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    Ice drop

    Calendario dell’avvento

    In tempi particolari si fanno progetti particolari. Negli anni passati ho fatto calendari annuali, quest’anno invece il Calendario dell’Avvento mi sembra più in tema, raccontato da una “folletta” di Babbo Natale. Le foto se non diversamente specificato sono da Pixabay

    1 DICEMBRE:  La folletta ci racconta che i ghiacci esistenti sulla Terra ai Poli, sulle montagne e anche nel nostro frigo sono composti unicamente di acqua dolce.

    2 DICEMBRE: chi scoperse il ciclo dell’acqua? parecchi ci provarono nei secoli passati e qualcuno fini anche sul rogo, ma il primo che ne parlò seriamente anche se, purtroppo, non scrisse mai un testo dedicato fu Leonardo da Vinci. Non parlò espressamente di ciclo, ma capì i vari aspetti. Altri dopo di lui continuarono fino a tutto il Novecento, ma ancora adesso non lo trattiamo degnamente. Cosi vitale e ancora cosi poco capito.

    3 DICEMBRE: la folletta c’era,“Dr. Livingstone, I presume” quando lo disse Stanley, il giornalista che cercava appunto Livingstone. Personaggio particolare, missionario e soprattutto esploratore dell’Africa nell’Ottocento. La sua fissa era trovare le sorgenti del Nilo, forse il fiume più lungo al mondo. Falli e mori nel tentativo, ma ancora adesso non sappiamo esattamente dove siano, nonostante satelliti, droni, e ricerche sul campo. Misteri della Terra.

    4 DICEMBRE: esiste anche l’allergia all’acqua? eh si. Il suo nome scientifico è orticaria acquagenica, ed è una sindrome rarissima e ne soffrono poche decine di persone in tutto il mondo. Scatena i sintomi dell’orticaria quando il corpo di chi ne soffre viene in contatto con l’acqua. 

    5 DICEMBRE: Non conosciamo mai bene il valore dell’acqua. Ed oggi alla folletta piace farvi vedere un’infografica che riguarda l’Italia.

    6 DICEMBRE: la folletta è dispiaciuta perchè si è dimenticata della patrona dei pompieri, la cui festa era l’altro giorno. E come fanno i pompieri a spegnere gli incendi? ma con l’acqua, anche. Ma lo sapete che esiste una mappa mondiale interattiva sugli incendi grazie alla rete di satelliti Copernicus e Modis?

    7 DICEMBRE: ah oggi in omaggio all’inaugurazione del Teatro alla Scala la folletta è tutta contenta!! Parliamo di musica classica e acqua. E sentiamo parlarne nella trasmissione della Rai Piano, Pianissimo;

    8 DICEMBRE: ed oggi la folletta è particolarmente religiosa. Vuole farci leggere l’Enciclica di Papa Francesco Laudato sì” ed in particolare il primo capitolo, sottocapitolo secondo dove si parla dell’acqua.

    9 DICEMBRE: Una cascata di sangue? Eh si la natura ci sorprende sempre. Nella parte sud dell’Antartide, appunto, avviene questo strano fenomeno, dove interagiscono batteri vecchi di milioni di anni(!) e il cambiamento climatico. E qui vi raccontiamo la scoperta e la spiegazione per cui avviene. La foto del 21/11/2014 è di Peter Rejcek della National Science Foundation

    10 DICEMBRE: hydraulophone? Ma che cos’è? E’ uno strumento dove il suono deriva dal contatto diretto delle dita con l’acqua. Ma ce ne sono altri strumenti che utilizzano l’acqua, come ci raccontano in quest’articolo.

    11 DICEMBRE: quali sono le più belle cascate del mondo? A voi la scelta.

    12 DICEMBRE: ma il vapore acqueo che cos’è esattamente? Già ne sentiamo parlare tutti i giorni, sembra che possa fare moltissime cose come produrre energia, igienizzare, ma non è il fumo che noi vediamo normalmente perché il vapore acqueo è inodore, invisibile ed inodore. Volete saperne di più? Si vi posso aiutare ma in inglese

    13 DICEMBRE: una strana fontana a Cadice in Spagna

    14 DICEMBRE: avete mai pensato come fate a fare il caffè tutte le mattine? Qual è l’elemento fondamentale oltre il caffè? L’acqua naturalmente: ma l’acqua non è tutta uguale e guarda caso influisce sul prodotto finale. Beh una scuola di caffè ci spiega un po’ di trucchi. Leggete con attenzione

    15 DICEMBRE: l’acquedotto più lungo e articolato al mondo? Fin dall’antichità l’umanità ha cercato e trovato vari modi per trasportare l’acqua dove serviva. Tutti conoscono le arcate degli acquedotti dell’ Impero Romano che costellano mezza Europa e già i Sumeri e gli Assiri costruirono sistema complessi di irrigazione e scolo delle acque. Al momento l’acquedotto più complesso e lungo è quello del Colorado che rifornisce la California con l’acqua del fiume Colorado, attraversando il deserto di Mojave. La condotta, gestita dal Metropolitan Water District of Southern California (MWD) è una delle principali fonti di approvvigionamento idrico del sud della California.

    16 DICEMBRE: un mestiere dell’acqua? Una delle ultime tendenze è idrosommelier e ne ho persino scritto un articolo. 

    17 DICEMBRE: è un fenomeno diventato alle nostre latitudini più raro, causa il riscaldamento globale, ma è un fenomeno utile e magico. E’ la  galaverna, manifestazione che si forma perché le goccioline d’acqua in sospensione nell’atmosfera possono rimanere liquide anche sotto zero e ricopre tutte le superficie solide come alberi, fili d’erba, e case con un rivestimento cristallino. Utile  una volta all’agricoltura. 

    18 DICEMBRE: Si è vero si possono usare strumenti che usano l’acqua, ma si può fare anche musica con l’acqua senza strumenti! Come succede a Vanuatu dove la musica dell´acqua è un’esperienza sonora e visiva, unica al mondo, eseguita da un gruppo di donne che si tramandano quest´arte da tempi antichi.

    19 DICEMBRE Finalmente anche le acque hanno uno status giuridico, considerate come persone fisiche. Ma che cosa vuol dire? Ecco ce lo spiegano

    20 DICEMBRE: L’acqua purifica ed è fonte di vita. Esaminiamo nelle varie religioni come succede. Leggiamo

    21 DICEMBRE: Le acque dei nostri fiumi non stanno benissimo e noi lo sappiamo ma esiste un modo per migliorarli e coordinare le azioni di tutela e si chiama Contratti di Fiume

    22 DICEMBRE: si parla tanto di inquinamento delle acque, ma sappiamo esattamente cosa sia?

    23 DICEMBRE: quanti sono i laghi presenti sulla Terra? Fino ad oggi, infatti, non era stato possibile in alcun modo contarli tutti, sia a causa del fatto che essi si trovano in luoghi non abitati da persone, sia per via delle dimensioni, particolarmente ridotte, di alcuni di essi. Adesso, però, grazie alle immagini restituite dai satelliti, è stato possibile stabilirne il numero complessivo.  Sono 117 milioni, come scrivono gli autori su Geophysical Research LettersLa tecnica utilizzata è stata quella di analizzare ogni pixel di immagini riprese dai satelliti, grazie all’ausilio di potenti strumenti e computer.

    24 DICEMBRE: vi racconto una storia: Buon Natale  e, si spera, un anno nuovo un po’ meglio di questo 2020

    foto da Pixabay

    febbraio 2016

    Gli acquedotti militari  italiani durante la prima guerra mondiale 

    Tre Cime di Lavaredo – una delle zone di guerra

    La Prima Guerra Mondiale  fu il più grande conflitto armato della storia e coinvolse tutta l’Europa, oltre le colonie dell’Impero britannico, gli USA e l’Impero Giapponese e si svolse principalmente in territorio europeo tra l’estate del 1914 e la fine del 1918. Fu una guerra di posizione e nel caso specifico di trincea, ossia si combatteva metro per metro, passo per passo: le perdite in una sola battaglia erano altissime (tristemente famose sono la battaglia di Verdun e la battaglia della Somme). I soldati erano affogati nel fango, nella neve, nel ghiaccio o sabbia, protetti da sacchi imbottiti di sabbia o tavolacci di legno con metri di filo spinato e, per osservare le posizioni nemiche, erano costretti a sporgersi o a guardare in piccoli spioncini. Gli assalti poi erano terribili; nei primi metri venivano falcidiati centinaia di uomini da mitragliatrici e cannoni oltre che dall’utilizzo di armi chimiche.

    Perchè scrivo questo articolo?

    Il mio lavoro è stato ed è tuttora di altro tipo; mi occupo di gestione della risorsa idrica, della sua sostenibilità e soprattutto degli impatti che una carenza o un eccesso di acqua possono incidere sulla vita umana.

    Forse è proprio per questo che ho cominciato, circa due anni fa, dopo una visita ad una mostra per celebrare il centenario della prima guerra mondiale, ad interessarmi come avveniva l’approvvigionamento idrico durante la Grande Guerra.


    L’inizio della guerra

    L’acqua, oltre alla consapevolezza di essere un elemento vitale per la nostra sopravvivenza, è sempre stata molto importante per l’umanità, sia come elemento di difesa e che di offesa.
    Noti sono gli insediamenti palafitticoli dei primi insediamenti umani e i fossati a difesa dei castelli medievali o gli allagamenti provocati per impedire l’avanzata del nemico.

    Considerando che la logistica ed i servizi di supporto hanno sempre influito in maniera determinate sull’andamento delle guerre e soprattutto sul morale dei combattenti, la non disponibilità di cibo o acqua o il rincalzo di truppe fresche per la sostituzione in prima linea di soldati stanchi o ammalati può veramente fare la differenza.

    All’inizio della Grande Guerra un vero approvvigionamento idrico non venne predisposto perché si pensava che le risorse reperibili localmente fossero più che sufficienti per i soldati, per gli animali e per le armi. Infatti nei conflitti precedenti, molto più definiti a livello locale, di breve durata e con rapidi spostamenti, non era stato necessario predisporre un servizio in tal senso.

    Invece, essendo soprattutto una guerra di mantenimento della posizione con un’enorme massa di uomini e di mezzi in movimento, in zone montagnose dove le poche sorgenti presenti venivano inquinate dai rifiuti e da scarichi di liquami, era necessario che fosse previsto un servizio di fornitura d’acqua potabile ai militari.  Decisione presa rapidamente dopo le epidemie di tifo e di colera che si diffusero nelle Armate, soprattutto la seconda e la terza, nell’ottobre del 1915.

    Considerando l’impossibilità di reperire in zona informazioni attendibili sulla salubrità delle acque si cominciò a trasportare acqua dagli acquedotti civili presenti nelle retrovie, utilizzando vagoni cisterna trasportati al fronte. Ma la vera sfida era portare l’acqua fino a dove occorreva superando le asperità del terreno tramite l’utilizzo di centrali di rinvio che la portavano alle prese d’acqua e ai serbatoi di distribuzione. Da quel punto l’acqua, per arrivare ai reparti, veniva portata, a seconda delle possibilità, con autobotti, carri, ghirbe o a spalla.

    La ghirba era un otre di pelle usato in Africa che, durante la guerra in Libia nel 1911 e 1912 venne anche utilizzato dai soldati italiani per trasportare acqua, solo che risultò essere inadatta per i climi temperati, umidi che favorivano il proliferare di batteri patogeni nell’acqua. Tale sistema fu il migliore per portare acqua in quota sfruttando le sorgenti locali fino al maggio 1916.

    Ma la controffensiva austriaca, prendendo come esempio l’altopiano di Asiago, di natura carsica, privò gli italiani della maggioranza delle sorgenti presenti nel territorio, costringendo l’approvvigionamento delle acque lontano anche 30 km dall’altopiano.  Le strade, poi, di accesso ad Asiago erano due strette strade di montagna, le uniche percorribili per tutte le necessità, quindi congestionate dal traffico.

    Non solo, come scrive nei suoi appunti il Generale Giovanni Battista Marieni, Comandante Generale del Genio Militare, a partire dal 1917, con il compito di riconvertire le linee di difesa a seguito della nuova situazione creatasi in conseguenza della disfatta di Caporetto, questo tipo di approvvigionamento non dava, militarmente parlando, buoni risultati. Le salmerie dovevano attraversare terreni continuamente battuti dalle artiglierie nemiche e venivano facilmente colpite con conseguente perdita di uomini e materiali. Perciò si cominciarono a costruire acquedotti in prima e seconda linea con un adeguato sistema di sollevamento fino a quote molte elevate.

    Gli acquedotti e le infrastrutture di sostegno 

    L’approvvigionamento idrico serviva per il 60% per gli animali, per le costruzioni delle opere di difesa, per l’innaffiamento stradale (le strade non erano asfaltate) e per i bagni delle truppe. Ma serviva anche per il raffreddamento dei gruppi compressori, delle mitragliatrici e degli autoveicoli. Si calcolava che per il soldato servivano solo 9 l/giorno e in caso di ristrettezze 5 l/giorno. Gli acquedotti costruiti erano di tipo classico, ossia a pressione e a gravitazione e la rete di distribuzione era stata progettata e concepita in modo da distribuire in modo organico l’acqua, anche alle prime linee. I serbatoi di accumulo erano costruiti in caverne, ove possibile, e l’acqua scendeva per gravità in piccoli serbatoi in legno o altro di circa mezzo metro cubo posti, alle volte, direttamente nelle trincee.

    Le pompe all’inizio erano a benzina, molto ingombranti per cui ben presto si dovette procedere all’elettrificazione di quasi tutti i motori delle centrali idriche sparse su tutto il fronte poiché, dopo il 1917, la fornitura di benzina e petrolio cominciava ad essere saltuaria. Vennero costruiti gli impianti elettrici lungo l’Isonzo con il collegamento alle linee delle società elettriche. A metà del 1917 tutte le centrali di testa, come il Carso, pianura di Cormons, Altopiano di Asiago erano elettrificate, nonostante la difficoltà di reperire trasformatori e motori, mantenendo come riserva quelli a benzina.

    Una delle tante difficoltà tecniche da affrontare fu il sollevamento dell’acqua nelle regioni di alta montagna fino anche a 2000 e passa metri di altezza in pareti molto ripide, dove già era difficile il posizionamento dei tubi e quindi impossibile la costruzione di strade e il posizionamento di stazioni di rinforzo.

    L’organizzazione: i Reparti Idrici

    All’inizio della guerra non c’era un sistema definito di approvvigionamento idrico, ma a fronte delle necessità e delle problematiche che man mano si presentavano, il reperimento e la gestione delle acque vennero, come per altri servizi di sostegno, affidati al Genio Militare. All’inizio il personale specializzato era molto carente in quanto si reclutavano gli addetti da tutte le armi che, però, rimanendo effettivi ai corpi di provenienza, vi era il rischio di vedersi richiamare improvvisamente all’armata di origine. Con il tempo i cantieri idrici vennero costituiti in plotoni idrici nelle retrovie con personale fisso e preparato, fornito di tutti i supporti necessari sia logistici che di disciplina per svolgere al meglio il lavoro, ottenendo efficienza e sicurezza nel funzionamento delle centrali idriche necessarie per l’approvvigionamento regolare delle truppe. Facevano parte dei reparti idrici ingegneri idraulici, capotecnici e operai specializzati.

    Presso ogni Comando di Armata venne istituito un Ufficio idrico con annesso un laboratorio di riparazione, un laboratorio chimico-batteriologico e un numero di Plotoni Idrici variabile da cui dipendevano i magazzini dei materiali.

    Dopo la disfatta di Caporetto e la perdita ingente di materiale, la nomina del Generale Marieni portò a dei cambiamenti come la riorganizzazione degli uffici idrici, una migliore gestione delle analisi batteriologiche delle acque con la prevalenza della prevenzione, l’aumento di personale specializzato e formato. La nuova organizzazione consentì che in pochi mesi si riuscì a costruire 3 acquedotti con lunghezza variabile da 40 km a 180 chilometri con decine di centrali di sollevamento.
    Nel contempo, memori dei problemi logistici scaturiti dalla disfatta di Caporetto, si cercò di regolamentare la procedura nel caso di ritirata del salvataggio delle apparecchiature del servizio idrico. In effetti nel giugno 1918, durante un’offensiva del nemico, non mancò mai l’acqua alle truppe nonostante la distruzione quasi completa delle tubature.
    Lo stesso principio venne applicato nella progettazione della logistica quando si avanzò rapidamente nell’ottobre 1918. Consapevoli che gli austriaci avrebbero distrutto anche gli acquedotti civili ed inquinato le sorgenti e i pozzi, si riattarono con metodi di fortuna i servizi idrici delle grandi città e dei piccoli centri. Tale operazione proseguì anche dopo l’armistizio, nelle zone conquistate, devastate dai combattimenti, dove nonostante la smobilitazione dei reparti idrici, circa 50 ufficiali e 1500 specialisti riuscirono a ripristinare tutti gli acquedotti per un totale di 200 chilometri di tubazioni e 50 pozzi artesiani.

     


    Acquedotti Militari esistenti

     Ecco l’elenco, ovviamente non esaustivo, degli acquedotti esistenti, tratto dal Diario del Generale Giovanni Battista Marieni.

    Da Garda al Val d’Astico:

    L’area, Valle Lagarina -Vallarsa – Val Pesina e Val d’Astico, era presidiata da enormi forze combattenti e sulle montagne non esisteva la quantità d’acqua necessaria: ciascuna di queste posizioni doveva essere fornita del suo impianto di sollevamento. Vi erano varie linee di impianti dalla prima alla seconda fino a quelle arretrate per le truppe a riposo.

    • Acquedotto dell’Altissimo;
    • Acquedotto Santa Margherita-Malga Zugna;
    • Acquedotto San Valentino-Coni Zugna;
    • Acquedotto Ecchele-Cima Levante;
    • Acquedotto Ronchi-Culma Alta;
    • Acquedotto di Valle Foxi;
    • Acquedotto del Pasubio;
    • Acquedotti di Montesummano e del Novegno;
    • Acquedotto di Monte Cencio.

    Altopiano d’ Asiago

    Il ripiegamento della nostra linea di schieramento, dopo l’attacco austriaco della primavera 1916, causò la perdita delle ricche sorgenti della Renzola della conca di Asiago e di quelle di Covolo di Gallio, della Marcesina e di altre minori che sino allora avevano servito per il rifornimento dell’acqua alle truppe, mentre la richiesta d’acqua aumentò in modo impressionante. All’inizio si fece fronte con trasporto dal piano, dal acquedotto di Marostica, per mezzo di autobotti le quali dovevano percorrere circa 30 km di strada superando il dislivello di 1000 m ed impegnandovi in media 400 autocarri ogni giorno. Per risolvere il problema l’Ufficio Idrico della 6a Armata decise di alimentare l’intero altopiano ricorrendo a diversi acquedotti minori, che, in breve tempo, avrebbero assicurato l’acqua. Infatti soltanto nel territorio della 6a Armata furono costruiti, fra grandi e piccoli, ben 37 acquedotti; mentre altri 13 acquedotti furono impiantati sul territorio comune tra la 6a Armata e le Armate e limitrofe 1a e 4a.

    I principali impianti

    • Acquedotto di Valpiglia;
    • Acquedotto del Chiavone;
    • Acquedotto Rossignolo – Campi di Mezzavia – Monte Bertiaga.
    • Acquedotto di Mortisa.
    • Acquedotto Casera Simoni – Monte Foraoro – Pozza del Favaro – Spiazzo Battisti – Ghelpach -Casera Magnaboschi – Cesuna.
    • Acquedotto Valrovina – Monte Campesana – Monte Campolongo.
    • Acquedotto di Valstagna – Sasso Rosso.
    • Acquedotto della Marcasina.

    Zona del Grappa

    Su questa zona non vi era da fare alcun assegnamento sulle risorse locali, essendo la regione montuosa completamente priva d’acqua. Né vi era la possibilità di portare l’acqua con autobotti dalla pianura sottostante, dato il dislivello di 1500 metri e considerato che sino al giugno 1918 esisteva una sola via camionabile. Nemmeno le teleferiche, che mano a mano venivano messe in esercizio, avrebbero potuto trasportare le ingenti quantità d’acqua necessarie. Però se il massiccio del Grappa nelle sue rapidissime pareti meridionali è privo d’acqua, questa abbonda invece nella zona pedemontana: qui pertanto vennero costruite le numerose centrali o stazioni di sollevamento. Nella zona del Grappa  vennero  costruite cinque centrali o stazioni di testa: Ferronati con potenza di 75 Hp, Borso di 60 Hp, Covolo di 90, San Liberale di 120 e Caniezza di 90; quattro stazioni di rinvio: Santa Felicita di 150 Hp, Capitello di 30, Osteria del Campo di 20 e Col di Rondoli di 60 Hp. Lo sviluppo delle condutture superò i 90 km.

    Fronte del Piave

    Non appena la 3a Armata si schierò dal Montello al mare, la Direzione Idrica del Comando Generale del Genio doveva occuparsi della dotazione idrica dell’area. Si ricorse pertanto colla massima sollecitudine all’impianto di ben otto reti di condutture per un complessivo sviluppo di 86.500 m, con cui fu distribuito 1 milione di litri di acqua potabile al giorno.

    Conclusioni

    I dati e le notizie inserite nell’articolo fanno a capo a poche fonti bibliografiche, come il diario del generale Marieni cortesemente inviato dalla famiglia, i Bollettini dell’Istituto Storico dell’Arma del Genio dove scrisse l’ing. Gino Veronese, i volumi editi dal Ministero della Guerra e poco altro gentilmente fornitemi da Cime e Trincee e Guerra Bianca, siti amatoriali sulla Grande Guerra. Ciò nonostante traspare comunque dalla storia l’abnegazione, il sacrificio ed il senso del dovere di questi soldati e ufficiali che da agricoltori con la zappa, si sono trasformati in specialisti nella posa di tubi, di gestione dei serbatoi, delle pompe, senza alcuna informazione almeno all’inizio della guerra.

    Dall’altro lato la guerra ha portato, riferendosi anche solo alla tecnologia dell’approvvigionamento idrico, un balzo in avanti notevole soprattutto per il tipo di materiali utilizzati, per lo studio sulle pompe e sulle infrastrutture utilizzate. Gli studi professionali, come la società Giordana e Garello di Torino, quello dell’Ing. Ballerio di Milano, ed infine la Franchi Gregorini di Dalmine, tra tanti altri, hanno sicuramente contribuito a fare in modo che le truppe avessero, sempre, acque fresche e pulite e combattessero con un animo un filo più rasserenato.

    Per sottolineare, infine, il lavoro del Genio Militare per portare acqua ai soldati, basti pensare che su tutto il fronte italiano esistevano 150 centrali di sollevamento con 1.500 km di tubi, e che il Comandante delle truppe britanniche in Italia Generale Frederick Lambart, X conte di Cavan, ebbe a dire: ” che la vittoria dell’Italia si deve anche all’ Arma del Genio”.

    Per approfondire si segnalano alcuni tra le migliaia di siti esistenti sulla prima guerra mondiale, sottolineando che quasi nessuno parla di servizio idrico.

    http://www.centenario1914-1918.it/it

    http://www.14-18.it/ 

    http://www.bpb.de/apuz/182554/erster-weltkrieg

    http://www.trentinograndeguerra.it/

    http://www.grandeguerra.rai.it/

    http://www.venetograndeguerra.it

    https://www.cimeetrincee.it/

    http://www.guerrabianca.it/

    http://www.lagrandeguerra.net/

    http://www.albodorograndeguerra.it/

    http://www.marieni-saredo.it/


     

    IL PASUBIO, TRA GUERRA ED INGEGNERIA

    Uno studente Giacomo Galbusera dell’Istituto Tecnico De Pretto di Schio ha prodotto per gli esami finali dell’anno scolastico 2016-2017 un’ interessante tesina  sull’acquedotto militare di Malga Busi sia dal punto di vista storico sia dal punto di vista ingegneristico. La tesina in formato PDF è scaricabile qui


    Una piccola storia:

    Il Bepi e l’Acquedotto

    di Cristina Arduini ©

    Il “Bepi”  aveva freddo in quell’aprile del  1917, rintanato nella caverna in attesa di ritornare in trincea, sperando che il vento gelido che sferzava la cima del Pasubio finisse. Dopo un inverno con tanta neve che a sua memoria non ricordava di aver mai visto, era  contento di essere ancora vivo e non, come molti suoi compagni travolti da valanghe e slavine. Sentiva, a fondo caverna,  il ragliare degli asini che volevano cibo ed acqua e pensava che a uno dei prossimi turni sarebbe toccato anche a lui aiutare a portare su le cisterne piene d’acqua. Per fortuna tra pochi giorni, come continuava a ripetere il comandante, sarebbe finito l’acquedotto che avrebbe portato l’acqua fin da loro. Ne era orgoglioso, erano stati bravi i Genieri, aveva visto con quante difficoltà avevano combattuto! Ma almeno avrebbero potuto lavarsi, dar da bere alle bestie e soprattutto bere acqua fresca. Ad occhi chiusi rivedeva la fattoria della sua famiglia e vedeva la madre che andava al pozzo a prendere l’acqua e si immaginò alla fine della guerra a costruire un piccolo acquedotto per alleviare le fatiche della mamma.Ci sarebbe mai riuscito? Aveva seguito i lavori e aveva fatto tesoro di alcuni insegnamenti appresi quando si era offerto volontario per aiutare i Genieri. Sospirando si alzò sentendo il richiamo del sergente, prese il fucile ed andò a posizionarsi in trincea pregando che quella sera la guerra finisse.


    Aggiornamento marzo 2020

    Simpaticamente il sito cime e trincee ha voluto ripubblicare l’articolo.

    http://www.cimeetrincee.it/43092/

    Marzo 2014

    L’acquedotto porta l’acqua nelle case, ma  un altro  servizio svolto dagli acquedotti è la facoltà di poter bere ovunque in città acqua fresca e pulita. Fin dall’inizio ogni acquedotto ha messo a disposizione le fontanelle, che entrate a far parte del paesaggio urbano, sono stati anche “battezzate” con nomi diversi a seconda della città. E così abbiamo le vedovelle a Milano, a Roma i nasoni, ecc.

    Fondamentale è che le fontanelle siano sempre in funzione, mantengono l’acqua fresca e pulita, ma soprattutto evitano la stagnazione dell’acqua in condotte terminali cieche.

    Vi è molto interesse intorno alle fontanelle sia dal punto di vista dell’acqua che soprattutto dal punto di vista architettonico. Chi le ha fatte e perchè? ad esempio a Torino i cittadini ci tengono tantissimo, meno forse a Milano, ma sicuramente a Roma sono molto conosciute. Possono essere un ottimo volano turistico, che, vista la peculiarità, sono un punto caratteriale di una città e ne raccontano la storia.

    Dato che una mappa unica non esiste ancora -anche se tentativi ci sono -vi fornisco informazioni per ritrovarle facilmente, almeno in alcune  grandi città.

    acqua e fontanelle

    TUTTA ITALIA

    Esiste un sito denominato fontanelle.org che raccoglie su una mappa le fontanelle di tutta Italia o perlomeno ci prova. Tramite la registrazione sul sito è possibile inserire una fontanella o variare la posizione di un’altra.

    Esiste anche l‘App per Android  nella stessa home page del sito che si scarica facilmente o collegandosi dallo smartphone su Google Play.

    TORINO

    A Torino le fontanelle si chiamano Torèt ,piccolo toro in piemontese, infatti il rubinetto ha proprio la forma della testa del toro. Sono circa 800, ed i torinesi ne sono molto affezionati considerandolo un imprescindibile elemento urbano della città di Torino. Tanto è vero che esiste un sito, patrocinato dal gestore SMAT, dalla Regione Piemonte e dalla città di Torino, che ti consente di adottare un Toret, oltre a permettere di acquistare merchandising e scaricare un app sia su Android che Iphone  (vedi ).

    turet - fontanella di Torino di Pietro Izzo

     MILANO

    Le tipiche fontanelle di Milano denominate vedovelle, così chiamate perché il filo d’acqua che sgorga somiglia al pianto di una vedova. Fatte in ghisa di tipico colore verde, sono apparse in città a partire dal 1931 e fanno ormai parte dell’arredo urbano. La vedovella di piazza Duomo, specialmente in estate è frequentatissima, ma ce ne sono molte sparse in città – circa 480.

    Sul sito del gestore del Servizio Idrico Integrato si possono ricercare le fontanelle attive in città, di poca immediatezza causa ricerca solo per via.

    Vedovella

    ROMA

    Le fontanelle pubbliche di Roma sono chiamati nasoni e sono gestite da Acea, gestore dell’acqua potabile di Roma. Il nome deriva dal  tipico rubinetto ricurvo di ferro, la cui forma ha richiamato l’idea di un grande naso.

    La stessa società ha realizzato una mappa scaricabile 

    foto di Elisabetta 81 estratta da flickr

    25 gennaio 2021

    Un tetto per le Alpi

    Fin dalla sua costituzione, nel 1952, la CIPRA promuove l’incontro fra persone e organizzazioni che si impegnano a favore dello sviluppo sostenibile nelle Alpi, superando confini linguistici, culturali, geografici e politici. Dal 1975 è attiva come organizzazione «ombrello». Ne fanno parte più di 100 associazioni, organizzazioni e persone.

    Impegno politico

    La CIPRA si attiva per conferire un maggiore peso alla politica alpina a livello internazionale. La firma della Convenzione delle Alpi nel 1991 è stata una pietra miliare. La CIPRA ha lo status di osservatore uffi-ciale presso gli organi della Convenzione, fornisce idee e basi per la discussione su tematiche attuali ed esprime valutazioni critiche su posizioni, strategie e piani d‘azione.

    Impulsi per le città e i comuni

    Nel 1996 la CIPRA ha agito da «levatrice» per la nascita della Rete di Comuni «Alleanza nelle Alpi». Da allora ne accompagna attivamente lo sviluppo, ne attua i progetti e fornisce servizi amministrativi. Anche per l’Associazione «Città alpina dell‘anno», fondata nel 1997, la CIPRA gestisce la segreteria e realizza progetti.

    Informare con cognizione di causa in tutto l’arco alpino

    La CIPRA comunica in più lingue, con cognizione di causa e affidabilità. In occasione dell’Anno internazionale della montagna 2002, con alpMedia lanciava un servizio informazioni a livello alpino. La news-letter diffonde periodicamente novità, informazioni e i programmi di manifestazioni ed eventi di tutti i Paesi alpini. Le informazioni sono costantemente aggiornate sul sito web.

    Mediazione e incoraggiamento

    La CIPRA induce altri ad agire. Attraverso progetti specifici fornisce indicazioni su come costruire una casa che produce più energia di quanta non ne consumi; come creare corridoi perché animali e piante possano migrare e riprodursi; come proteggere il clima e adattarsi al cambiamento climatico senza danneggiare la natura. Il motto è: imparare dagli altri e con gli altri.

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