Interventi di consolidamento delle strutture del Duomo di Milano a seguito di fenomeni di subsidenza. Atti del XIV° Convegno Nazionale di Geotecnica, vol. 1, pp. 177-186, Firenze
    • Arrigo Croce (1985) – Antichi monumenti e città. Ricerca e conservazione. Geotechnical Engineering in Italy. An overview, 1985. Published in occasion of the ISSMFE Golden Jubilee, AGI
    • Giovanni Vannucchi: “Problemi di Geotecnica nel restauro monumentale”- Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale Università di Firenze Firenze, 21 e 22 Settembre 2007;
    • Donatella Caporusso, Milano (Mediolanum): la situazione idrografica di Milano romana, in Catalogo della Mostra “Milano capitale dell’Impero romani (286-402 d.C.)”, Milano 1990, p.94;
    • Corradi Dell’Acqua, L., & Calvi, G. M. (2009). La gran guglia come opera di ingegneria: un’opera ardita su un supporto difficile.
    • Ferrari da Passano, La guglia maggiore, in: “… e il Duomo toccò il cielo”, a cura di E. Brivio e F. Repishti, pp. 133-142, Skira, Milano, 2003.2.
    • Brivio, La guglia maggiore, trono della Vergine assunta, ibid., pp. 143-163.3. G. Stolfi, La costruzione della guglia maggiore e il consulto dei matematici, ibid., pp.165-176.4,
    • Masotti, Matematica e matematici nella storia di Milano, in: Storia di Milano, vol.XVI, pp. 713-814, Fondazione Treccani, 1962
    • Corradi Dell’Acqua:”La statica delle cattedrali gotiche e la statica del Duomo di Milano” Istituto Lombardo – Accademia Di Scienze E Lettere – Incontri Di Studio, 69-89;
    • Alfredo Cigada, Beniamino Mörlin Visconti Castiglione, Matteo Scaccabarozzi, Marcello Vanali, Emanuele Zappa: “Monitoraggio strutturale continuativo: il cantiere di restauro della guglia maggiore del Duomo di Milano” – Archeomatica N°4 dicembre 2013
    • Corpo dei disegni del Duomo
    • Sito Ufficiale del Duomo di Milano
    Ringraziamenti

    Ringrazio le persone che hanno scritto, amato e vissuto il Duomo e la città di Milano nei secoli passati, come Francesco Croce, Ambrogio Nava, e quelli che ora spendono il loro tempo come gli autori degli articoli sopracitati. Un particolare ringraziamento all’autrice del precedente articolo Manuela Sconti Carbone che ha dato l’avvio alla mia ricerca, a Marco Castelli per il suo libro su Croce, a Roberto Fighetti della Veneranda Fabbrica fondamentale nella ricerca di molti documenti, al personale della Biblioteca Archeologica e Numismatica per la competenza e la disponibilità, al personale della Cittadella degli Archivi del Comune di Milano per la infinita pazienza e disponibilità e agli amici che hanno lavorato e che lavorano in MM, società di gestione del servizio idrico integrato di Milano.

    Valutazione del livello massimo raggiungibile della falda nel Comune di Milano

    Quando venne costruito il Duomo di Milano si pensava che il livello dell’acqua sotterranea non sarebbe mai cambiato. Bastava togliere pochi metri di terra e l’acqua era li, creando problemi non da poco nelle fondazioni delle costruzioni fin dai tempi dei Romani. Poi dagli anni Settanta del secolo scorso la situazione si ribaltò: la falda, causa massicci prelievi si abbassò anche di decine di metri creando altri problemi, come l’instabilità del tiburio del Duomo stesso. Ma all’inizio degli anni Novanta la situazione si ribaltò di nuovo, perchè la grandi industrie idroesigenti nella periferia milanese chiusero e la falda ricominciò a risalire.

    Allora la Provincia di Milano istituì un gruppo di lavoro interistituzionale e interdisciplinare  che produsse una serie di progetti, articoli e pubblicazioni varie.

    Perfettamente sintetizzato nella sua presentazione odierna dell’articolo scritto nel 2000, redatto a più mani, dal professore Vincenzo Francani:

    ” A Milano e nei comuni della città metropolitana, come in molti centri sparsi sul territorio nazionale, le risorse idriche necessarie per gli acquedotti cittadini e per le industrie vengono estratte dalla riserva idrica sotterranea , il cui livello si abbassa rapidamente (addirittura uno-due m per anno)nei periodi di intenso sviluppo produttivo, e si innalza nei periodi di crisi economica . Le opere nel sottosuolo come le metropolitane e quelle edili, soprattutto quelle più importanti, subiscono rilevanti interferenze da queste oscillazioni dei livelli di falda. Negli anni 90 ci si rese conto, in particolare a Milano anche grazie al fatto che Provincia,Comune,MM e Regione monitoravano ormai da molto tempo i livelli di falda, ma anche in molte città italiane, che era necessario provvedere a interventi di gestione delle acque sotterranee. Si prese atto della necessità, per una corretta programmazione dei progetti urbani, di prevedere, sia pure con gli ovvi margini di incertezza, l’entità delle variazioni del livello di falda nel tempo .

     La formazione della cultura di base e di quella specialistica  per l’elaborazione di metodi di calcolo di fenomeni in gran parte naturali , ha richiesto in quel periodo  uno sforzo di sintesi e  di rielaborazione da parte delle università italiane, e un  supporto dagli editori, per la diffusione a scala nazionale  di elementi culturali che  all’epoca  (fra il 1994 e il 2000), non sarebbe stata altrimenti possibile. 
    E’ sembrato interessante riprendere, per rappresentare questo particolare momento , un articolo allora pubbicato nella collana Quaderni di Geologia Applicata di Pitagora editore (pited@pitagoragroup.it) che riassume le soluzioni proponibili all’epoca di questo non facile problema. 
     Il metodo utilizzato dal gruppo di ricercatori è stato quello di calcolare con un modello matematico  la somma  degli effetti  sul livello di falda di tutte le componenti ambientali (es, le piogge e i corsi d’acqua), e di quelle antropiche (es.dei prelievi da pozzi di acquedotto,agricoli e industriali).
    La previsione ha comportato il calcolo degli effetti  che si sarebbero avuti se si fosse realizzato ciascuno degli scenari possibili, quali ad esempio la  dismissione di molti pozzi di acquedotto per inquinamento, il venire meno della produzione industriale per particolari condizioni economiche, la riduzione dell’incremento demografico nel tempo.  
    In effetti dal 2000 a oggi complessivamente questi scenari si sono rivelati realistici, e si è constatato un tendenziale aumento dei livelli di falda, che oggi sono preoccupanti.
    I risultati descritti nel testo sono esposti in tabelle e carte. 
    Augurando buona lettura, e ringraziando l’editore che ha consentito la diffusione on line di uno dei numerosi lavori pubblicati ,credo che sia interessante controllare  a vent’anni di distanza in quale misura  questo metodo ha dato buoni frutti, e se  è oggi possibile rivederlo e migliorarlo.