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    acque minerali

    Nicolodi F.1, Scioscia T.2
    1 Geologo libero professionista, francesco.nicolodi@foldtani.it
    2 Laureato in Scienze Geologiche, tighilu.scioscia@gmail.com

    RIASSUNTO
    Le acque presenti nel sottosuolo del comune di Milano rappresentano una risorsa fondamentale per la città. In particolare, in questo articolo vengono trattate le acque termominerali a carattere solforoso dell’acquifero profondo, derivanti da falde residuali di origine marina Plio-Pleistocenica. La chimica di queste acque risulta molto simile a quella delle sorgenti idrotermali e per questo motivo potrebbero essere estratte ed impiegate per la realizzazione di centri termali nella città di Milano. Il vantaggio di estrarre acque mineralizzate sarebbe quello rendere Milano un’area termale, fornendo un’ulteriore fonte d’attrazione e di guadagno per la città.

    ABSTRACT
    The waters present in the subsoil of the municipality of Milan represent a fundamental resource for the city. In particular,in this article are treated the sulphurous thermomineral waters of the deep aquifer, deriving from the interaction with the messinian evaporitic deposits. The chemistry of these waters is very similar to that of hydrothermal springs and for this reason, they could be extracted and used for the establishment of thermal center in the city of Milan. The advantage of extracting mineralized water would be to make Milan a thermal area, providing an additional source of attraction and profit for the city.

    INTRODUZIONE
    Le acque termo minerali sono state da sempre oggetto di interesse per le civiltà che hanno popolato il territorio lombardo. Nelle numerose testimonianze, archeologiche ed epigrafiche, viene spesso ricordato l’impiego di queste acque per pratiche di culto sia in età romana che preromana (Valvo, 2004). Diversi autori, tra cui Plinio il Vecchio, Seneca e Vitruvio, fanno riferimento alle proprietà chimiche e mediche di queste acque, che venivano anche utilizzate per curare diverse patologie fisiche o semplicemente per depurare l’organismo di chi le beveva (Bassani et al.2010). La conformazione geologica dell’Italia ha spesso permesso lo sfruttamento delle acque termo minerali che, per effetto delle forti pressioni legate alla presenza di vapore acqueo e CO2, riescono a raggiungere la superficie e a formare sorgenti. Di fatto, le manifestazioni termali sono legate quasi sempre alla presenza di una fonte di calore nel sottosuolo, che permette ai fluidi di riscaldarsi e risalire. In assenza di una fonte di calore abbastanza superficiale nel sottosuolo (Fig.1), le acque minerali tendono a rimanere in falda, rendendo più difficile il loro sfruttamento. Queste acque, pur rimanendo in falda, rappresentano una fonte di energia che sta prendendo largo impiego in pianura padana e in particolare negli impianti energetici degli edifici in costruzione, inoltre richiamano un certo interesse per i vari utilizzi legate alle loro proprietà chimiche e fisiche.

    Fig.1- Carta geo-energetica della Lombardia in cui si osserva la variazione del potenziale geotermico da monte a valle; si può notare come a monte il potenziale è più alto mentre a valle diminuisce, probabilmente per effetto dell’approfondimento delle strutture tettoniche, che nel complesso alpino definiscono le geometrie superficiali (metadati da Regione Lombardia, 2019)

    INQUADRAMENTO GEOGRAFICO
    L’area di studio fa riferimento all’intero comune di Milano (Fig.2), che si estende per 181,64 km2 all’interno della regione Lombardia (nord Italia) e confina, rispettivamente a nord e a sud, con le province di Monza Brianza e Lodi, mentre ad est e ad ovest è delimitato dai fiumi Adda e Ticino. Il territorio milanese è caratterizzato da una morfologia sub-pianeggiante, con pendenza minime in direzione N-S che definiscono la rete idrografica locale, composta principalmente dai fiumi Lambro, Olona e Seveso e dai diversi canali artificiali creati in passato per scopi agricoli (rogge).

    Fig.2: Ubicazione geografica dell’area esaminata (modificato da Regione Lombardia, 2017)

    INQUADRAMENTO GEOLOGICO
    Il territorio Milanese è costituito da unità di copertura neogenica-quaternaria prevalentemente di natura glaciale, fluviale e fluvioglaciale (Comizzoli et al., 1969). Risulta di particolare interesse la conoscenza del sottosuolo milanese, la cui analisi diretta è cominciata nella prima metà del ‘900 quando, attraverso i pozzi per l’acqua e i pozzi petroliferi, è stato possibile fare una ripartizione litologica e stratigrafica dei depositi quaternari fino a 300 m di profondità (Nordio, 1957). Dalle note illustrative del Foglio 118-Milano si osserva che la parte superficiale di questo territorio è costituito dalle terminazioni meridionali dei depositi alluvionali pleistocenici, associate alle fasi glaciali e interglaciali, in seguito pedogenizzati. Secondo Finchkl et al.,1984, l’evoluzione plio-quaternaria, susseguitasi alla fase erosiva del Miocene, può essere divisa in tre fasi principali: la prima  fase, associata alla regressione marina e alla sedimentazione dei depositi continentali e transizionali (Pliocene superiore- Pleistocene medio), una seconda fase legata alle glaciazioni e alla formazione dei depositi morenici e infine la fase postglaciale olocenica a sedimentazione prevalentemente alluvionale, in cui si ha la deposizioni dei vari supersintemi (Padano, Lombardo ed Emiliano-Romagnolo) (Fig.3).

    Fig.3: Carta geologica dell’area di studio in cui sono indicati i vari sintemi e le unità geologiche (da progetto CARG di Regione Lombardia)

    A profondità più elevate, la geologia del sottosuolo presenta unità riferibili al substrato roccioso tettonizzato, i cui termini più recenti risalgono all’Oligocene e che, immergendo verso S, delineano una struttura geologica profonda (Cassano et al.,1986). Il substrato roccioso comprende formazioni sedimentarie e cristalline con età comprese tra il Paleozoico e il Terziario che si incontrano, nella parte settentrionale del territorio, a profondità variabili tra i 40 e 60 m, mentre nella parte meridionale risultano più profondi e non vengono intercettate dai pozzi di perforazione (Comizzoni et al.,1969).

    Fig.4: Sezione trasversale della struttura geologica della Pianura Padana (da “Risorse idriche sotterranee” di Gattinoni P., 2015)

    In Fig.1 sono indicate le unità presenti nel sottosuolo padano, si riconoscono quelle appartenenti al Villafranchiano, costituito da argille e limi grigio-azzurre, presenti nella parte basale e da sedimenti limosi argillosi grigio-gialli con lenti sabbiose nella parte sommitale (Fig.4). Esso rappresenta un ambiente in parte continentale (lacustre intra-morenico) e in parte transizionale (fluviale-lagunare), la parte basale contiene un gran numero di fossili che vengono attribuiti alla porzione settentrionale dei depositi marini presenti nella valle dell’Olona. L’unità del Ceppo invece è rappresentata da ghiaie e sabbie medio grossolane con ciottoli talvolta cementati, che si ritrovano lungo le incisioni dei principali fiumi e in diversi pozzi della pianura Padana. Nella porzione sommitale, sopra alle unità del Villafranchiano e del Ceppo, abbiamo depositi alluvionali, conoidi pedemontane e depositi glaciali in cui sono comprese le unità che costituiscono gli apparati morenici della Pianura lombarda settentrionale.

    Successione neogenico-quaternaria
    Per la presenza di unconformities, che non permettono l’elaborazione di linee sismiche ad alta risoluzione, nel Foglio 118-Milano sono state utilizzate le USBU per suddividere la successione neogenico-quaternaria, cioè unità delimitate alla base e al tetto da superfici di discontinuità. L’analisi svolta da Regione Lombardia e Eni (2002) ha permesso l’identificazione di due superfici di discontinuità principali, riconosciute in gran parte del bacino padano. Queste superfici regionali separano tra loro le unità del sottosuolo riconducibili al supersintema Padano (PD) e a quello Lombardo, che si divide a sua volta in superiore (LS) e inferiore (LI). Le unità sopracitate sono state confrontate con quelle presenti nel progetto CARG della Regione Emila-Romagna, riscontrando delle equivalenze con il supersintema Quaternario Marino (QM) e il supersintema Emiliano Romagnolo superiore e inferiore (AEI e AES).

    Super sintema Padano (PD)
    Il PD è un’unità di nuova introduzione delimitata al tetto dalla superficie di inconformità “R” (0,87 Ma Calabriano), riconosciuta da Muttoni et al.(2003), denominata QC1 in ISPRA (2015) e corrispondente alla base del Gruppo Acquifero B (Regione Lombardi e Eni, 2002), mentre il limite sottostante del PD è definito da una superficie datata a circa 1,5 Ma (Calabriano) corrispondente alla QM1 di ISPRA (2015) e alla base del Gruppo Acquifero D (Regione Lombardia e Eni, 2002). La porzione sommitale del PD è costituita da cicli di spessore plurimetrico composti da sabbie a granulometria varia, da molto fini a medie, da limi e argille a concentrazione parziale di materiale organico e da corpi ghiaiosi-sabbiosi localmente cementati. Questi depositi sono attribuibili ad un ambiente alluvionale a carattere meandriforme, che spesso si riconosce nei depositi di canale fluviale (sabbie medie e fini amalgamate), più grossolani rispetto a quelli presenti nella piana alluvionale (sabbie fini e limi). La parte inferiore del PD, definita sommariamente attraverso i profili dei pozzi Agip (ENI), è costituita da depositi prevalentemente sabbiosi che presentano intercalazioni argillose e alcuni livelli ghiaiosi di spessore metrico. Questa unità basale contiene diversi fossili bentonici, tra cui foraminiferi, briozoi ed echinidi, che testimoniano una genesi di ambiente marino o marino marginale. Un progressivo aumento della granulometria dei depositi avviene intorno ai 280 m di profondità, dove si registra la presenza di ghiaie e sabbie alternate tra loro ed intercalate a livelli di materiale più fine (argilla, limo e torba), segnando il passaggio tra ambiente transizionale e continentale. Questo passaggio da ambiente marino-transizionale a continentale, avviene a cavallo di una superficie di inconformità che corrisponde alla base del Gruppo Acquifero C (Regione Lombardia e Eni, 2002) e alla QM2 di ISPRA (2015). In definitiva il PD è caratterizzato alla base da depositi di piattaforma interna e costieri (marino-marginali) che passano, verso l’alto, a depositi di transizione di tipo delta, conoide e laguna, per terminare con i depositi continentali di tipo alluvionale. Questa distribuzione corrisponde sostanzialmente al supersintema quaternario marino (QM), presente in Emilia Romagna (Regione Emilia-Romagna e Eni, 1998).

    Supersintema Lombardo Inferiore (LI)
    Questa unità del Calabriano-Pleistocene medio, presenta depositi costituiti da corpi di cospicuo spessore di sabbie a granulometria variabile, da media a grossolana e ghiaie medie grossolane con ciottoli localmente cementati. I banchi sabbiosi appaiono in parte caotici in parte organizzati in lamine con presenza di clasti, ad indicare una variazione dell’energia di trasporto del materiale da parte dell’acqua. All’interno delle sabbie si distinguono livelli pelitici, costituiti da argille e limi, che mostrano una certa continuità laterale e talvolta un colore rossastro attribuibile a paleosuoli. La varietà di granulometrie che si incontrano nel LI, sono rappresentative di un ambiente alluvionale, con apporti di materiale grossolano proveniente dagli anfiteatri glaciali presenti al margine del dominio sudalpino. Oltre alla granulometria, anche per la variazione latero-verticale dei sedimenti si ritiene che l’ambiente deposizionale sia in particolare riferibile ad una piana a braided e che i corpi sabbioso ghiaiosi presenti sono riconducibili ad un canale fluviale di energia medio alta. L’ LI è delimitato alla base dalla superfice “R” (Muttoni et al.,2003), mentre al tetto è presente la superficie di inconformità “Y” (Scardia at al., 2012), corrispondente alla superficie QC3 di ISPRA (2015) nonché alla base del Gruppo Acquifero A di Regione Lombardia e Eni (2002). La superficie “R” corrisponde ad un marcato cambio sedimentologico tra l’unità LI e la sottostante PD, correlato all’instaurarsi delle maggiori glaciazioni pleistoceniche (Muttoni et al., 2003).

    Supersintema Lombardo Superiore (LS)
    La superficie “Y” di Scardia et al. (2012) corrisponde al limite inferiore della LS, separandola dal sintema inferiore (LI) sottostante. Questa unità è di età pleistocenica media- olocenica ed è distribuita in strati con spessore variabile, caratterizzati dalla prevalenza di ghiaie grossolane con ciottoli mal cerniti e parzialmente cementati, con la subordinazione di livelli sabbiosi a granulometria media e grossolana. I livelli di materiale fine (argilla e limo) sono presenti anche in questa unità ma con continuità laterale meno marcata, i livelli sabbiosi sono scarsi e le sequenze di tipo finingupward crescente testimonia la presenza di frequenti fenomeni di erosione in un ambiente fluviale di alta energia. Il sintema LS è riconducibile ad un ambiente di tipo fluvioglaciale di tipo braided prossimale, che si rispecchia nella distribuzione non omogenea dei sedimenti e dalla prevalenza di granulometrie grandi.

    Unità di Superficie
    Supersintema di Besnate
    La superficie interessata da questo studio risulta principalmente occupata dai depositi del supersintema di Besnate, costituito esclusivamente da depositi fluvioglaciali delimitati da superfici di alterazione (Fig.5). La litologia complessiva appare omogenea, rappresentata da: ghiaie grano sostenute, da massive a grossolanamente stratificate, con matrice sabbiosa e sabbiosa limosa; ghiaie a supporto di matrice; sabbie medie e grossolane. Questa unità coincide con il altopiano delle Groane e affiora al limite settentrionale del Foglio 118-Milano, tra Cesate-Limbiate e Ospiate.

    Fig.5: Tabella che mostra le unità che costituiscono il supersintema di Besnate (tratto dalle Note Illustrative della Carta Geologica d’Italia 1:50.000-ISPRA- Foglio 118 Milano)

    Sistema di Cantù
    Depositi formati da ghiaie stratificate a matrice-sostenuta di sabbie granulometricamente medio grossolane (alluvionali); diamicton a supporto di matrice con clasti centimetrici e decimetrici (depositi glaciali); limi e argille laminate (depositi lacustri). Questa unità affiora lungo i fiumi Lura e Olona, oltre che a NE della città di Milano e lungo le sponde del Lambro orientale e meridionale. Il sintema di Cantù si ritiene sia legato all’ultima glaciazione (LGM) e pertanto viene attribuito al Pleistocene superiore.

    Sintema del Po
    Unità postglaciale di natura ghiaiosa e sabbioso-ghiaiosa. Si distinguono principalmente in depositi fluviali, rappresentati dalle ghiaie a matrice sabbiosa limosa e depositi di tracimazione, ovvero sabbie e limi. Il sintema del Po costituisce la parte più superficiale della successione neogenica-quaternaria, di fatto il limite superiore coincide sempre con la superficie topografica e ricopre le altre unità con limite di tipo erosionale. Nel Foglio 118-Milano, il sintema del Po affiora in diversi settori, tra cui le valli del fiume Olona e del Lambro, oltre che lungo il livello modale della pianura a E e a O di Milano.

    Unità Idrogeologiche
    L’idrogeologia e la chimica delle acque sotterranee dell’area milanese riveste un’importanza fondamentale per il bilancio idrologico e per la valutazione delle risorse idriche. Secondo diversi autori (Beretta et al., 1983; Cavallin et al.,1983) nell’idrogeologia del sottosuolo milanese si riconoscono tre litozone (Fig.6), che dall’alto al basso  si dispongono secondo un trend granulometrico decrescente: litozona ghiaioso-sabbiosa, litozona sabbioso-argillosa e litozona argillosa.

    Fig.6: Correlazione tra le varie unita litostratigrafiche e la divisione degli acquiferi presenti in pianura Padana (Carcano et al., 2002)

    Come si fa presente nelle note illustrative del foglio 118 – Milano dell’ISPRA, l’idrostratigrafia di quest’area si può sintetizzare con la presenza di un acquifero superficiale o “tradizionale”, un acquifero profondo e un acquifero marino. Quello più superficiale, che va da N a S, comprende falde libere, semi-confinate e confinate, costituite da una litologia variabile da ghiaia con sabbie grossolane nella parte alta, a sabbie medie con intercalazioni di argilla e limo nella parte basale dell’acquifero. L’acquifero profondo risulta ben separato dagli acquiferi sovrastanti, è costituito da multistrati e presenta falde in pressione.  L’acquifero marino è costituito da una serie di livelli idrici delimitati da argille marine (Fig.7) Regione Lombardia, insieme ad Eni, hanno proposto una suddivisione in unità idrostratigrafiche basata sulla correlazione fisica dei corpi sedimentari, integrando dati di pozzo con interpretazione sismica:

    • Gruppo Acquifero A: porzione superficiale libera dell’acquifero tradizionale (litozona ghiaioso-sabbiosa), con spessore dal piano campagna di 30-40 m
    • Gruppo Acquifero B: parte profonda dell’acquifero tradizionale, generalmente confinato o semi-confinato, con spessori variabili da 30-40 m fino a 100 m
    • Gruppo Acquifero C: parte superiore dell’acquifero profondo (litozona ghiaioso-sabbiosa), con profondità tra 100 e 200 m
    • Gruppo Acquifero D: parte inferiore dell’acquifero profondo e gli acquiferi marini (litozona argillosa), con profondità oltre i 200 m

    Fig.7: Schema geologico della distribuzione degli acquiferi della Pianura Padana ed identificazione dei complessi idrogeologici (Chahoud et al.,2013)

    I tre acquiferi mostrano, per effetto della variazione litologica, una conducibilità idraulica decrescente verso l’alto. L’acquifero superficiale risulta molto vulnerabile e può essere soggetta a contaminazioni microbiologiche e chimiche, mentre quello profondo presenta pennacchi di contaminazione chimica per effetto della comunicazione con la falda sovrastante. L’acquifero marino, contiene H2S e a profondità superiori ai 200 m, ma i livelli impermeabili non permettono lo scambio con le regioni idriche sommitali e quindi il rischio di contaminazione risulta più basso.

    Fig.8: Gradiente medio annuo di risalita della falda nel comune di Milano (dal PGT del comune di Milano, 2019)

    Acque minerali
    Dagli studi effettuati in pianura Padana, (Zuppi et al., 1985; 1986) le acque salmastre, intercettate durante la ricerca petrolifera, mostrano un chimismo e contenuto isotopico molto variabile con punte di arricchimento in calcio associato ad una diminuzione del contenuto di magnesio e potassio rispetto all’acqua marina. Queste salamoie fanno da barriera di densità con le porzioni superiori degli acquiferi, riducendo l’interfaccia con le acque vadose ad un leggero scambio osmotico. Le forze tettoniche legate all’avanzamento del fronte appenninico provocano in alcuni casi delle pressioni tali da permettere a queste acque di risalire in superficie per effetto “spremuta”. Queste acque sono caratterizzate dalla presenza di un’abbondante componente gassosa (H2S e CO2) e dalla forte saturazione in gesso. Inoltre, a causa della presenza di questi gas, il pH del sistema risulta leggermente acido, ma supponendo che le condizioni di circolazione diventino meno riducenti, la produzione endogena di CO2 e H2S diminuirebbe e il pH delle acqua slitterebbe a valori più basici prossimi a 8 (Colombetti & Nicolodi, 2005). Le acque analizzate a sud della pianura Padana hanno permesso di fare una suddivisione in base al contenuto ionico, mostrando due tipologie di chimismo, uno di acque ad alto contenuto di elementi alcalino-alcalino/terrosi e un altro di acque ricche in solfati (Colombetti et al.,1997). In base alle varie analisi condotte è stato individuato un circuito superficiale a scarsa mineralizzazione, una circolazione profonda in cui le acque hanno un chimismo solfato/calcico legato al contatto con i gessi triassici e un terzo circuito, anch’esso molto profondo e relativo alle salamoie associate ai giacimenti petroliferi.

    Fig. 9: Sezione idrostratigrafica Burago 1 – Sarmato 1. La sezione, orientata N – S, subparallela (10 km circa ad E) alla sezione idrogeologica di figura 1, mostra l’andamento dei Gruppi Acquiferi A, B, C e D, ove il Gruppo Acquifero A, superiore (Color marrone), corrisponde al Primo Acquifero; il Gruppo Acquifero B (colore verde) corrisponde al Secondo Acquifero; il Gruppo Acquifero C (colore  rosa) corrisponde all’Acquifero Profondo.In grigio sono indicati i livelli poco o punto permeabili, di separazione fra ed entro i singoli Gruppi Acquiferi, mentre il colore azzurro segnala la presenza di acqua salmastra o salata. Come indicazioni di scala, mancando scale grafiche leggibili, il profilo topografico parte da quota 180 m s.l.m., termina a quota 70 m s.l.m. e si estende per circa 60 km; la massima profondità rappresentata in figura è di circa -830 m s.l.m. (Sezione n.2, Carcano et al., 2002)

    La presenza di acque ad elevata salinità, presenti alla base delle successioni stratigrafiche (Fig.9) relativi ai bacini marini, rappresentano il residuo della deposizione di sedimenti in ambiente marino. Il chimismo delle acque originarie, intrappolate nei sedimenti marini, è cloruro-sodico con salinità prossima ai 50 g/l. Una volta avvenuto il seppellimento dei sedimenti, i processi di ultrafiltrazione hanno favorito la salinità complessiva delle acque per effetto di un aumento della concentrazione dello ione cloro e degli elementi alcalino-terrosi a discapito di quelli alcalini, oltre ad un arricchimento in calcio e una corrispondente diminuzione di magnesio e potassio. Rispetto alle acque marine originarie le acque intrappolate nei sedimenti presentano anche, per effetto del frazionamento isotopico, un arricchimento in ossigeno pesante 18O e un impoverimento in deuterio. Per effetto di questi processi le acque marine si sono trasformate in sacche di salamoie, con salinità compresa tra i 150 e i 200 g/l, che tendono a assumere un comportamento plastico che non conferisce la mobilità ma permette solo movimenti ascensionali per ultrafiltrazione (Fig.10), con ulteriore aumento della salinità. Le acque salmastre possono interagire con acque dolci di diversa origine e caratteristica e il loro comportamento dipende dal modo in cui esse vengono a contatto. Di fatto spesso si formano delle stratificazioni di densità che permettono il mescolamento solo all’interfaccia, portando ad un aumento della salinità nelle acque dolci. Oltre che alle acque dolci provenienti dagli acquiferi sovrastanti, si può avere miscelazione con le acque calde che risalgo da zone più profonde, arricchite in solfati per effetto della lisciviazione dei gessi messiniani. Secondo Ricchiuto (1986), c’è anche la possibilità che le acque filtrate dall’alto, una volta intercettate le salamoie, si riscaldino e risalgano in un secondo momento. La pianura Padana, come altri grossi bacini sedimentari, presenta acque di fondo salate (Bellardone et al.,1987) a profondità variabili tra i 700 e i 6000 m (Coggiola et al., 1986), in corrispondenza del limite tra Miocene superiore e Pliocene inferiore, che sono riconducibili alla “crisi di salinità” del Messiniano e alla successiva trasgressione marina pliocenica.

    Fig.10: Schema non in scala in cui sono rappresentate le modalità di deflusso profondo nel Bacino di Savigliano. L’area gialla rappresenta la fascia di deflusso degli acquiferi superficiali, quelle verdi di quelli profondi, mentre l’area rosa costituisce l’area di flusso degli Acquiferi Molto Profondi (Irace et al., 2009).

    (Francani, 1985) definisce queste acque “altamente mineralizzate” e le associa a serbatoi profondi separati da diaframmi impermeabili o semipermeabili di grande spessore e afferma che a esse, per la loro giacitura e per la lentezza dei movimenti ai quali sono sottoposte, difficilmente possono essere attribuite le caratteristiche tipiche delle falde abitualmente sfruttate per acquedotti.

    SITUAZIONE MILANESE
    All’interno del territorio milanese e della relativa provincia, le uniche acque riconosciute ufficialmente come termo-minerali sono quelle che emergono in prossimità del comune di San Colombano al Lambro, in località Gerette (Pilla, 2006). Queste acque vengono estratte tramite pozzi che arrivano a profondità variabili tra i 10 ai 30 m e sono disposti a breve distanza tra loro. In questo caso la chimica delle acque permette di contraddistinguere due idrofacies, una a carattere salso-bromo-sodica e una di tipo sulfurea. Queste acque sono riconducibili all’acquifero profondo della Pianura Padana, a cui si associano le salamoie derivanti dai sedimenti di origine marina, che presentano un grado di mineralizzazione variabile, da pochi gr/l a circa 40gr/l di residuo fisso a 180° per l’idrofacies salso-bromo-iodica e da 500mg/l di residuo fisso a 180° per le fonti sulfuree (Pilla, 2006). La diversa composizione di queste acque è da attribuire a fenomeni di mescolamento differenziale avvenuti durante la risalita. Di fatto, la mineralizzazione di queste acque e la loro natura solforosa è legata, così come accade in alcuni settori dell’appennino settentrionale (Cavanna et al.,2004; Colombetti & Nicolodi, 2005), alla lisciviazione di depositi evaporitici (gessi messiniani) che, nel territorio relativo al comune di Milano, restano in profondità a causa della conformazione geologica del territorio, priva di strutture tettoniche superficiali. A differenza delle aree a nord della provincia, i depositi presenti nel sottosuolo milanese sono costituiti da orizzonti argillosi costanti e di notevole spessore, che non permettono ai contaminanti di superficie di raggiungere i livelli sottostanti e quindi permettono di mantenere le acque profonde incontaminate (Pilla,2006). Nella città di Milano, nei pressi dell’Arena, vengono a giorno da un pozzo delle acque, con una significativa connotazione sulfurea, che provengono da alcuni orizzonti acquiferi sabbiosi sabbiosi-argillosi profondi e in pressione, relativi ai depositi del Quaternario marino (Pilla, 2006). Al di sotto della litozona ghiaioso-sabbiosa e ai depositi palustri del Villafranchiano, a circa 250 m, la successione continentale lascia spazio ai sedimenti marini, da cui emergono le acque sulfuree. Dalle analisi presenti sul Sistema Informativo della Falda di Milano (Fig.11), è possibile osservare che queste acque, come quelle di San Colombano, possiedono una idrofacies di tipo bicarbonato calcica con un grado di mineralizzazione modesto (conducibilità elettrica 285-325 μS/cm). Oltre all’idrogeno solforato, che conferisce le tipiche proprietà organolettiche, sono presenti altre sostanze, come bicarbonati (~190 mg/l), calcio, sodio, cloruri (10 mg/l) e anche magnesio, potassio, solfati, nitrati, ammoniaca, ferro, manganese e fluoro, che si mantengono in concentrazioni basse, comprese tra qualche mg/l e alcune decine di μg/l.

     Fig.11: Tabella con le principali caratteristiche idrochimiche della fonte “Acqua Marcia” neglia anni 2000 -2003 (nd= non determinato; tratto dal Sistema Informativo della Falda di Milano)

    PROSPETTIVE DI SFRUTTAMENTO

    Oltre al particolare caso di San Colombano al Lambro, in generale, l’area del comune di Milano non può essere considerata come termale, non presentando emergenze naturali di acque termo minerali, ma dispone di riserve idriche situate all’interno dell’acquifero profondo che presentano qualità assimilabili a quelle delle sorgenti idrotermali e che quindi potrebbero essere sfruttate anche esse, come accade in luoghi limitrofi, per la realizzazione di bagni terapeutici. Le connotazioni idrochimiche prima citate (Fig.11) non si discostano in modo sostanziale da quelle delle acque circolanti all’interno degli acquiferi più profondi, che possono presentare, per l’appunto, idrofacies chimiche e gradi di mineralizzazione sostanzialmente simili. Come visto nei paragrafi precedenti, la conformazione geologica del territorio comunale di Milano e della pianura padana in generale, ha permesso l’accumulo di importanti quantitativi di acque mineralizzate nel sottosuolo profondo, che di fatto rappresentano una risorsa sia dal punto di vista ambientale che economico. A tal proposito si può far riferimento al progetto, ventilato alcuni anni fa, di realizzazione di terme cittadine all’interno dell’area relativa all’ex ippodromo, in zona San Siro, dove attualmente si stanno eseguendo delle perforazioni per raggiungere l’acquifero profondo in cui sono conservate le acque mineralizzate. L’opera in questione permetterà di estrarre acque di natura termale direttamente in sito, evitando l’esportazione da aree termali o il trattamento di acque non mineralizzate. Questo tipo di impianti termali potrebbe essere esteso a diverse zone del comune di Milano, rappresentando un punto di partenza per trasformare l’area in zona termale e quindi beneficiare di tutti gli aspetti legati alla presenza di terme cittadine.

    CONCLUSIONI

    Le acque minerali potrebbero rappresentare per Milano una risorsa economica importante, che si basa sull’esclusività di possedere terme a carattere naturale, alimentate dagli acquiferi profondi nel sottosuolo e non soggette a condizionamento da parte dell’uomo. Lo sfruttamento di tali giacimenti pone, però, alcune limitazioni pratiche, non solo per la loro elevata profondità dal piano di campagna, ma anche in relazione alla difficile identificazione di importanti discontinuità tettoniche in grado di aumentare, localmente, la bassa conducibilità idraulica che possiedono i terreni che veicolano le acque minerali e, di conseguenza, incrementare la produttività degli eventuali pozzi di captazione (Pilla, 2006). La presenza di terme con acque minerali naturali, oltre ad aumentare il prestigio degli impianti, sarebbe una fonte di attrazione per molte persone, poiché risulterebbe più facile da raggiungere rispetto a sistemi termali attualmente utilizzati e presenti in altre zone. L’investimento legato alla realizzazione di terme potrebbe risultare vantaggioso su tutti i fronti, considerando che i benefici legati ai trattamenti con acque minerali naturali vengono considerati come beni di lusso e in quanto tali, promettono un guadagno da parte di possibili investitori che andrebbero a ricoprire in breve tempo le spese sostenute.


    Le Terme a Milano
    di Cristina Arduini

    Parlare di terme a Milano sembra anacronistico, invece nei secoli passati a partire dai Romani le terme a Milano esistevano. Magari non come lo intendiamo noi adesso, ma in una delle capitali dell’Impero Romano nel secolo II secolo D.C. c’erano le terme Erculee e le terme nell’immenso palazzo imperiale, alimentate dai ricchissimi corsi d’acqua milanesi.
    Ci ha provato anche in epoca napoleonica l’architetto Giovanni Antonio Antolini che voleva costruire in Foro Bonaparte un grandioso edificio per i bagni pubblici. E che dire dell’Acqua Marcia presente al Parco Sempione dagli anni 30 del secolo scorso?
    Ma grazie ai vincitori del concorso Reinventig cities della rete delle città del mondo – C40 – a pochi passi dallo stadio di San Siro in un’area abbandonata per varie vicissitudini da decenni, nascerà una vera e propria stazione termale.
    La zona interessata saranno le vecchie scuderie De Montel , sito di interesse storico, parzialmente occupato da edifici affacciati su un cortile, utilizzati in origine per l’addestramento dei cavalli e per le competizioni equestri. Le Scuderie sono un’importante esempio di stile Liberty dell’inizio del XX secolo, con dettagli artistici e stilistici ancora riconoscibili, nonostante il notevole stato di degrado e sotto la tutela della Soprintendenza.
    La caratteristica fondamentale di queste terme sarà data da un pozzo, già scavato nel 2008, che utilizzerà le acque mineralizzate profonde, che raggiunge circa 330 metri di profondità con portata media di 15 litri secondo e le sue acque verranno impiegate per i vari usi come idropinici , bagni, previsti dal riconoscimento che verrà rilasciato dal Ministero della Salute.


    BIBLIOGRAFIA

    Arpa Lombardia, 2013, “Stato delle acque sotterranee della provincia di Milano, rapporto annuale 2012”

    Bellardone, G.F., Bonfant, F., Coggiola, F., De Luca, D.A., Di Gioia, M., Governa, M.E., Masciocco, L., Olivero, G.F., Pasqualotto, M., Ricci, P., Surace, F., Zauli, M., Zuppi, G.M., 1987. Isotope hydrology in Po Valley. Studi idrogeologici sulla Pianura Padana, 4, 1-21.

    Beretta G. P., Francani V. e Scesi L. ,1983.- Struttura idrogeologica della Provincia di Milano. In: Studio idrogeologico della pianura padana compresa tra Adda e Ticino, a cura di Cavallin A., Francani V. E Mazarella S., Costruzioni 326-327, Milano.

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    Pagani Gabriele, 2017- ” Storie d’Acqua” Edizioni Furlan

    Pilla, G., Sacchi, E., Zuppi, G., Braga, G., & Ciancetti, G., 2006. Hydrochemistry and isotope geochemistry as tools for groundwater hydrodynamic investigation in multilayer aquifers: a case study from Lomellina, Po plain, South-Western Lombardy, Italy. Hydrogeology Journal, 14(5), 795-808.

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    Scardia G., De Franco R., Muttoni G., Rogledi S., Caielli G., Carcano C., Sciunnach D. e Piccin A., 2012. Stratigraphic evidence of a Middle Pleistocene climatedriven flexural uplift in the Alps. Tectonics, 31, TC6004, doi: 10 .1029/2012TC003108

    Valvo A. 2006, “Fruizione e culto delle acque salutari in territorio lombardo”, in Usus veneratioque fontium 2006, pp. 363-384.

    Storie interessanti da raccontare e ricordare


    Mi piace curiosare nelle vecchie storie, mi piace leggere come vivevano nello stesso ambiente dove vivo io ora. Mi piace sapere che cosa c’era dove adesso esiste un supermercato  e come nei secoli sia cambiato lo stesso luogo. O ancora di che cosa si è appassionato chi mi ha preceduto?
    In questa ricerca aiuta molto il web, dove esistono centinaia di archivi digitalizzati di intere biblioteche. Gli articoli, i saggi e le storie sono milioni, ma è anche facile trovare ciò che si cerca. Se si sa cosa cercare, nel senso che basta una parola, una riga letta in un libro o un link suggerito per trovare storie interessanti. Qui voglio condividere alcune delle ricerche, piccole perle trovate in riviste o libri che nessuno apre da decenni o centinaia di anni. Nello stesso tempo mi piace vivere nel presente con tutte le sue contraddizioni e parlarne


    25 settembre 2020

    Oggi è stato diffuso dal World Health Organisation (WHO) un video che celebra il comportamento dell’Italia durante la pandemia e, anche se non sembra di primo acchito, quanto succede è collegato al riscaldamento globale. Mi piacerebbe che avessimo da domani lo stesso comportamento nei confronti dell’ambiente. Grazie Italia, avanti cosi!


    maggio 2020

    In effetti non è facile cercare tra le vecchie carte, soprattutto qualcosa che possa interessare adesso. Ebbene, come tutti sanno in Italia ci sono i maggiori consumatori di acque minerali al mondo. Abbiamo centinaia di etichette e di sorgenti da cui preleviamo acqua che la normativa nazionale ci consente di definire acque minerali con concentrazioni di minerali più o meno utili. Di fatto la utilizziamo come acqua potabile, convinti che quella che arriva dai rubinetti non sia salubre ed è una bufala che non si riesce a far riconoscere come tale.
    Invece nel XIX secolo le acque minerali avevano il ruolo che loro compete, ossia la salvaguardia della salute ed un aiuto per i malanni. In un epoca in cui non esistevano i farmaci o tecnologie come ora, le cure “idropiniche” e “andare alle terme” era un valida alternativa. Solo per chi poteva permetterselo.
    E le acque delle fonti di San Pellegrino erano famose e meta di viaggi e cure, tanto che nel 1892 venne scritto un libro che racconta cure e le gite consigliate in zona. Ne consiglio la lettura, anche degli “annunzi” che ci raccontano come facevano pubblicità allora.

    da Archivio Fondazione Fiera di Milano


    aprile 2020

    Ma chi era Eunice Foote?

    Appunto chi era?

    È stata la prima scienziata ad aver sperimentato l’effetto di riscaldamento della luce solare su diversi gas e ha teorizzato che il cambiamento della percentuale di anidride carbonica nell’atmosfera avrebbe cambiato la sua temperatura. Nel suo articolo ” Circumstances affecting the heat of the sun’s raysapparso sull’American Journal of Science and Arts del novembre 1856 teorizza e dimostra la sua ipotesi.

    Dimenticata nei secoli è stata riscoperta da un geologo americano in pensione Ray Sorenson nel 2011, che scrisse un articolo sulla rivista dell’Associazione Americana dei Geologi Petroliferi.

    In seguito vennero svolte maggiori ricerche e ora è universalmente riconosciuta come il precursore degli studi sul cambiamento climatico come riassume un articolo su Micron


    Per non dimenticare le mirabili opere di ingegneria. Di quando Milano era “maestra”

    In questo articolo attuale uscito su Servizi a reti si narra di vecchie storie milanesi inerenti i Navigli raccontate da Empio Malara,profondo conoscitore dei canali milanesi.

    Veduta presa sul ponte di porta Orientale con la neve – A. Inganni


    I ponti  della Cerchia al tempo della Fossa Interna

    Quando a Milano la Fossa interna era funzionante ed i barconi l’attraversavano con ogni tipo di mercanzia alimentari, pietre, legname, carta, etc.) in molti punti della città erano presenti numerosi ponti per consentire la continuità del traffico viario, ponti che nel tempo sono sempre più aumentati di numero per adeguarsi alle necessità di traffico sempre più sostenute (erano ben 23 prima della copertura avvenuta nel 1929).
    Guido Rosti, appassionato studioso delle acque milanesi, ha scosso la polvere dei secoli dalla storia dei ponti che scavalcavano la fossa interna e la racconta  in questa precisa ricostruzione.

     Carta del 1573 di Antonio Lafrery


    L’albero

    Il conte Antonio Cavagna SanGiuliani di Gualdana della Zelata di Bereguardostorico italiano, visse nell’Ottocento essenzialmente nel Vogherese e possedeva, nella sua biblioteca, circa centomila volumi, che, alla sua morte avvenuta nel 1913 venne integralmente acquistata dall’Università dell’Illinois, come scrive Lombardia Beni culturali sulla pagina dedicata.
    Tra i volumi che possedeva in biblioteca erano catalogati i numeri della rivista mensile del Touring Club Italiano, un piccolo gioiello dove trovare informazioni sui pensieri e la proposte di viaggio di allora. Visto il tema del mio sito, che si occupa principalmente di acqua e dei suoi utilizzi vi propongo un articolo apparso sul numero di gennaio del 1909 che riguarda il rapporto dell’uomo con i boschi,  e dei boschi con l’acqua, tema quanto mai attuale.


    La più vecchia carta geologica del mondo

    In tema con questo sito che si occupa principalmente di acque sotterranee, vi parlo oggi di un papiro che si trova nel Museo Egizio di Torino. Papiro reperito nell’Ottocento da viaggiatori italiani incuriositi ed affascinati dalle antichità dell’Antico Egitto in un’area ora conosciutissima come il villaggio degli operai che scavarono le tombe dei Faraoni del Nuovo Regno, Deir- el- Medina. Il papiro lungo tre metri e largo 80 cm è la più antica mappa geografica e mineraria conosciuta. Dopo numerose indagini si arrivò a stabilire la collocazione geografica e la  mappa indicherebbe infatti la porzione di una decina di Km di lunghezza di una valle nel deserto denominata Wadi Hammamat.

    Per approfondire su un sito di viaggi che riassume brevemente la storia: Terre Incognite


    Il bosco ed il pascolo

    Sfogliando ancora la rivista del Touring del 1909 si trova nel numero di giugno un altro articolo sul bosco, ma si parla anche dei pascoli, allora molto più importanti dei nostri tempi, in cui gli animali vengono nutriti in modi diversi.


    Le acque minerali secondo padre Ottavio Ferrario

    Vissuto a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento dopo aver preso i voti nell’Ordine di San Giovanni di Dio, Padre Ferrario diresse, tra gli altri numerosissimi impegni, la farmacia dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano. Nell’ambito della chimica farmaceutica fece alcune importanti scoperte, ma qui vi offro due piccole storie che narrano di acque minerali. In un’epoca in cui non esistevano le medicine odierne e nemmeno si immaginavano i supercalcolatori che possono scovare molecole utili a combattere le malattie in poche settimane, la ricerca di una cura miracolosa era la prassi. Leggendo i due articoli traspare il suo rigoroso approccio scientifico allo studio delle proprietà delle acque minerali e la precisione delle analisi e reazioni chimiche per scoprire, con i mezzi dell’Ottocento, le reali proprietà terapeutiche.

    Il primo studio, apparso sulla rivista del Reale Istituto Lombardo di Scienze e Lettere ( volume VII delle memorie, 1859) è una disamina delle varie tipologie di acque minerali  classificandole in base alla geologia e  la chimica.

    Il secondo è un saggio analitico di un’acqua “purgativa” di una fonte vicina a Settala  effettuato su invito del Conte di Settala.  Settala è un comune nella parte est della Città Metropolitana di Milano e nei secoli passati era molto di ricca di fontanili o sorgenti. La effettiva collocazione geografica è complicata dal fatto che il bosco di San Michele citato nel saggio probabilmente non esiste più, ma le caratteristica fisico-chimiche verificate dal Ferrario sono le stesse dei fontanili tuttora esistenti.

    Padre Ottavio Ferrario


    L’acqua miracolosa del Santuario di Santa Maria del Fonte

    Sicuramente non è famosa come l’acqua di Lourdes, dove arrivano milioni di persone, ma anche nei dintorni di Milano, ora però in provincia di Bergamo, abbiamo un’ acqua miracolosa. Come ci riporta  Paolo Morigi, nella sua famosa “Historia e Origine della Famosa Fontana della Madonna di Caravaggio“, pubblicato nel 1635 dove racconta la storia dell’apparizione della Madonna ad una giovane donna il 26 maggio 1432. Nello stesso punto apparve una sorgente d’acqua che tuttora sgorga. Con una precisazione maniacale il gesuita Morigi ci racconta la cronistoria dell’apparizione, i dubbi della donna, la gente che le crede, l’incontro con il Duca di Milano e soprattutto un elenco di numerose pagine di tutti i miracoli attribuiti con i nomi e le storie delle persone toccate da questa fortuna.

    Ritratto di Paolo Morigi alla Pinacoteca Ambrosiana

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    Risorsa acqua.it mette a disposizione informazioni utili e gratuite su questa indispensabile risorsa per utilizzarla e rispettarla al meglio.

    L’ACQUA

    Le acque sono da sempre utilizzate dall’uomo ed è un bene indispensabile alla vita. 

    Le acque fanno parte del patrimonio dello stato cosi come definito dall’art.822 del Codice Civile pertanto chiunque le voglia utilizzare deve essere titolare di una concessione rilasciata dall’ente pubblico.

    In particolare le acque sotterranee, che sono la parte più nascosta del ciclo delle acque, sono le acque che si trovano al di sotto della superficie terrestre e che sono immagazzinate nei pori fra le particelle sedimentarie e nelle fenditure delle rocce.In Italia  quasi il 90% delle acque destinate al consumo umano provengono dalle falde acquifere.

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    Cristina Arduinica

    Con l’esperienza acquisita nella pubblica amministrazione sono diventata una libera professionista che si occupa di gestire pratiche amministrative e tecniche per usufruire delle acque per i diversi usi: dall’irriguo allo scambio termico per pompe di calore, dall’industriale al potabile.
    I rapporti con la pubblica amministrazione, realtà estremamente complessa in Italia, non sono nelle corde di molti imprenditori, società e privati cittadini, e necessitano, quindi, di un esperienza pregressa acquisita sul campo.
    Dare voce e corpo alle necessità ed alle esigenze del cittadino e creare un ponte tra pubblica amministrazione, che deve salvaguardare gli interessi di tutti, ed il singolo utente che vuole muoversi nel rispetto della legge e necessita di autorizzazioni e concessioni: è questo l’obiettivo che ogni giorno orienta il mio lavoro e che mi spinge a mettere entusiasmo, passione e determinazione in ogni frangente della mia quotidianità.

    La voglia di continuare ad occuparsi di un mondo cosi affascinante, come quello delle acque,  mi ha portato ad ideare questo portale dedicato alle acque sia superficiali che soprattutto sotterranee dove quando scrivo di notizie ed eventi sulle acque che accadono nel mondo ho la certezza che fornisco un informazione utile e solletico la curiosità della gente; quando faccio ricerche o raccolgo ed organizzo informazioni sento di impiegare al meglio la mia creatività e le competenze acquisite negli anni.

    Soprattutto  ascolto, imparo e contemporaneamente offro il mio supporto a organizzazioni, aziende o semplicemente a persone che desiderano conoscere ed utilizzare la “matrice acqua” ancora cosi  poco conosciuta dalla stragrande maggioranza della popolazione.

    Risorsa-acqua è questo: informazione, ricerca e supporto per la gestione delle acque.

    Dove mi sono formata e cosa ho fatto

    Laureata in Scienze Biologiche con specializzazione in idrobiologia, dopo una breve parentesi come insegnante, ho sempre fatto parte della pubblica amministrazione e mi sono sempre occupata di acque. Ho organizzato convegni, ho fatto parte del corpo docente di master universitari, pubblicato più di cinquanta documenti ed articoli.

    Ora anche ideatore e gestore di un sito internet www.risorsa-acqua.it.

    Nel gennaio 2015 ho cominciato anche ad occuparmi del censimento delle fontane di Milano e, con l’aiuto del personale addetto del Comune alla loro manutenzione, ho creato il sito www.fontanedimilano.it.

    Da gennaio 2012 fino al dicembre 2015 sono stata Vicepresidente nel Consiglio di Amministrazione dell’Azienda Speciale Ufficio d’Ambito della città di Milano, società che controlla l’attività del Gestore del servizio idrico integrato ed i livelli dei servizi erogati.

    Infine anche l’aspetto delle acque minerali mi ha sempre affascinato per cui sono diventata idrosommelier nel 2011 e faccio parte dell’Associazione Degustatori Acque Minerali (A.D.A.M.)

    Questa sono io, in breve. Se vuoi saperne di più scarica