Portale di informazione sulle acque sotterranee e non solo

acque sotterranee

Torino e il suo fiume

LE ACQUE IN PIEMONTE

La Regione Piemonte persegue la protezione e la valorizzazione del sistema idrico piemontese nell’ambito del bacino di rilievo nazionale del fiume Po e nell’ottica dello sviluppo sostenibile della comunità. Nella pagina dedicata sono sintetizzati tutti gli atti e i documenti inerenti le acque suddiviso per tipologia di acque interessate e azioni intraprese.

Come definito dalla Legge regionale 29 ottobre 2015, n. 23Riordino delle funzioni amministrative conferite alle Province in attuazione della legge 7 aprile 2014, n. 56 (Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni), la Regione mantiene i compiti di programmazione, gestione integrata delle risorse idriche e coordinamento del sistema informativo regionale SIRA, mentre le Province hanno in carico, oltre al mantenimento delle reti di monitoraggio, la funzione amministrativa del rilascio delle piccole e grandi derivazioni. La pagina dedicata alla normativa di settore sintetizza le leggi di riferimento.

Nel 2016 ha predisposto un sito apposito sugli sprechi alimentari  – una buona occasione –  dove l’idea  è quella di incidere sulle cause che contribuiscono a formare l’eccedenza del cibo, cercando così di prevenirla. Uno dei punti trattati è lo spreco dell’acqua, collegato alla produzione del cibo.


DOCUMENTAZIONE TECNICA E DATI

 Consultabile il GIS relativo alle stazioni di monitoraggio delle acque. Il Geoportale con i dati sul territorio è disponibile anche per i download.

Dal mese di Ottobre 2018 possibile partecipare direttamente al  Forum Web Acque la nuova piattaforma web creata dalla Direzione Ambiente, Governo e Tutela del territorio riservata a tutte le organizzazioni sensibili all’Ambiente ed alle risorse idriche. Per maggior dettagli clicca qui!

Il 2 novembre 2021 il Consiglio Regionale ha approvato l’aggiornamento del Piano di Tutela delle Acque (PTA 2021) con D.C.R. n. 179 – 18293, a seguito della D.G.R. n. 8-3089 del 16 aprile 2021 di riassunzione della proposta al Consiglio di revisione del Piano.

I Contratti di fiume ed i Contratti di lago costituiscono un metodo di lavoro per la gestione negoziata e partecipata delle risorse idriche alla scala di bacino idrografico. In Piemonte sono attivi parecchi piani alcuni interprovinciali ed interregionali.

Autorità Ambientale

L’Autorità ambientale regionale (AA) assicura l’integrazione della dimensione ambientale nei processi di definizione, attuazione, sorveglianza e monitoraggio dei programmi dei fondi strutturali europei dalla programmazione 2000-2006 (FESR, FEASR, Interreg IT – FR Alcotra e Interreg Italia – Svizzera). Inoltre è stata AA del programma regionale del Fondo di Sviluppo e Coesione (FSC 2007- 2013) e coordinatore dei Gruppi tecnici ambiente (GTA) dei programmi Interreg 2007-2013.

OPEN DATA La pubblicazione dei dati soprattutto ambientali è forse il punto focale del cambiamento di mentalità delle Pubbliche Amministrazioni  e l’Italia ha imparato da poco che invece di essere un problema è una risorsa. I dati  pubblici sono tutte le informazioni create, raccolte o gestite da parte di un Ente pubblico e fanno parte del patrimonio comune.

STATO DELL’AMBIENTE REGIONALE PIEMONTESE  

Portale dedicato aggiornato di anno in anno con i dati ambientali rielaborati ed infografiche ad hoc.

SISTEMA PIEMONTE

Sistema Piemonte  è il portale di servizi on-line per agevolare i rapporti con i suoi utenti. Si rivolge a cittadini, imprese e operatori pubblici e lo fa in modo semplice e trasparente. È uno spazio pensato per fornire informazioni utili e servizi come, ad es, per le acque di verificare lo stato della concessione rilasciata e di stampare un promemoria dei pagamenti effettuati e di inserire i dati relativi ai quantitativi d’acqua effettivamente derivati o scaricati. Inoltre in caso di ritardi di pagamenti viene fornita anche la possibilità di calcolare l’effettivo canone dovuto  con  eventuali interessi. Dal Sistema Piemonte si accede anche al Geoportale che è il punto di raccolta del patrimonio di conoscenza su base cartografica disponibile presso gli Enti della Pubblica Amministrazione piemontese, per la condivisione e l’interscambio dei dati. Attraverso il Catalogo dei Dati Territoriali è possibile ricercare, consultare, scaricare i dati ed accedere ai relativi servizi territoriali.


AUTORITA’ DI BACINO DEL FIUME PO  

La Regione Piemonte in ottemperanza alla Direttiva 2000/60  ricade nel distretto idrografico padano ed il bacino idrografico del Po interessa il territorio di Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Trentino, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, e si estende anche a porzioni di territorio francese e svizzero.

L’ambito di competenza dell’Autorità di bacino riguarda il territorio compreso nella perimetrazione definita e approvata con DPR 01/061998 e successivamente pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 173 del 19/10/1998, con annessa cartografia alla scala 1:250.000. Esiste un portale di dati

Si segnala la Direttiva alluvioni e il Piano di Bilancio Idrico.


Agenzia Interregionale del Fiume Po

Mentre l’Agenzia Interregionale per il fiume Po –  AIPo, con quattro leggi approvate dai Consigli Regionali di Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, è stata istituita, dal 2003,  ente strumentale delle quattro Regioni, che raccoglie l’eredità del disciolto Magistrato per il Po (istituito nel 1956) e cura la gestione del reticolo idrografico principale del maggiore bacino idrografico italiano, occupandosi, essenzialmente, di sicurezza idraulica, di demanio idrico e di navigazione fluviale.

Per svolgere tali funzioni, AIPo è articolata con sedi territoriali nel bacino – da Torino (Moncalieri), fino a Rovigo – e ha la sua sede principale a Parma. Dal suo sito è accessibile il geoportale che raccoglie i dati delle regioni interessate riguardanti il reticolo maggiore. In diretta sono disponibili i dati del monitoraggio idrografico e la possibilità di estrapolare i dati storici.


AGENZIA REGIONALE PER LA PROTEZIONE DELL’AMBIENTE

Arpa Piemonte è stata istituita con la legge regionale n. 60 del 13 aprile 1995. La legge regionale n. 28 del 20 novembre 2002 ha assegnato all’Agenzia anche le competenze su previsione e prevenzione dei rischi naturali, rendendola così titolare di tutte le funzioni di tutela e controllo in materia ambientale. Le pagine dedicate all’acqua, suddivise per tipologie (corsi d’acqua, laghi, acque sotterranee) e usi sono incentrate sulle reti di monitoraggio e documenti prodotti come lo stato dell’Ambiente.

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SERVIZIO IDRICO INTEGRATO E AMBITI TERRITORIALI

Da Legge Regionale n. 7 del 24 maggio 2012 art.2: “Le funzioni di organizzazione del servizio idrico integrato, ivi comprese quelle di elaborazione, approvazione e aggiornamento del relativo piano d’ambito, di scelta della forma di gestione, di determinazione e modulazione delle tariffe, di affidamento della gestione e di controllo diretto, restano confermate in capo agli enti locali ai sensi dell’ articolo 142 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152(Norme in materia ambientale). Gli enti locali esercitano, senza soluzione di continuità e ad ogni effetto di legge, le funzioni di cui al comma 1 secondo le disposizioni della legge regionale 20 gennaio 1997, n. 13 concernenti il servizio idrico integrato, modificata dalla legge regionale 4 luglio 2005, n. 8, sulla base delle convenzioni stipulate in attuazione della l.r. 13/1997.”

Con la stessa legge la Regione Piemonte ha ribadito gli Uffici d’Ambito esistenti.

AUTORITA’ D’AMBITO 1: Verbano Cusio Ossola e Novarese

Ricopre il territorio delle Province di Novara e del Verbano Cusio Ossola, la prima non completamente. L’A.T.O. n.1 “Verbano Cusio Ossola e Pianura Novarese”, ha una superficie di oltre 3.600 Kmq, pari a circa il 14% del territorio regionale. La percentuale prevalente appartiene alla Provincia di Verbania con il 63%, il restante 37% alla Provincia di Novara. La densità demografica media dell’A.T.O. n. 1 è di circa 140 ab/Kmq, con una popolazione totale di 502.609 abitanti, così ripartita: 68% appartenente alla Provincia di Novara, 32% a quella del VCO. I comuni interessati sono 164. Il Gestore unico è Acqua Novara VCO spa

AUTORITA’ D’AMBITO 2: Biellese, Vercellese e Casalese

Lautorità è costituita dalle Amministrazioni Provinciali di Biella, Vercelli , Alessandria, Torino e Novara, dalle  quattro Comunità Montane appartenenti alle Province di Vercelli e Biella e dai  184 Comuni rientranti nella perimetrazione territoriale dell’Autorità d’Ambito n. 2 così come previsto dalla L.R. 13/97 ed appartenenti alle province di Vercelli, Biella , Alessandria e Torino. I gestori sono diversi (vedi elenco).

AUTORITA’ D’AMBITO 3: Torinese

L’ATO 3 comprende un ampio territorio, interamente situato in Provincia di Torino ed è costituito da 306 Comuni raggruppati, a seguito del riordino delle Comunità Montane, in 6 Comunità Montane e 13 Aree Territoriali Omogenee. I gestori sono due: Smat Torino che copre 212 comuni e Acea Pinerolese 54 comuni.

AUTORITA’ D’AMBITO 4: Cuneese

L’Autorità d’Ambito del Cuneese è  operativa dall’11 Settembre 2002, Il territorio servito è composto da 250 Comuni dell’ATO/4 dove  risiede una popolazione di quasi 560.000 abitanti con quasi 10.000 km di rete d’acquedotto alimentata da oltre 1.000 opere di captazione, di quasi 150.000 mc di serbatoi di compenso, di oltre 3.000 km di reti fognarie e di quasi 800 impianti di depurazione (tra piccoli – fosse “Imhoff” in numero di oltre 600 – medi e grandi: Cuneo, Alba, Fossano, Savigliano, Bra, Mondovì, Saluzzo ecc.).

AUTORITA’ D’AMBITO 5: Astigiano – Monferrato

L`Autorità d`Ambito n.5 Astigiano Monferrato è stata costituita il 5 febbraio 1999 presso la Provincia di Asti. Il territorio dell`Ambito comprende 154 Comuni appartenenti a tre diverse province: 104 alla Provincia di Asti, 43 alla provincia di Alessandria e 7 a quella di Torino. I Comuni sono raggruppati in quattro distinte Aree Territoriali Omogenee i cui Rappresentanti, insieme a quelli delle Province, compongono la Conferenza dell`Autorità d`Ambito n. 5. I gestori sono diversi ed alcuni gestiscono ancora in economia.( vedi Mappa)

AUTORITA’ D’AMBITO 6: Alessandrino

Nell’ATO6 sono ricompresi n.148 Comuni appartenenti alla Provincia di Alessandria (134 Comuni) e alla Provincia di Asti (14 Comuni), suddivisi dal punto di vista della rappresentatività in 5 Aree Territoriali Omogenee e 3 Comunità Montane. I Gestori sono due ( Amag e Gestione Acqua).


CONCESSIONI DI DERIVAZIONE

Come definito dalla Legge regionale 29 ottobre 2015, n. 23Riordino delle funzioni amministrative conferite alle Province in attuazione della legge 7 aprile 2014, n. 56 (Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni), la Regione mantiene i compiti di programmazione, gestione integrata delle risorse idriche e coordinamento del sistema informativo regionale SIRA, mentre le Province hanno in carico, oltre al mantenimento delle reti di monitoraggio, la funzione amministrativa del rilascio delle piccole e grandi derivazioni.

Provincia di Alessandria

Il Servizio Tutela e Valorizzazione Risorse Idriche si occupa di tutte le autorizzazioni e concessioni riguardanti le acque e cliccando sull’autorizzazione da richiedere si accede ad una pagina informativa esaustiva di tutti i riferimenti necessari.

Provincia di Asti

Dalla pagina delle acque è possibile accedere alla modulistica e alla normativa di riferimento. E’ disponibile un database cartografico e una pagina di informazioni ambientali.

Provincia di Biella

Nell’ambito del Piano di Tutela delle Acque Piemontese la Provincia di Biella si propone di valorizzare la gestione delle risorse idriche tramite una serie di interventi già fin dal 2008 , tra cui il Contratto di Lago Viverone.

 Nelle pagine della Gestione acque vi sono tutti i riferimenti necessari per la  normativa e la modulistica scaricabile.

La Provincia si è anche dotata di un Sistema Informativo Cartografico reperibile on-line.

Provincia di Cuneo

La Provincia di Cuneo ha, nell’ambito della Direzione Gestione del Territorio, un Ufficio Acque che si occupa di tutti i procedimenti relativi alle acque sia superficiali che sotterranee comprese le acque minerali e termali. Nella pagina dedicata sono indicati i procedimenti, i riferimenti normativi e la modulistica di riferimento.

Provincia di Novara

Il Settore Ambiente, Ecologia ed Energia – Ufficio Risorse Idriche è il riferimento per il rilascio delle concessioni di derivazioni d’acqua e degli scarichi. Dalla stessa pagina si accede all’elenco della modulistica, oltre alle linee guida predisposte dagli uffici per le diverse richieste dell’utenza, comprese le indicazioni per le sonde geotermiche.

Città Metropolitana di Torino

Il Servizio Gestione Risorse Idriche autorizza e controlla l’uso delle risorse  idriche e controlla l’inquinamento idrico. I dati e gli aggiornamenti, compresi eventi in programma e pubblicazioni, in merito alle acque sono a disposizione in una pagina dedicata, tra cui il monitoraggio dei fiumi e dei laghi e soprattutto un catasto aggiornato delle opere di captazione esistenti sia superficiali che sotterranee.

La modulistica per i procedimenti è scaricabile on-line in una pagina ad hoc ( vedi qui)

Provincia di Verbano – Cusio – Ossola 

La Direzione  Ambiente, Georisorse e Tutela Faunistica si occupa, tra l’altro, dei procedimenti relativi alle acque ed in particolare il Servizio Georisorse, VIA ed Energia nelle cui pagine si scaricano tutti i documenti necessari.

Provincia di Vercelli

Nell’ambito del Settore Turismo, Marketing territoriale e Gestione delle risorse Idriche, il Servizio Gestione Risorse Idriche si occupa del rilascio delle concessioni e di tutte le azioni previste dalla normativa nazionale e regionale vigente.


CONSORZI DI BONIFICA

Nell’ambito delle politiche agricole regionali e così come indicato dalla legge 21/1999, al fine di raccogliere, organizzare, elaborare e diffondere dati ed elaborati, anche cartografici, sulla bonifica, l’irrigazione e lo spazio rurale, è costituito presso la Giunta regionale il Sistema Informativo della Bonifica ed Irrigazione, denominato SIBI.

Tale progetto si sviluppa in due parti:

  1. censimento sul territorio piemontese delle infrastrutture irrigue
  2. successiva informatizzazione dei dati all’interno del sistema informativo

La direzione collabora inoltre con INEA (Istituto Nazionale di Economia Agraria) al fine di approfondire la conoscenza delle risorse irrigue sul territorio nazionale. L’INEA svolge attività di ricerca, di rilevazione, analisi e previsione nel campo strutturale e socio-economico del settore agro-industriale, forestale e della pesca. Negli ultimi anni l’attività dell’Istituto si è ampliata nelle attività di supporto alla Pubblica Amministrazione per l’attuazione delle politiche agricole, in primo luogo quelle che discendono dall’Unione Europea.
I dati raccolti sul territorio e inseriti in SIBI, vengono regolarmente trasmessi a INEA.

Numerose sono le realtà che si occupano di bonifica ed irrigazione nella regione piemontese raggruppati sotto l’associazione regionale: ANBI Piemonte
Consorzi di bonifica
Consorzi di irrigazione
Consorzi di irrigazione e di bonifica
Consorzi di miglioramento fondiario
Coutenze

Lago di Guardialfiera - invaso artificiale @Wikipedia.it

Lago di Guardialfiera – invaso artificiale @Wikipedia.it

LE ACQUE IN MOLISE

Il Molise è una regione dell’Italia meridionale con circa 320.000 abitanti. L’ultima regione istituita per scissione dall’Abruzzo nel 1963 con circa il 40% del territorio occupati da montagne che fanno parte della grande catena montuosa italiana degli Appennini e in particolare dell’Appennino meridionale. Le acque presenti sono principalmente fiumi e nascono quasi tutti dal Matese nell’occidente, per poi sfociare nelle coste adriatiche. Il fiume principale  è il Biferno, il più lungo (85 km) e col bacino idrografico più grande della piccola regione.  Il Trigno è il secondo fiume per lunghezza del Molise (84 km) e anch’esso sfocia nell’Adriatico così come il Fortore altro piccolo fiume molisano sfociante nella parte pugliese del mare interno del Mar Mediterraneo. Altro discorso lo meritano i fiumi che attraversano il Molise, ovvero che nascono e sfociano in altre regioni come il Sangro o il Volturno che è il più importante fiume del Mezzogiorno passante per un breve tratto in Molise. Sono presenti alcuni laghi di origine artificiale e pochissimi laghi naturali a carattere stagionale. ( liberamente tratto da Wikipedia)

 DATI

Come già altre regioni anche il Molise mette a disposizione, attraverso il GIS, Geographical Information System, un servizio di consultazione cartografico che consente l’interrogazione e la visualizzazione delle schede relative agli elementi che compongono le diverse reti (sottosuolo, discariche, risorse idriche, etc.). In particolare sono presenti carte tematiche riguardanti la difesa del suolo.  Ai servizi in dettaglio si accede tramite registrazione.


AUTORITA’ DI BACINO

Come stabilito dal D.Lgs. 152/2006 l’Italia è stata suddivisa in otto distretti idrografici ed il Molise fa parte del Distretto Idrografico dell’Appennino Meridionale, nel cui sito sono disponibili piani e documentazione scaricabile.


AGENZIA REGIONALE PER LA PROTEZIONE AMBIENTALE DEL MOLISE (ARPA)

logoarpa120L‘Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale del Molise, istituita con legge regionale 13 dicembre 1999 n. 38 è Ente strumentale della Regione Molise. Come in tutte le regioni italiane, ai sensi dell’art. 5 della legge regionale n. 38/99 l’Arpa Molise è preposta all’esercizio delle funzioni e delle attività tecnico-scientifiche per la prevenzione collettiva e per i controlli ambientali, alla realizzazione di iniziative di ricerca in materia ambientale, all’erogazione di prestazioni analitiche di rilievo sia ambientale che sanitario.

Sulle acque e sulle competenze di Arpa ci sono pagine dedicate, soprattutto per la rete dei monitoraggi quali-quantitativi, mentre per quanto riguarda i dati rimanda al Portale Regionale di cui sopra.


AMBITO TERRITORIALE OTTIMALE

Nella Regione Molise, cosi come stabilito dalla Legge Regionale n.8/2009, l’ambito è coincidente con il territorio regionale e le funzioni sono svolte direttamente dalla Regione stessa. I comuni sono rappresentati dal Comitato di Ambito, mentre gli uffici regionali preposti sono il Servizio Idrico Integrato. Il Piano d’Ambito è scaricabile dal sito dell’Autorità Ambientale regionale, che l’ha redatto.

Il gestore attuale del Servizio Idrico integrato è l’Azienda Speciale Molise Acque, istituita con L.R. 37/1999 in sostituzione dell’Ente risorse idriche del Molise – E.R.I.M. istituito con la L.R. 2 settembre 1980, n. 31, è trasformato in Azienda speciale, denominata: “Molise Acque”.

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CONSORZI DI BONIFICA

I consorzi presenti sono tre:


CONCESSIONI DI DERIVAZIONE D’ACQUA

La Regione Molise con la Legge Regionale n.34 del 29/09/1999 rilascia le grandi concessioni di derivazione d’acqua sia sotterranea che superficiale, la cui modulistica  è scaricabile dal sito, oltre alle indicazione del personale addetto.

acqua e fontanelle

Risorsa acqua è un portale di informazione sulle acque sotterranee, superficiali, i modi per utilizzarle e storie collegate.



Giornata mondiale dell’acqua 2022:
Acque sotterranee – rendere visibile l’invisibile

Il ciclo dell’acqua come modificato dall’umanità:

Pictures of the earth’s water cycle used in education and research throughout the world are in urgent need of updating to show the effects of human interference, according to new analysis by an international team of hydrology experts

Acqua, bene fondamentale per l’umanità


Le acque e l’ambiente, dissesto idrogeologico

Risorsa acqua si è occupata in molti articoli di acqua e ambiente, e di cambiamento climatico

Le acque: utilizzo e normativa di riferimento

Aspetti scientifici, normativi e amministrativi dell’uso della risorsa acqua in collaborazione con studi professionali. Come sono regolate le concessioni di derivazione dalle regioni italiane

Le nostre pubblicazioni

Le pubblicazioni effettuate negli anni, quali contributo alla conoscenza del territorio milanese e della città metropolitana.

Il sito è gestito da Cristina Arduini, esperta tecnica ambientale ed idrobiologa. Curatore del sito sulle Fontane di Milano

L’ACQUA IN LAZIO

La LR n. 53 del 1998  delega alle Province e alla Città Metropolitana di Roma Capitale le competenze per le concessioni di piccole derivazioni, mentre le grandi derivazioni come la richiesta e la riscossione  del canone di concessione demaniale è e in capo alla Regione Lazio. Con la nuova Legge Del Rio la situazione è rimasta inalterata.

Una situazione particolare in merito alla risorsa idrica utilizzata ai fini potabili si registra nell’area di Viterbo. Su specifica richiesta della Regione Lazio il Presidente del Consiglio dei Ministri, con Decreto del 17 dicembre 2010, ha dichiarato lo stato di emergenza in relazione alla concentrazione di arsenico nelle acque destinate all’uso umano superiore ai limiti di legge in alcuni comuni del territorio della Regione Lazio, al fine di attuare interventi emergenziali atti a garantire alle popolazioni interessate la fornitura idrica rientrante nei parametri imposti con il decreto legislativo n. 31/2001 relativamente a parametro Arsenico.

DOCUMENTAZIONE TECNICA REGIONALE

I riferimenti regionali sono:

  • La Direzione Regionale Lavori Pubblici, Stazione Unica Appalti, Risorse Idriche e Difesa del Suolo 
    che, tra l’altro e non sicuramente come tema prioritario, si occupa  di pianificare gli interventi per la difesa del suolo e la tutela della costa, e provvede agli adempimenti tecnici ed amministrativi per l’attuazione dei programmi di intervento per opere di bonifica ed irrigazione, svolgendo altresì le competenze trasferite dallo Stato in materia di dighe e invasi artificiali. Pianifica e controlla la gestione delle risorse idriche nonché le concessioni di derivazioni per l’utilizzo di acque pubbliche, le concessioni di pertinenze idrauliche e di aree fluviali. Esercita la vigilanza sul demanio regionale e statale assegnato in gestione e le funzioni di Autorità idraulica. In particolare hanno identificato un’Area attuazione servizio idrico integrato e risorse idriche, cui chiedere informazioni.
  • la Direzione Ambiente e Sistemi Naturali che si occupa di tutela dell’ambiente.

PIANO DI TUTELA DELLE ACQUE

Il Piano di Tutela delle Acque Regionale è il principale strumento di pianificazione in materia di acqua e si pone l’obiettivo di perseguire il mantenimento dell’integrità della risorsa idrica, compatibilmente con gli usi della risorsa stessa e delle attività socio-economiche delle popolazioni del Lazio.

GEOPORTALE e DATI

Il Geoportale, pensato per favorire la condivisione dei dati cartografici, ha sostituito il vecchio geoportale SITR e, a partire dal mese di gennaio 2015, costituisce per gli utenti un punto di accesso privilegiato al patrimonio cartografico della Regione. Sono disponibili anche la fototeca e la cartografia storica.

I Contratti di Fiume nella regione Lazio hanno un sito apposito, dove seguire i vari progetti.

AUTORITA’ BACINI REGIONALI

La Regione, in attuazione della legge 18 maggio 1989, n. 183, ha istituito, con deliberazione della Giunta regionale n. 3734 del 18 maggio 1991, l’Autorità dei bacini regionali disciplinata con la L.R. n.39/1996.
Fra le principali attività dell’Autorità dei bacini regionali sono il Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) – (DCR n.17 del 04/04/2012) ed il Piano di Gestione del Rischio Alluvioni (Direttiva 2007/60/CE – D.Lgs. n.49/2010).



Il territorio laziale è ricompreso nei seguenti distretti idrografici:

GESTIONE DIRETTA DI ALCUNI ACQUEDOTTI

La Regione Lazio gestisce direttamente acquedotti realizzati dalla disciolta Cassa per il Mezzogiorno e trasferiti alla Regione Lazio nel 1983, riguardano 19 comuni della Provincia di Rieti e 2 della provincia dell’Aquila. Il servizio all’utenza è realizzato a cura dei Comuni.

GARANTE DEL SERVIZIO IDRICO INTEGRATO E CONSULTA IDRICA

Come previsto dalla norma nazionale la Regione Lazio si è dotata della figura del garante per il servizio idrico, che svolge funzioni di verifica e controllo supportato dal Consiglio dei Responsabili delle Segreterie tecnico operative costituite negli ambiti territoriali ottimali e producono semestralmente dei rapporti scaricabili dal sito.

Il garante presiede anche la Consulta degli Utenti e dei Consumatori del S.I.I. (ex art. 10 L.R. 26/98), conosciuta anche come Consulta idrica, è composta dai rappresentanti delle formazioni associative degli utenti riconosciute dal Comitato regionale degli utenti e consumatori di cui alla L.R. 10 novembre 1992 n.44, ed è stata istituita nell’ottobre del 1999.

AMBITI TERRITORIALI OTTIMALI

Gli Ato presenti in Lazio sono 6, cosi come stabilito A deciderlo è stata la Giunta regionale che in una delibera ha ridefinito la ripartizione del territorio tenendo conto, spiega una nota, della popolazione servita e dell’accorpamento dei Comuni per Aree Vaste e Città Metropolitana, tenendo conto dei dati relativi alla popolazione residente su base Istat al 1 gennaio 2017 nei comuni del Lazio.


La delibera cambia la situazione esistente. Infatti, sinora gli Ato sono stati 5: l’Ato1, denominato Lazio Nord–Viterbo; l’Ato2, denominato Lazio Centrale–Roma; l’Ato3, denominato Lazio Centrale–Rieti; l’Ato4, denominato Lazio Meridionale–Latina, l’Ato5, denominato Lazio Meridionale – Frosinone.

Ato1,  Lazio Nord–Viterbo

Coincidente con la società unica in house Talete , mentre gli uffici Ato hanno un pagina web con gli indirizzi e l’amministrazione trasparente.

Ato2, Lazio Centrale–Roma

In corso di definizione causa la creazione di ATO6 che comprende in parte alcuni comuni afferenti origirariamente all’ATO2. Comunque il gestore unico è ACEA.

Ato3, Lazio Centrale–Rieti

Gestito da Acqua Pubblica Sabina 

Ato4, Lazio Meridionale–Latina

A.T.O. n. 4 “Lazio Meridionale Latina” nasce il 4 luglio 1997 con la deliberazione del Consiglio Provinciale di Latina n. 56, in cui si approvava lo schema definitivo della Convenzione di Cooperazione. I comuni serviti sono 35 e il gestore unico con una società mista pubblico- privato, dove il pubblico detiene la maggioranza è Acqualatina Spa (www.acqualatina.it)

Ato5 Lazio Meridionale – Frosinone

Coincidente quasi del tutto con la Provincia di Frosinone in attesa della definizione dell’ATO 6 ha come gestore unico Acea.


AGENZIA PER LA PROTEZIONE DELL’AMBIENTE DEL LAZIO – ARPA LAZIO

La pagina relativa alle acque dà l’accesso ad una serie  di informazioni abbastanza recenti.
Il Sistema Informativo Regionale Ambientale (S.I.R.A.) è un sistema di archiviazione, gestione ed elaborazione di informazioni costituite da banche dati, dati georeferenziati, carte tematiche e strumenti per l’elaborazione dei dati e l’analisi spaziale.

 


CONSORZI DI BONIFICA

Nel Lazio sono stati individuati sei comprensori di bonifica entro i quali sono stati definiti dieci Consorzi di bonifica che svolgono un ruolo imprescindibile di salvaguarda e difesa ambientale, che eseguono e mantengono opere pubbliche inerenti la difesa del suolo, la bonifica idraulica e la distribuzione irrigua.

I Consorzi di bonifica in cifre:

  • Chilometri di corsi d’acqua naturali in manutenzione: Km.10.126
  • Chilometri di rete artificiale (canali) in manutenzione: Km.3.282
  • Numero di impianti idrovori: 55 impianti
  • Superficie irrigata: ettari 81.000
  • Numero di personale dipendente: nr. 565 unità, di cui nr.450 fissi e nr. 115 stagionali.

Si elencano i consorzi di bonifica esistenti in Lazio con i relativi link:

Provincia di Frosinone:
Consorzio di Bonifica a Sud di Anagni 
Consorzio di Bonifica della Conca di Sora
Consorzio di bonifica della Valle del Liri

Provincia di Latina:
Consorzio di Bonifica dell’Agro Pontino
Consorzio di Bonifica sud Pontino

Provincia di Rieti:
Consorzio della Bonifica Reatina
Consorzio Lazio Nord

Città Metropolitana di Roma Capitale:
Consorzio di Bonifica Tevere ed Agro Romano
Consorzio di Bonifica di Pratica di Mare

Provincia di Viterbo:
Consorzio di Bonifica della Val di Paglia Superiore

Consorzio di Bonifica della Maremma Etrusca


CONCESSIONI DI DERIVAZIONE D’ACQUA

Provincia di Frosinone

La Provincia di Frosinone, in base all’art.8 della Legge Regionale n.53 dell’11 dicembre 1998, è competente in materia di concessioni di piccole derivazioni di acque pubbliche. L’accesso diretto alla pagina della modulistica consente di accedere direttamente alle funzioni utili per il rilascio della concessione.

Provincia di Latina

Nell’ambito del Settore Ecologia ed Ambiente l’Ufficio Risorse Idriche si occupa, fra l’altro, delle concessioni di derivazione d’acqua. Alla pagina dedicata è possibile poi accedere alla modulistica e ai contatti. In corso la digitalizzazione degli accessi e pagamenti. Esiste anche un sistema informativo territoriale dove, però, manca al momento riferimenti a pozzi, acquiferi e zone di rispetto.

Provincia di Rieti

E’ il VI settore che se ne occupa e la modulistica è suddivisa a seconda del tipo: autorizzazione , licenza di attingimento, uso domestico.

Città Metropolitana di Roma Capitale

La gestione delle autorizzazioni e concessioni fa riferimento al Servizio 2 nell’ambito del Dipartimento IV e nella stessa pagina si accede alla modulistica.
Il Sistema Informativo Geografico, GIS, della Città Metropolitana di Roma Capitale, è suddiviso in aree tematiche, incentrato sui grandi temi ambientali e sui piani di gestione del territorio. E’ operativo uno sportello telematico, ma al momento non riguarda le istanze relative alle concessioni.

Provincia di Viterbo

Il Settore Ambiente, Territorio e Difesa del Suolo gestisce i procedimenti amministrativi per le acque e dalla pagina indicata si accede alla modulistica e alle indicazioni operative per ogni tipologia di richiesta.

dicembre 2019 e febbraio 2022

Una piccola storia sulle vicissitudini e i misteri lungo i secoli ed i loro strani rapporti

Certo che salire a piedi tutti i giorni in cima al tiburio e poi sulla gran Guglia in costruzione per 4 anni di fila, con qualsiasi tempo, dai 69 anni in poi, dà già l’idea che uomo fosse Francesco Croce, architetto attivo a Milano nel 1700. Numerose costruzioni sono state da lui progettate, ma pochissimi conoscono il suo nome, sparito nella polvere della storia, nonostante sia stato il progettista della Gran Guglia del Duomo, monumento che l’intero mondo ci invidia e che sorregge la Madonnina, simbolo della città da secoli. Incuriosita da un articolo letto in rete, che raccontava un aspetto della storia del Duomo, appunto perso nel tempo, ho approfondito il tema, scoprendo un mondo di misteri, di intrighi e soprattutto di confronti accesi tra i vari personaggi, abitanti a Milano nel periodo della costruzione della Gran Guglia.

In genere i miei articoli sono di estrazione tecnica, quindi, anche in questo caso,  la mia ricerca ha considerato la storia nel contesto dell’interazione da sempre esistente nel nostro territorio tra gli insediamenti umani e l’acqua sotterranea. E delle problematiche connesse che nel corso dei secoli si sono evidenziate e,almeno in qualche modo ed in qualche caso, risolte.

Partiamo dall’inizio

È abbastanza certo che Milano fu fondata dagli Insubri nel VI secolo A.C. e che il posto scelto, appena sopraelevato rispetto al resto del territorio paludoso, fosse dovuto alla sua centralità topografica, rispetto alla rete di comunicazioni fluvio-terrestri. Ponendo quindi Milano al centro delle strade che collegavano la Pianura Padana con il nord Europa, perché, sorprendentemente, come è suggerito da studiosi della materia, Milano ha gravitato verso l’area continentale nordeuropea più che verso l’area mediterranea da cui rimase appartata per secoli.

Un villaggio all’inizio contornato da paludi e senza corsi d’acqua che, con il tempo, ed attraverso imponenti bonifiche e fiumi deviati, ha portato l’acqua in città.  Lavori già probabilmente effettuati dai primi abitatori, anche se i primi riscontri oggettivi li abbiamo soprattutto dell’epoca imperiale romana del II-III secolo D.C., quando nell’attuale corso Vittorio Emanuele passava un canale deviato dal Seveso o dall’Acqualunga, grosso fontanile sorgente tra Precotto e Gorla, con numerosi ponti e la cui acqua alimentava probabilmente le Terme Erculee, distrutte dal Barbarossa stesso quando rase al suolo Milano nel XII secolo.

Una città che, almeno all’inizio, era poco importante nel contesto dell’Impero Romano, anche se fu oggetto, già in periodo repubblicano, di imponenti opere di bonifica, i cui canali di deflusso servivano sia per il funzionamento che per la difesa della città.

E’, perciò, estremamente difficile ricostruire come effettivamente era il territorio milanese, di cui si sa che era estremamente fertile e il cui sistema irriguo, cosi interconnesso e capillare ha svolto e svolge tuttora, anche se più in sordina, un ruolo fondamentale nell’evoluzione della città, dell’area circostante ed anche al di la delle Alpi. È famoso, infatti, in tutto il mondo il sistema irriguo milanese, studiato ed apprezzato per la sua singolarità.

Se si guarda con attenzione il paesaggio lombardo, non vediamo nella zona di Milano i caratteristici archi degli acquedotti romani, che invece troviamo sparsi in tutto il mondo. I Romani, grandissimi ingegneri idraulici, sapevano perfettamente che Milano non ne aveva bisogno.

La particolare ricchezza di acque sotterranee sotto pochissimi metri dal suolo grazie alla sua conformazione, che permette la risalita delle stesse, e le acque superficiali deviate in canali hanno consentito sia un fiorire di pozzi “personali”, privati, sia un drenaggio costante delle acque dal terreno, soprattutto nella parte sud della città. In uno scavo archeologico in piazza Missori si sono contati fino a quindici manufatti per prelievo di acque.

Un contributo, forse non decisivo, ma importante, è stato che la Pianura Padana è  naturalmente in leggera pendenza da Nord-ovest a Sud Est permettendo cosi un defluire dell’acqua verso la parte bassa della città senza grossi interventi degli abitanti. Un’ acqua che viene utilizzata per vari scopi sia per le terme sia per la difesa dell’abitato che per lo smaltimento di rifiuti suffragato anche da prove certe della presenza, sempre in epoca romana, di un sistema di condutture sia per l’acquedotto pubblico che per la fognatura.

Un ulteriore conferma della presenza di abbondante acqua sotterranea è infatti documentata dalla presenza di palificazioni e di drenaggi di anfore al di sotto delle costruzioni soprattutto nella parte sud (zona chiesa di San Lorenzo e Arena).,come si evince dal disegno sottostante (per gentile concessione di Gabriele Pagani tratto da “Milano e i suoi  borghi”)

Non si ha documentazione precisa di come era la città celtica e poi romana ma le figure sottostanti ricostruiscono le probabili mappe del territorio di allora.

Tale sistema è ben documentato sia da studi archeologici, sia dal celeberrimo Bonvesin della Riva che nel XII secolo cantava le lodi di Milano nella sua cronaca “ De magnalibus urbis Mediolani “. 

Dopo le invasioni barbariche e la fine dell’Impero Romano, vi fu un lungo periodo di decadenza che arriva alla fine del Medioevo, dove si lasciò senza manutenzione il sistema drenante e le fognature milanesi.  Gli interventi successivi furono effettuati senza una pianificazione generale, a seconda della necessità. Rimaneva la presenza in contemporanea sia dei pozzi privati ad uso potabile che i pozzi neri e le fognature servivano solo per drenare le acque. Questo metodo cominciò a creare notevoli problemi di salute causa infiltrazioni nel terreno dei liquami.

Tale metodo di gestione delle acque è proseguito fin quasi alla fine del XIX secolo quando la costruzione sia dell’acquedotto che delle fognature cittadine ha risolto i succitati gravi problemi sanitari che si erano mostrati anche causa il crescere della popolazione.

Una città d’acqua che porta e gestisce l’acqua e che galleggia sull’acqua, cosi era Milano allora e tale è rimasta per secoli. Va infatti sottolineato che solo l’Olona venne deviato più di una volta nel corso dei secoli; in ultimo dagli Spagnoli per costruire la Darsena.

La costruzione del Duomo di Milano

Quindi Milano ricca d’acqua sia sopra che sotto ed è un aspetto che deve essere considerato sempre quando si interviene nell’area milanese.
Quando nel 1386, dopo l’abbattimento delle due chiese esistenti, si cominciò a costruire il Duomo, decisamente diverso da come è ora, l’acqua di falda era a pochissimi metri dal suolo, come risulta da numerosi racconti e manufatti ritrovati durante gli scavi archeologici.

I dati raccolti in modo continuativo dalla costruzione dell’acquedotto milanese alla fine del 1800, rispecchiano ciò che è stata la situazione del rapporto acqua sotterranea e costruzioni nell’area milanese perlomeno fino agli anni 20 del secolo scorso, quando, dopo la costruzione delle centrali per l’acquedotto cittadino, i prelievi di acque sotterranea aumentarono sempre più, abbassandone il livello nel suolo.

Quindi immaginiamo l’area del futuro duomo, ricca di acqua sotterranea e di canali che passavano vicino alle case e alle chiese preesistenti. Anche se non viene quasi mai citato il problema della falda affiorante era probabilmente ben conosciuto da tutti gli addetti ai lavori, specialmente gli ingegneri e gli architetti.

La variazione dei livelli di acqua sotterranea nella città di Milano

E ritorniamo al Duomo, dove, al momento di posizionare le fondamenta su un terreno di ghiaia e sabbia con tracce di limo e strati di limo sabbioso e argilla, si posizionarono dei plinti che erano diversamente caricati causa appunto la presenza della falda, e di cui ora, dopo recenti studi effettuati negli anni 60 del secolo scorso da Ferrari da Passano, conosciamo esattamente le problematiche In effetti nessuno nel secolo XIV poteva mai pensare che avremmo avuto degli abbassamenti della falda per cause imputabili unicamente all’attività umana. Si dava per scontato che fosse stabile, ma non lo era. Questo ha innescato una serie di situazioni, alcune fortemente problematiche, che sono tuttora sotto osservazione. In sintesi, il Duomo e la falda sono sorvegliati speciali.

Tra alti e bassi la costruzione del Duomo, come riportato dagli Annali della Veneranda Fabbrica, continuò per secoli, tanto che a Milano esiste un modo dire “lungo come la fabbrica del Duomo” quando si parla di un lavoro interminabile.

La Gran Guglia ed il suo costruttore

Anonimo – Duomo in costruzione XVI secolo – Civico Museo di Milano

Nel XVIII secolo il Duomo era ancora quasi privo di guglie e in continuo stato di lavorazioni riprese, interrotte e mai completate, ma finalmente si cominciò seriamente  a parlare di costruire la Gran Guglia, già pensata una manciata di secoli prima. L’8 luglio 1762, dal Capitolo della Veneranda l’architetto Croce ricevette l’incarico di cercare i vecchi modelli in legno, e di predisporre un nuovo progetto. E, come racconta Ambrogio Nava nella sua relazione sui restauri alla Gran Guglia intrapresi nel 1845, due anni dopo, il 23 maggio 1764, Croce presentò un modello in legno ed una relazione.

Ma chi era Francesco Croce?

Come si riassume brevemente nel libro di Marco Castelli,  Francesco Croce nasce a Milano nel 1696 da un artigiano idraulico e nonostante l’ammissione a agrimensore presso un ingegnere collegiato non ebbe mai ufficialmente la qualifica di ingegnere causa le leggi sul censo di allora. Nonostante ciò, progettò opere di ingegneria e architettura a Milano e altrove.  Il porticato della Rotonda della Besana e la facciata del palazzo Sormani sono degli esempi. Nell’ultima parte della sua vita venne assunto come architetto del Duomo e collaborò con l’architetto Merlo e altri fino a che venne incaricato di progettare la Gran Guglia. Sovraintese alla sua costruzione ma non vide la Madonnina sulla cima della sua opera perché mori nel 1773.

Il Progetto

Un progetto che era piuttosto ardito e ben consapevole delle problematiche connesse alla stabilità del Duomo, per cui, l’architetto Croce ideò “un ingegnoso sistema di costruzione della sua Guglia, e ciò solo basterebbe a mostrarlo uomo di arditissimo ingegno e di vaste cognizioni, sebbene non sapesse vestire i suoi concetti di frasi ampollose”, come scrive Ambrogio Nava nella sua relazione, dove inserisce nelle appendici  il testo della relazione scritta direttamente da Croce, oltre ai commenti dei contemporanei.

 Relazione molto stringata e chiara dove sintetizza i punti chiave della sua scelta, che vanno dal mantenimento della sicurezza dell’intera struttura fino alla proporzione e simmetria con il resto della costruzione. Non ultimo che la Gran Guglia doveva rispondere alla magnificenza e alla convenienza dell’ornatissima Fabbrica di cui debba essere l’ultimo finimento”. Magistralmente riesce a unire la leggerezza, la delicatezza della guglia che sostiene la statua della Madonnina con la tenuta dell’intera struttura. “E’ un sistema di ferri di varie dimensioni, bilanciato da forze concentriche verticali, mascherato e mantenuto da un rivestimento di marmo, che ne compone la forma esteriore” come lo definisce Ambrogio Nava, primo restauratore della Gran Guglia nel 1845 in senso rigorosamente conservativo.

Mentre l’arch. Ferrari da Passano nel 1962 la definisce una torre prismatica ottaedrica tutta traforata con un’anima cilindrica cava in marmo ed all’interno una scala a spirale che sale nell’anima cilindrica, una progettazione moderna di cui il Croce era pienamente consapevole.

Nella relazione di Croce ci sono due “chicche” di cui non si trova cenno o approfondimenti nelle ricerche compiute. La prima, è che nel decreto del Capitolo per indicazioni sul progetto della Gran Guglia si ordina di visitare ed effettuare un paragone con la guglia dell’Abbazia di Chiaravalle prima di cominciare a stendere il progetto. Cosa che il Croce fa puntualmente mettendo in evidenza le differenze tra l’Abbazia ed il Duomo; la seconda che si firma come Francesco Croce Architetto dell’Ammiranda Fabbrica, aggettivo dato al posto della Veneranda, come si usa ora.

Considerata la complessità del progetto e i dubbi sollevati da un anonimo, poi scoperto essere Paolo Frisi, matematico barnabita, spalleggiato dai fratelli Verri che, nel loro carteggio, definiscono il progetto di Croce “una deformità davvero ridicola” vennero contattati insigni esperti, come il Boscovich, gesuita, ed altri per l’approvazione della proposta dell’architetto Croce.

Aggiornamento febbraio 2022

Sul sito del Corpus dei disegni di architettura del Duomo di Milano è disponibile ora il disegno, effettuato da altri del progetto della Gran Guglia. Il disegno è composto su sei fogli incollati in verticale ed è montato su tela. Il disegno mostra preparazione a matita ed esecuzione a penna e inchiostro nero, ma le ombre e il chiaroscuro sono realizzati con il carboncino, anziché mediante il tradizionale mezzo dell’acquerello, mentre le ombre delle sole figure sono arricchite da tratteggio a punta di penna con inchiostro nero. Le figure sopra il primo livello della guglia, alla base della cuspide e la Vergine alla sommità sono tracciate invece a penna e inchiostro bruno, inoltre, a penna e inchiostro rosso sono delineate le chiavi metalliche illustrate nella pianta. 

Il disegno e i due a esso contestuali sono, allo stato attuale degli studi, le sole testimonianze grafiche sopravvissute che documentino il progetto di Francesco Croce per la guglia maggiore del Duomo, iniziata nel 1765 e terminata nel 1770, e il completamento delle guglie sopra il tiburio. Questo disegno in particolare rappresenta il prospetto, completo degli elementi decorativi e di parte della statuaria, e la pianta, comprensiva dell’indicazione degli elementi strutturali metallici e della scala interna, oltre a un dettaglio della scala che permette di raggiungere la quota sopra il cupolino, come indicato nella legenda. La lunga iscrizione racconta le fasi cronologiche di costruzione e puntualizza gli aspetti dimensionali legati all’altezza degli elementi e al peso dei marmi impiegati.

Il contesto

Viste le diatribe sollevate dal progetto, a questo punto vale una digressione per far capire il contesto e fornire le basi per capire l’oblio di Francesco Croce.

Come succede sempre, i gusti cambiano e verso la metà del XVIII secolo lo stile barocco non piaceva più, nasce un movimento Illuminista, che mette la ragione e la scienza al centro dell’essere uomo e dove la religione non è più il fulcro della vita.  Insieme al movimento Illuminista, si afferma il gusto neoclassico, nato come reazione al  barocco  e il nuovo stile,  è caratterizzato all’inizio da forme più semplici e lineari che si richiamano al Rinascimento, poi da forme più maestose e imponenti che rinviano a Roma e all’antica Grecia. Stile riconoscibile soprattutto in architettura con Giuseppe Piermarini, architetto umbro ben introdotto nella Milano del Settecento.Questo clima è stato incentivato dalle riforme volute dall’imperatrice Maria Teresa e dal suo successore sui rapporti Chiesa Stato. Le riforme, riguardanti aspetti molto importanti della vita milanese come l’accorpamento di ordini religiosi, il rinnovamento dell’ordine degli Architetti e Ingegneri, sino ad allora autoreferenziale, e l’istituzione, al posto del Collegio dei Gesuiti, dell’Accademia delle Belle Arti a Brera, dove si formeranno i futuri artisti, togliendo l’egemonia alla chiesa milanese durata secoli, vennero appoggiate dagli stessi intellettuali milanesi come Verri, Parini, Frisi ed altri. Nonostante da tutti il Duomo venisse considerato come una cosa a sé stante, di fatto si apri una “lotta” tra la Chiesa, ancora sostenitore del barocco e lo Stato Asburgico che appoggiava il gusto neoclassico, meno costoso. Francesco Croce sia per questioni anagrafiche che per cultura era l’ultimo degli architetti del tardo barocco e quindi nella progettazione della Gran Guglia applica questo principio. Forse è per questo che già nelle critiche effettuate alla presentazione del progetto il suo nome viene, forse volutamente, omesso. Omissione che perdurerà per molto tempo e tuttora il nome del progettista della meraviglia tecnica che sostiene la Madonnina gira solo tra gli addetti a lavori.

La costruzione

Finalmente l’8 luglio 1765 il Capitolo della Veneranda Fabbrica del Duomo deliberava di fare innalzare la guglia maggiore, sopra il tiburio eretto alla fine del Quattrocento. Poi, come previsto da tempo, probabilmente dall’inizio della costruzione, venne posizionata la statua della Madonnina, alta circa 4 metri, in rame ricoperta di foglie d’oro, opera di Giuseppe Perego e Giuseppe Bini il 30 dicembre 1774, un anno dopo la morte di Croce, senza alcuna cerimonia, come si rileva dalle rubriche del Maestro delle Sacre Cerimonie della cattedrale, disponibile in Archivio Capitolare.

 In meno di quattro anni la Guglia venne ultimata, perché venne utilizzata la tecnica della divisione del lavoro in settori affidandoli ad artigiani diversi, anche se, purtroppo, non venne seguito alla lettera il progetto originale, come evidenzia nella sua relazione Ambrogio Nava settanta anni dopo, quando si intervenne per il restauro e non l’abbattimento come inizialmente si voleva fare, dato il grave ammaloramento della struttura. Va sottolineato anche il fatto che dovettero essere risolti numerosi problemi perché un cantiere a 65 m di altezza ha bisogno di una complessa organizzazione.

Per sottolineare ancora una volta la genialità di Francesco Croce il progetto, probabilmente senza volerlo, anticipò i principi della tecnica moderna del cemento armato in quanto era prevista la guglia in marmo con un’intelaiatura in ferro, molto leggera che pesava solo 4700 kg circa.

Il Duomo è finalmente concluso, ma inizia la manutenzione del monumento, anche se sicuramente non con l’attenzione odierna, frutto di centinaia di anni di esperienza in merito. Solo riguardo alla Gran Guglia, citando i più importanti, il primo restauro, dopo decenni di abbandono, in senso rigorosamente conservativo venne gestito da Ambrogio Nava nel 1845, che ha avuto il grande merito di evitarne l’abbattimento, invece caldeggiato dall’architetto della Fabbrica Pestagalli. Nel 1962 i collegamenti originali in ferro vengono sostituiti da elementi in acciaio inossidabile particolare denominato AISI 316 grazie a Carlo Ferrari da Passano. Ora invece i nuovi elementi metallici sono realizzati in titanio e vengono consolidati o sostituiti gli elementi in marmo.

L’acqua ed il Duomo

 Come anticipato all’inizio di questa storia Milano è estremamente ricca di acqua sotterranea che da sempre incide sulle scelte della città stessa.  Anche il Duomo, costruito in un’epoca in cui l’acqua era a pochi metri dal suolo e tale è rimasta per centinaia di anni ha avuto le sue difficoltà, ovviamente generate dall’attività umana.

Costruito pensando che l’acqua sarebbe stata sempre allo stesso livello, le fondazioni della facciata e di parte delle murature laterali sono state appoggiate su pali, mentre i piloni del tiburio sono stati costruiti su plinti sopra uno strato di argilla e calce direttamente consolidato e gettato in acqua.

Con il tempo, principalmente l’aumento dei prelievi d’acqua sotterranea causa la costruzione dell’acquedotto milanese alla fine dell’Ottocento, in misura minore la presenza di una centrale termoelettrica a pochi passi, le vibrazioni del traffico veicolare e la presenza di errori di staticità si sono presentati notevoli episodi di subsidenza. Già a partire dagli anni 20 i prelievi erano aumentati per l’aumentare della popolazione e di conseguenza del consumo d’acqua potabile e la falda si era abbassata di poco. I prelievi pubblici aumentarono sempre più passando da circa 108 milioni di mc del 1930 ai 352 milioni del 1971. Per fortuna attualmente la quantità di acqua sollevata dai pozzi si è notevolmente ridotta attestandosi sui 218 milioni di mc/annui.

I dati relativi ai prelievi dei pozzi privati allora esistenti non sono conosciuti, ma si sa che erano numerosi ed estremamente attivi per la presenza di numerose industrie idro esigenti nel territorio milanese.

L’acqua fino a circa gli anni 50 del secolo scorso si trovava poco al di sotto dei plinti di fondazione, circa a meno 7 metri, mentre la Fabbrica del Duomo, all’inizio degli anni 60, come racconta Ferrari da Passano nel suo intervento al convegno della Società di Geotecnica Italiana nell’ottobre 1980, si è trovata a rilevare lesioni nelle colonne del tiburio e cominciare a pensare seriamente che l’intera struttura potesse crollare.

Però da parte dei tecnici non era ancora stato messo in correlazione il problema delle lesioni del Duomo con il fenomeno l’abbassamento della falda, nonostante il livello di quest’ultima si era abbassato di 25 metri in vent’anni, mentre attualmente si attesta sui 16-17 metri di profondità.

La situazione venne studiata a fondo con l’istituzione di una Commissione prefettizia tuttora operativa, partecipanti tutte le istituzioni milanesi e la mattina dell’8 settembre 1972 su ordinanza del Sindaco di Milano, Aldo Aniasi, piazza Duomo venne chiusa definitivamente al traffico veicolare, rallentata la linea 1 della metropolitana, e immediata chiusura dei pozzi privati circostanti. Questi gli interventi necessari per ridurre l’impatto sulla cattedrale. Dopo di che si cominciarono i lavori di restauro all’interno che durarono anni.

Da allora il Duomo è un sorvegliato speciale, insieme ovviamente alla falda, con reti di sensori e continui monitoraggi e restauri.

Conclusioni

Partiti da un dimenticato, e si spera presto ricordato da tutti, architetto della Veneranda Fabbrica che ha progettato e realizzato la meraviglia che sostiene la statua della Madonnina, simbolo di Milano, siamo arrivati ai 250 anni, da festeggiare nel 2020, della conclusione della Gran Guglia del Duomo. Sarebbe l’occasione per il Comune di Milano e la Veneranda Fabbrica correre ai ripari e dare il giusto risalto all’opera di Francesco Croce, magari dedicandogli una via come chiedeva l’autrice del precedente articolo e l’autore del volume del 2009.  O anche un convegno tecnico e un percorso tematico in città.

Milano magari dimentica ogni tanto ma ha sempre dato il giusto valore alle cose e riparerà al torto.


Del resto per oltre 600 anni il Duomo e la sua piazza hanno ospitato la storia della città, la passione dei suoi cittadini e la vita quotidiana di persone che hanno sempre rialzato la testa e rimboccate le maniche dopo le devastazioni e le distruzioni umane e naturali. Punto di riferimento per tutti fino dalle sue origini e dove generazioni di costruttori, di operai, di artigiani, speziali, orefici, notai e forestieri hanno aggiunto il loro tocco personale fino a farlo diventare la spettacolare struttura che è oggi, meta di pellegrinaggi e di curiosi turisti.

 

Piazza del Duomo 1883.

Bibliografia e sitografia

  • Manuela Sconti Carbone: “La congiura della gran guglia del Duomo” marzo 2019, antiqua.mi.it
  • Ambrogio Nava: “Relazione dei restauri intrapresi alla gran guglia del duomo di Milano nell’anno 1844 ed ultimati nella primavera del corrente 1845” Milano, tipografia Valentini 1845;
  • Marco Castelli: “Il caso Croce: un delitto mediatico all’ombra della Madonnina” Milano, Edizioni Ares 2009
  • Annali della Veneranda Fabbrica del Duomo volume 6 anni 1681-1875 , Tipografia Sociale Reggiani 1885;
  • Alberto De Capitani d’Arzago: “La Chiesa Maggiore” di Milano: Santa Tecla” Milano : Casa editrice Ceschina, 1952;
  • Giorgio Giulini: “Documenti illustrativi ed indice generale della storia della città e della campagna di Milano” Vol. VII Francesco Colombo editore 1857;
  • Gaetano Franchetti: “Storia e descrizione del Duomo di Milano” Milano Tipografia De Stefanis 1821;
  • Ferrari da Passano C. (1980) – Interventi di consolidamento delle strutture del Duomo di Milano a seguito di fenomeni di subsidenza. Atti del XIV° Convegno Nazionale di Geotecnica, vol. 1, pp. 177-186, Firenze
  • Arrigo Croce (1985) – Antichi monumenti e città. Ricerca e conservazione. Geotechnical Engineering in Italy. An overview, 1985. Published in occasion of the ISSMFE Golden Jubilee, AGI
  • Giovanni Vannucchi: “Problemi di Geotecnica nel restauro monumentale”- Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale Università di Firenze Firenze, 21 e 22 Settembre 2007;
  • Donatella Caporusso, Milano (Mediolanum): la situazione idrografica di Milano romana, in Catalogo della Mostra “Milano capitale dell’Impero romani (286-402 d.C.)”, Milano 1990, p.94;
  • Corradi Dell’Acqua, L., & Calvi, G. M. (2009). La gran guglia come opera di ingegneria: un’opera ardita su un supporto difficile.
  • Ferrari da Passano, La guglia maggiore, in: “… e il Duomo toccò il cielo”, a cura di E. Brivio e F. Repishti, pp. 133-142, Skira, Milano, 2003.2.
  • Brivio, La guglia maggiore, trono della Vergine assunta, ibid., pp. 143-163.3. G. Stolfi, La costruzione della guglia maggiore e il consulto dei matematici, ibid., pp.165-176.4,
  • Masotti, Matematica e matematici nella storia di Milano, in: Storia di Milano, vol.XVI, pp. 713-814, Fondazione Treccani, 1962
  • Corradi Dell’Acqua:”La statica delle cattedrali gotiche e la statica del Duomo di Milano” Istituto Lombardo – Accademia Di Scienze E Lettere – Incontri Di Studio, 69-89;
  • Alfredo Cigada, Beniamino Mörlin Visconti Castiglione, Matteo Scaccabarozzi, Marcello Vanali, Emanuele Zappa: “Monitoraggio strutturale continuativo: il cantiere di restauro della guglia maggiore del Duomo di Milano” – Archeomatica N°4 dicembre 2013
  • J. Gritti, F. Repishti, I «toresini», le guglie del tiburio e la guglia maggiore, in G. Ceriani Sebregondi, J. Gritti, F. Repishti, R. Schofield, Ad triangulum: il Duomo di Milano e il suo tiburio. Da Stornaloco a Bramante, Leonardo e Giovanni Antonio Amadeo, Padova, 2019, pp. 243-268, in particolare pp. 267-268 e fig. 108
  • Corpo dei disegni del Duomo
  • Sito Ufficiale del Duomo di Milano
Ringraziamenti

Ringrazio le persone che hanno scritto, amato e vissuto il Duomo e la città di Milano nei secoli passati, come Francesco Croce, Ambrogio Nava, e quelli che ora spendono il loro tempo come gli autori degli articoli sopracitati. Un particolare ringraziamento all’autrice del precedente articolo Manuela Sconti Carbone che ha dato l’avvio alla mia ricerca, a Marco Castelli per il suo libro su Croce, a Roberto Fighetti della Veneranda Fabbrica fondamentale nella ricerca di molti documenti, al personale della Biblioteca Archeologica e Numismatica per la competenza e la disponibilità, al personale della Cittadella degli Archivi del Comune di Milano per la infinita pazienza e disponibilità e agli amici che hanno lavorato e che lavorano in MM, società di gestione del servizio idrico integrato di Milano.

febbraio 2016

Aggiornamento Settembre 2021

Nel corso di una serie di conferenze organizzate in Veneto nel settembre 2021 Giacomo Galbusera, che già aveva scritto una tesina ( disponibile in fondo alla pagina) in merito all’acquedotto della Malga Busi, ha parlato degli acquedotti militari e lapprovvigionamento idrico per le truppe sull’Altopiano di Asiago.

 

Gli acquedotti militari  italiani durante la prima guerra mondiale 

Tre Cime di Lavaredo – una delle zone di guerra

La Prima Guerra Mondiale  fu il più grande conflitto armato della storia e coinvolse tutta l’Europa, oltre le colonie dell’Impero britannico, gli USA e l’Impero Giapponese e si svolse principalmente in territorio europeo tra l’estate del 1914 e la fine del 1918. Fu una guerra di posizione e nel caso specifico di trincea, ossia si combatteva metro per metro, passo per passo: le perdite in una sola battaglia erano altissime (tristemente famose sono la battaglia di Verdun e la battaglia della Somme). I soldati erano affogati nel fango, nella neve, nel ghiaccio o sabbia, protetti da sacchi imbottiti di sabbia o tavolacci di legno con metri di filo spinato e, per osservare le posizioni nemiche, erano costretti a sporgersi o a guardare in piccoli spioncini. Gli assalti poi erano terribili; nei primi metri venivano falcidiati centinaia di uomini da mitragliatrici e cannoni oltre che dall’utilizzo di armi chimiche.

Perchè scrivo questo articolo?

Il mio lavoro è stato ed è tuttora di altro tipo; mi occupo di gestione della risorsa idrica, della sua sostenibilità e soprattutto degli impatti che una carenza o un eccesso di acqua possono incidere sulla vita umana.

Forse è proprio per questo che ho cominciato, circa due anni fa, dopo una visita ad una mostra per celebrare il centenario della prima guerra mondiale, ad interessarmi come avveniva l’approvvigionamento idrico durante la Grande Guerra.


L’inizio della guerra

L’acqua, oltre alla consapevolezza di essere un elemento vitale per la nostra sopravvivenza, è sempre stata molto importante per l’umanità, sia come elemento di difesa e che di offesa.
Noti sono gli insediamenti palafitticoli dei primi insediamenti umani e i fossati a difesa dei castelli medievali o gli allagamenti provocati per impedire l’avanzata del nemico.

Considerando che la logistica ed i servizi di supporto hanno sempre influito in maniera determinate sull’andamento delle guerre e soprattutto sul morale dei combattenti, la non disponibilità di cibo o acqua o il rincalzo di truppe fresche per la sostituzione in prima linea di soldati stanchi o ammalati può veramente fare la differenza.

All’inizio della Grande Guerra un vero approvvigionamento idrico non venne predisposto perché si pensava che le risorse reperibili localmente fossero più che sufficienti per i soldati, per gli animali e per le armi. Infatti nei conflitti precedenti, molto più definiti a livello locale, di breve durata e con rapidi spostamenti, non era stato necessario predisporre un servizio in tal senso.

Invece, essendo soprattutto una guerra di mantenimento della posizione con un’enorme massa di uomini e di mezzi in movimento, in zone montagnose dove le poche sorgenti presenti venivano inquinate dai rifiuti e da scarichi di liquami, era necessario che fosse previsto un servizio di fornitura d’acqua potabile ai militari.  Decisione presa rapidamente dopo le epidemie di tifo e di colera che si diffusero nelle Armate, soprattutto la seconda e la terza, nell’ottobre del 1915.

Considerando l’impossibilità di reperire in zona informazioni attendibili sulla salubrità delle acque si cominciò a trasportare acqua dagli acquedotti civili presenti nelle retrovie, utilizzando vagoni cisterna trasportati al fronte. Ma la vera sfida era portare l’acqua fino a dove occorreva superando le asperità del terreno tramite l’utilizzo di centrali di rinvio che la portavano alle prese d’acqua e ai serbatoi di distribuzione. Da quel punto l’acqua, per arrivare ai reparti, veniva portata, a seconda delle possibilità, con autobotti, carri, ghirbe o a spalla.

La ghirba era un otre di pelle usato in Africa che, durante la guerra in Libia nel 1911 e 1912 venne anche utilizzato dai soldati italiani per trasportare acqua, solo che risultò essere inadatta per i climi temperati, umidi che favorivano il proliferare di batteri patogeni nell’acqua. Tale sistema fu il migliore per portare acqua in quota sfruttando le sorgenti locali fino al maggio 1916.

Ma la controffensiva austriaca, prendendo come esempio l’altopiano di Asiago, di natura carsica, privò gli italiani della maggioranza delle sorgenti presenti nel territorio, costringendo l’approvvigionamento delle acque lontano anche 30 km dall’altopiano.  Le strade, poi, di accesso ad Asiago erano due strette strade di montagna, le uniche percorribili per tutte le necessità, quindi congestionate dal traffico.

Non solo, come scrive nei suoi appunti il Generale Giovanni Battista Marieni, Comandante Generale del Genio Militare, a partire dal 1917, con il compito di riconvertire le linee di difesa a seguito della nuova situazione creatasi in conseguenza della disfatta di Caporetto, questo tipo di approvvigionamento non dava, militarmente parlando, buoni risultati. Le salmerie dovevano attraversare terreni continuamente battuti dalle artiglierie nemiche e venivano facilmente colpite con conseguente perdita di uomini e materiali. Perciò si cominciarono a costruire acquedotti in prima e seconda linea con un adeguato sistema di sollevamento fino a quote molte elevate.

Gli acquedotti e le infrastrutture di sostegno 

L’approvvigionamento idrico serviva per il 60% per gli animali, per le costruzioni delle opere di difesa, per l’innaffiamento stradale (le strade non erano asfaltate) e per i bagni delle truppe. Ma serviva anche per il raffreddamento dei gruppi compressori, delle mitragliatrici e degli autoveicoli. Si calcolava che per il soldato servivano solo 9 l/giorno e in caso di ristrettezze 5 l/giorno. Gli acquedotti costruiti erano di tipo classico, ossia a pressione e a gravitazione e la rete di distribuzione era stata progettata e concepita in modo da distribuire in modo organico l’acqua, anche alle prime linee. I serbatoi di accumulo erano costruiti in caverne, ove possibile, e l’acqua scendeva per gravità in piccoli serbatoi in legno o altro di circa mezzo metro cubo posti, alle volte, direttamente nelle trincee.

Le pompe all’inizio erano a benzina, molto ingombranti per cui ben presto si dovette procedere all’elettrificazione di quasi tutti i motori delle centrali idriche sparse su tutto il fronte poiché, dopo il 1917, la fornitura di benzina e petrolio cominciava ad essere saltuaria. Vennero costruiti gli impianti elettrici lungo l’Isonzo con il collegamento alle linee delle società elettriche. A metà del 1917 tutte le centrali di testa, come il Carso, pianura di Cormons, Altopiano di Asiago erano elettrificate, nonostante la difficoltà di reperire trasformatori e motori, mantenendo come riserva quelli a benzina.

Una delle tante difficoltà tecniche da affrontare fu il sollevamento dell’acqua nelle regioni di alta montagna fino anche a 2000 e passa metri di altezza in pareti molto ripide, dove già era difficile il posizionamento dei tubi e quindi impossibile la costruzione di strade e il posizionamento di stazioni di rinforzo.

L’organizzazione: i Reparti Idrici

All’inizio della guerra non c’era un sistema definito di approvvigionamento idrico, ma a fronte delle necessità e delle problematiche che man mano si presentavano, il reperimento e la gestione delle acque vennero, come per altri servizi di sostegno, affidati al Genio Militare. All’inizio il personale specializzato era molto carente in quanto si reclutavano gli addetti da tutte le armi che, però, rimanendo effettivi ai corpi di provenienza, vi era il rischio di vedersi richiamare improvvisamente all’armata di origine. Con il tempo i cantieri idrici vennero costituiti in plotoni idrici nelle retrovie con personale fisso e preparato, fornito di tutti i supporti necessari sia logistici che di disciplina per svolgere al meglio il lavoro, ottenendo efficienza e sicurezza nel funzionamento delle centrali idriche necessarie per l’approvvigionamento regolare delle truppe. Facevano parte dei reparti idrici ingegneri idraulici, capotecnici e operai specializzati.

Presso ogni Comando di Armata venne istituito un Ufficio idrico con annesso un laboratorio di riparazione, un laboratorio chimico-batteriologico e un numero di Plotoni Idrici variabile da cui dipendevano i magazzini dei materiali.

Dopo la disfatta di Caporetto e la perdita ingente di materiale, la nomina del Generale Marieni portò a dei cambiamenti come la riorganizzazione degli uffici idrici, una migliore gestione delle analisi batteriologiche delle acque con la prevalenza della prevenzione, l’aumento di personale specializzato e formato. La nuova organizzazione consentì che in pochi mesi si riuscì a costruire 3 acquedotti con lunghezza variabile da 40 km a 180 chilometri con decine di centrali di sollevamento.
Nel contempo, memori dei problemi logistici scaturiti dalla disfatta di Caporetto, si cercò di regolamentare la procedura nel caso di ritirata del salvataggio delle apparecchiature del servizio idrico. In effetti nel giugno 1918, durante un’offensiva del nemico, non mancò mai l’acqua alle truppe nonostante la distruzione quasi completa delle tubature.
Lo stesso principio venne applicato nella progettazione della logistica quando si avanzò rapidamente nell’ottobre 1918. Consapevoli che gli austriaci avrebbero distrutto anche gli acquedotti civili ed inquinato le sorgenti e i pozzi, si riattarono con metodi di fortuna i servizi idrici delle grandi città e dei piccoli centri. Tale operazione proseguì anche dopo l’armistizio, nelle zone conquistate, devastate dai combattimenti, dove nonostante la smobilitazione dei reparti idrici, circa 50 ufficiali e 1500 specialisti riuscirono a ripristinare tutti gli acquedotti per un totale di 200 chilometri di tubazioni e 50 pozzi artesiani.

 


Acquedotti Militari esistenti

 Ecco l’elenco, ovviamente non esaustivo, degli acquedotti esistenti, tratto dal Diario del Generale Giovanni Battista Marieni.

Da Garda al Val d’Astico:

L’area, Valle Lagarina -Vallarsa – Val Pesina e Val d’Astico, era presidiata da enormi forze combattenti e sulle montagne non esisteva la quantità d’acqua necessaria: ciascuna di queste posizioni doveva essere fornita del suo impianto di sollevamento. Vi erano varie linee di impianti dalla prima alla seconda fino a quelle arretrate per le truppe a riposo.

  • Acquedotto dell’Altissimo;
  • Acquedotto Santa Margherita-Malga Zugna;
  • Acquedotto San Valentino-Coni Zugna;
  • Acquedotto Ecchele-Cima Levante;
  • Acquedotto Ronchi-Culma Alta;
  • Acquedotto di Valle Foxi;
  • Acquedotto del Pasubio;
  • Acquedotti di Montesummano e del Novegno;
  • Acquedotto di Monte Cencio.

Altopiano d’ Asiago

Il ripiegamento della nostra linea di schieramento, dopo l’attacco austriaco della primavera 1916, causò la perdita delle ricche sorgenti della Renzola della conca di Asiago e di quelle di Covolo di Gallio, della Marcesina e di altre minori che sino allora avevano servito per il rifornimento dell’acqua alle truppe, mentre la richiesta d’acqua aumentò in modo impressionante. All’inizio si fece fronte con trasporto dal piano, dal acquedotto di Marostica, per mezzo di autobotti le quali dovevano percorrere circa 30 km di strada superando il dislivello di 1000 m ed impegnandovi in media 400 autocarri ogni giorno. Per risolvere il problema l’Ufficio Idrico della 6a Armata decise di alimentare l’intero altopiano ricorrendo a diversi acquedotti minori, che, in breve tempo, avrebbero assicurato l’acqua. Infatti soltanto nel territorio della 6a Armata furono costruiti, fra grandi e piccoli, ben 37 acquedotti; mentre altri 13 acquedotti furono impiantati sul territorio comune tra la 6a Armata e le Armate e limitrofe 1a e 4a.

I principali impianti

  • Acquedotto di Valpiglia;
  • Acquedotto del Chiavone;
  • Acquedotto Rossignolo – Campi di Mezzavia – Monte Bertiaga.
  • Acquedotto di Mortisa.
  • Acquedotto Casera Simoni – Monte Foraoro – Pozza del Favaro – Spiazzo Battisti – Ghelpach -Casera Magnaboschi – Cesuna.
  • Acquedotto Valrovina – Monte Campesana – Monte Campolongo.
  • Acquedotto di Valstagna – Sasso Rosso.
  • Acquedotto della Marcasina.

Zona del Grappa

Su questa zona non vi era da fare alcun assegnamento sulle risorse locali, essendo la regione montuosa completamente priva d’acqua. Né vi era la possibilità di portare l’acqua con autobotti dalla pianura sottostante, dato il dislivello di 1500 metri e considerato che sino al giugno 1918 esisteva una sola via camionabile. Nemmeno le teleferiche, che mano a mano venivano messe in esercizio, avrebbero potuto trasportare le ingenti quantità d’acqua necessarie. Però se il massiccio del Grappa nelle sue rapidissime pareti meridionali è privo d’acqua, questa abbonda invece nella zona pedemontana: qui pertanto vennero costruite le numerose centrali o stazioni di sollevamento. Nella zona del Grappa  vennero  costruite cinque centrali o stazioni di testa: Ferronati con potenza di 75 Hp, Borso di 60 Hp, Covolo di 90, San Liberale di 120 e Caniezza di 90; quattro stazioni di rinvio: Santa Felicita di 150 Hp, Capitello di 30, Osteria del Campo di 20 e Col di Rondoli di 60 Hp. Lo sviluppo delle condutture superò i 90 km.

Fronte del Piave

Non appena la 3a Armata si schierò dal Montello al mare, la Direzione Idrica del Comando Generale del Genio doveva occuparsi della dotazione idrica dell’area. Si ricorse pertanto colla massima sollecitudine all’impianto di ben otto reti di condutture per un complessivo sviluppo di 86.500 m, con cui fu distribuito 1 milione di litri di acqua potabile al giorno.

Conclusioni

I dati e le notizie inserite nell’articolo fanno a capo a poche fonti bibliografiche, come il diario del generale Marieni cortesemente inviato dalla famiglia, i Bollettini dell’Istituto Storico dell’Arma del Genio dove scrisse l’ing. Gino Veronese, i volumi editi dal Ministero della Guerra e poco altro gentilmente fornitemi da Cime e Trincee e Guerra Bianca, siti amatoriali sulla Grande Guerra. Ciò nonostante traspare comunque dalla storia l’abnegazione, il sacrificio ed il senso del dovere di questi soldati e ufficiali che da agricoltori con la zappa, si sono trasformati in specialisti nella posa di tubi, di gestione dei serbatoi, delle pompe, senza alcuna informazione almeno all’inizio della guerra.

Dall’altro lato la guerra ha portato, riferendosi anche solo alla tecnologia dell’approvvigionamento idrico, un balzo in avanti notevole soprattutto per il tipo di materiali utilizzati, per lo studio sulle pompe e sulle infrastrutture utilizzate. Gli studi professionali, come la società Giordana e Garello di Torino, quello dell’Ing. Ballerio di Milano, ed infine la Franchi Gregorini di Dalmine, tra tanti altri, hanno sicuramente contribuito a fare in modo che le truppe avessero, sempre, acque fresche e pulite e combattessero con un animo un filo più rasserenato.

Per sottolineare, infine, il lavoro del Genio Militare per portare acqua ai soldati, basti pensare che su tutto il fronte italiano esistevano 150 centrali di sollevamento con 1.500 km di tubi, e che il Comandante delle truppe britanniche in Italia Generale Frederick Lambart, X conte di Cavan, ebbe a dire: ” che la vittoria dell’Italia si deve anche all’ Arma del Genio”.

Per approfondire si segnalano alcuni tra le migliaia di siti esistenti sulla prima guerra mondiale, sottolineando che quasi nessuno parla di servizio idrico.

http://www.centenario1914-1918.it/it

http://www.14-18.it/ 

http://www.trentinograndeguerra.it/

http://www.grandeguerra.rai.it/

http://www.venetograndeguerra.it

https://www.cimeetrincee.it/

http://www.guerrabianca.it/

http://www.lagrandeguerra.net/

http://www.albodorograndeguerra.it/

http://www.marieni-saredo.it/


IL PASUBIO, TRA GUERRA ED INGEGNERIA

Uno studente Giacomo Galbusera dell’Istituto Tecnico De Pretto di Schio ha prodotto per gli esami finali dell’anno scolastico 2016-2017 un’ interessante tesina  sull’acquedotto militare di Malga Busi sia dal punto di vista storico sia dal punto di vista ingegneristico. La tesina in formato PDF è scaricabile qui


Una piccola storia:

Il Bepi e l’Acquedotto

di Cristina Arduini ©

Il “Bepi”  aveva freddo in quell’aprile del  1917, rintanato nella caverna in attesa di ritornare in trincea, sperando che il vento gelido che sferzava la cima del Pasubio finisse. Dopo un inverno con tanta neve che a sua memoria non ricordava di aver mai visto, era  contento di essere ancora vivo e non, come molti suoi compagni travolti da valanghe e slavine. Sentiva, a fondo caverna,  il ragliare degli asini che volevano cibo ed acqua e pensava che a uno dei prossimi turni sarebbe toccato anche a lui aiutare a portare su le cisterne piene d’acqua. Per fortuna tra pochi giorni, come continuava a ripetere il comandante, sarebbe finito l’acquedotto che avrebbe portato l’acqua fin da loro. Ne era orgoglioso, erano stati bravi i Genieri, aveva visto con quante difficoltà avevano combattuto! Ma almeno avrebbero potuto lavarsi, dar da bere alle bestie e soprattutto bere acqua fresca. Ad occhi chiusi rivedeva la fattoria della sua famiglia e vedeva la madre che andava al pozzo a prendere l’acqua e si immaginò alla fine della guerra a costruire un piccolo acquedotto per alleviare le fatiche della mamma.Ci sarebbe mai riuscito? Aveva seguito i lavori e aveva fatto tesoro di alcuni insegnamenti appresi quando si era offerto volontario per aiutare i Genieri. Sospirando si alzò sentendo il richiamo del sergente, prese il fucile ed andò a posizionarsi in trincea pregando che quella sera la guerra finisse.


Aggiornamento marzo 2020

Simpaticamente il sito cime e trincee ha voluto ripubblicare l’articolo.

http://www.cimeetrincee.it/43092/